Tra i grandi materiali da costruzione, l'acciaio ha la posizione più favorevole nei confronti del riciclo: il ferro metallico rifuso in forno elettrico ad arco recupera sostanzialmente il 100% delle proprietà meccaniche del materiale originario, senza il degrado progressivo che affligge il calcestruzzo riciclato o la perdita di prestazioni tipica di molte plastiche dopo pochi cicli. Il tasso di riciclo dell'acciaio da costruzione e demolizione in Europa supera il 90%, