Se il modernismo miesiano aveva reso l'acciaio elegante e silenzioso, il movimento high-tech degli anni '70 e '80 lo rende rumoroso, colorato, esibito senza pudore. Più che un'evoluzione di stile, cambia il modo di intendere il rapporto tra struttura e rappresentazione. I suoi protagonisti, Renzo Piano, Richard Rogers e Norman Foster, condividono formazione e cantieri ma sviluppano tre modi distinti di rendere l'acciaio protagonista.

Da dove viene l'high-tech

Il movimento non nasce dal nulla. Nel 1963 Norman Foster e Richard Rogers, appena tornati da Yale, fondano a Londra con Wendy Cheesman e Su Brumwell lo studio Team 4. Il loro ultimo edificio insieme, la fabbrica della Reliance Controls a Swindon (1967), è già un manifesto: un capannone con telaio d'acciaio a vista, controventi diagonali in facciata, un unico grande spazio libero dove uffici e produzione convivono senza separazioni. Sullo sfondo ci sono le immagini visionarie degli Archigram, con le loro città fatte di componenti inseriti e rimossi da gru, e soprattutto il Fun Palace di Cedric Price (1961), mai costruito: un enorme telaio metallico dentro cui piattaforme, rampe e pareti mobili avrebbero dovuto riorganizzarsi continuamente secondo le attività. Il Pompidou, dieci anni dopo, è in gran parte il Fun Palace costruito davvero.

L'idea comune è che un edificio non debba essere un oggetto concluso, ma un'infrastruttura capace di cambiare. La struttura e gli impianti sono la parte stabile; tutto il resto deve poter essere riorganizzato. L'acciaio è il materiale ideale per questa idea: si produce in fabbrica, si monta con bulloni, si può smontare e sostituire pezzo per pezzo. Mostrarlo, in questa logica, vuol dire anche dichiarare come l'edificio è fatto e come potrà essere modificato.

Centre Pompidou: la struttura come spettacolo, non come pudore

Il Centre Pompidou di Parigi (1977), progettato insieme da Renzo Piano e Richard Rogers con l'ingegnere Peter Rice, ribalta ogni convenzione precedente: non solo la struttura in acciaio resta a vista, ma viene spinta interamente all'esterno dell'involucro, insieme a tutti gli impianti (tubazioni dell'aria colorate di blu, condutture idrauliche in verde, percorsi elettrici in giallo, circolazione verticale in rosso). L'interno diventa una pianta libera totale, senza pilastri né canalizzazioni a intralciare lo spazio espositivo: tutto l'apparato tecnico e strutturale è rovesciato come un guanto sulla facciata. È un'operazione che deve moltissimo alla codifica cromatica industriale (le tubazioni colorate per funzione erano già pratica standard negli impianti petrolchimici) applicata per la prima volta a un edificio pubblico di rappresentanza culturale, con un effetto che ancora oggi divide: macchina o museo, raffineria o tempio della cultura.

Lloyd's of London: l'esoscheletro di Rogers

Richard Rogers porta la stessa logica a un livello ancora più radicale nel palazzo della Lloyd's of London (1986): qui i servizi (scale, ascensori, bagni, condotti di ventilazione) sono raccolti in sei torri rivestite di acciaio inossidabile, spinte sul perimetro esterno dell'edificio, e anche i pilastri portanti stanno fuori dalla facciata vetrata. Sono in calcestruzzo: il progetto iniziale prevedeva l'acciaio, ma per rispettare le norme antincendio si scelse un telaio in cemento armato. L'insieme lascia lo spazio interno completamente libero e flessibile. La ragione è anche funzionale: un edificio per uffici finanziari cambia spesso disposizione interna, e un piano sgombro da vincoli fissi lo rende molto più facile.

Il Lloyd's ha avuto una fortuna critica rapidissima: nel 2011, a soli venticinque anni dal completamento, è stato inserito nel grado più alto della tutela monumentale inglese, il Grade I, diventando l'edificio più giovane a ottenerlo. Il riconoscimento ha però posto un problema nuovo. Un edificio progettato per cambiare, con impianti pensati per essere sostituiti, diventa un monumento da conservare: ogni intervento sugli elementi esterni, anche quelli nati come provvisori, richiede ora le cautele riservate ai beni storici. È un paradosso che riguarda molta architettura high-tech, e che mostra come l'idea di flessibilità si scontri con il valore che la società attribuisce all'immagine di un edificio.

Norman Foster: la trasparenza come metodo

Norman Foster sviluppa un approccio più controllato e meno esibizionista, ma non meno radicale nell'uso dell'acciaio: l'edificio della HSBC a Hong Kong (1985) è costruito attorno a otto torri strutturali in acciaio prefabbricate in Gran Bretagna e assemblate in cantiere come componenti industriali, un metodo che riduce molto i tempi di costruzione in un contesto urbano estremamente denso. Il progetto forse più istruttivo per capire l'evoluzione tecnica del linguaggio high-tech è però la Torre Swiss Re di Londra (2004, nota come "il Gherkin"): la sua struttura a diagrid, una maglia diagonale che sostituisce pilastri e travi con un unico reticolo inclinato, riduce il quantitativo di acciaio necessario di circa il 20% rispetto a un telaio convenzionale a parità di prestazioni, perché ogni asta della maglia lavora sia a compressione/trazione assiale sia contribuisce alla rigidità torsionale dell'intero edificio, invece di specializzare colonne e travi in funzioni separate come nel telaio classico.

Foster mostra anche che il linguaggio high-tech può rovesciare la lezione del Pompidou. Nel terminal dell'aeroporto di Stansted, a nord di Londra (1991), gli impianti non stanno sul tetto né in facciata, ma in un piano interrato di servizio, sotto il pavimento dei passeggeri. La copertura diventa così leggerissima, un reticolo di cupole basse sorretto da alberi strutturali d'acciaio che portano anche la luce naturale fino al centro della grande sala. Il risultato è un aeroporto in cui ci si orienta guardando il cielo, e la struttura, invece di esibire gli impianti, è ridotta all'essenziale. Anche nel Gherkin la struttura ha un compito climatico: tra un piano e l'altro, aperture ruotate a spirale creano atri a più piani che favoriscono la ventilazione naturale e portano luce in profondità, e la forma arrotondata riduce i vortici di vento alla base della torre.

Tre declinazioni dell'high-tech in acciaio
Piano + Rogers, Centre Pompidou (1977)Struttura e impianti rovesciati all'esterno, codice colore
Rogers, Lloyd's of London (1986)Esoscheletro, nucleo interno libero e flessibile
Foster, HSBC Hong Kong (1985)Prefabbricazione totale, montaggio rapido in cantiere denso
Foster, Swiss Re "Gherkin" (2004)Diagrid: circa il 20% di acciaio in meno rispetto a un telaio convenzionale

L'ingegnere come coautore

Un tratto comune a tutta la stagione high-tech, spesso sottovalutato nelle narrazioni centrate sui soli architetti, è il ruolo di coautoria di ingegneri strutturali come Peter Rice (Ove Arup & Partners), che ha collaborato con Piano e Rogers al Pompidou e poi con entrambi in molti progetti successivi, o come Anthony Hunt, l'ingegnere dei primi edifici di Foster. La leggerezza apparente di queste strutture non nasce da un'intuizione puramente formale, ma da un calcolo strutturale spinto ai limiti della normativa dell'epoca: travature reticolari ottimizzate nodo per nodo, mensole a bilanciere in acciaio fuso (le celebri "gerberette" del Pompidou) progettate specificamente per quell'edificio e nessun altro. L'estetica high-tech, in questo senso, non semplifica l'ingegneria per renderla spettacolare: la espone proprio perché è già, a monte, un lavoro ingegneristico di altissima precisione.

Due esempi mostrano quanto l'ingegneria abbia plasmato questi edifici. Nella sede della HSBC a Hong Kong, progettata con gli ingegneri di Arup, i piani non poggiano su pilastri distribuiti in pianta: sono appesi a grandi travature reticolari alte due piani, disposte a intervalli lungo l'altezza della torre e sostenute dalle otto colonne composte. In questo modo il piano terra resta una piazza pubblica coperta, attraversata dai pedoni, e al centro dell'edificio si apre un atrio alto una decina di piani. Per portare la luce naturale fino in fondo all'atrio, sulla facciata esterna è montato un sistema di specchi orientabili, lo "sunscoop", che segue il sole e riflette la luce verso l'interno attraverso un soffitto di specchi. La struttura non è quindi solo portante: organizza la città al piede dell'edificio e la luce nel suo cuore.

Il secondo esempio è il terminal dell'aeroporto di Kansai, in Giappone (1994), progettato da Renzo Piano con Peter Rice. L'edificio, lungo circa 1,7 chilometri, sorge su un'isola artificiale costruita nella baia di Osaka, in una zona soggetta a terremoti e tifoni, su un terreno destinato ad abbassarsi per anni sotto il proprio peso. La copertura curva in acciaio ha una forma derivata dal movimento dell'aria all'interno della sala, che viene soffiata da un lato e scorre sotto il soffitto senza bisogno di canalizzazioni chiuse. Per gestire i cedimenti del terreno, alla base dei pilastri sono stati previsti dispositivi che permettono di regolarne l'altezza man mano che l'isola si assesta in modo non uniforme. È forse l'esempio più chiaro di come, in questi edifici, la forma sia la conseguenza visibile di un problema tecnico risolto.

Il prezzo dell'acciaio a vista

Mostrare l'acciaio ha costi tecnici che chi progetta deve conoscere. Il primo è la corrosione. Una struttura all'esterno è esposta a pioggia, condensa e inquinamento, e va protetta con cicli di verniciatura scelti in base all'aggressività dell'ambiente: la norma ISO 12944 classifica gli ambienti in categorie di corrosività crescenti, dall'interno asciutto fino all'ambiente marino e industriale, e per ciascuna indica sistemi di protezione e durate attese. Una struttura a vista va poi ispezionata e riverniciata periodicamente, e i dettagli dei nodi devono evitare ristagni d'acqua e zone irraggiungibili. Il secondo costo è il fuoco. L'acciaio non brucia, ma a temperature intorno ai 500–600 °C perde gran parte della propria resistenza; per mantenerlo visibile si usano vernici intumescenti, che con il calore si gonfiano formando uno strato isolante, oppure si sovradimensionano le sezioni. Sono scelte che incidono sui costi e che, nelle strutture più esili, possono cambiarne l'aspetto.

Il Centre Pompidou è il caso più evidente di questi costi nel tempo. Dopo meno di vent'anni di apertura aveva già bisogno di una grande campagna di restauro, completata nel 2000, e nel 2025 ha chiuso di nuovo per un intervento pluriennale, con la riapertura prevista per il 2030, dedicato tra l'altro alla rimozione dell'amianto, all'efficienza energetica e all'accessibilità. Un edificio che espone tutto invecchia davanti a tutti: la manutenzione non è un'eccezione, ma parte del progetto fin dall'inizio.

Dopo l'high-tech

Gli studi dei tre protagonisti hanno continuato a usare l'acciaio in modo espressivo, ma con obiettivi cambiati. Il Leadenhall Building di Londra (2014), progettato dallo studio di Rogers, ha una grande megastruttura d'acciaio a vista con controventi diagonali, che porta l'edificio e lascia i piani liberi da pilastri interni. Il viadotto di Millau, in Francia (2004), progettato da Foster con l'ingegnere Michel Virlogeux, ha un impalcato d'acciaio lungo circa 2,5 chilometri, sostenuto da stralli e da pile altissime. Renzo Piano, dal canto suo, ha portato la stessa precisione costruttiva verso materiali diversi, dal legno alla terracotta al vetro. L'eredità più duratura dell'high-tech non è quindi un'estetica, ma un modo di lavorare: progettare con l'ingegnere e con l'industria, pensare l'edificio come un insieme di componenti, e rendere leggibile come è fatto.

«L'high-tech non ha inventato la struttura a vista: Sullivan e Mies l'avevano già fatta parlare. L'ha resa rumorosa, colorata, quasi impudica. Del telaio silenzioso di Mies resta poco; c'è piuttosto l'orgoglio di un ingegnere che vuole far vedere a tutti il proprio lavoro.» — Sara Conti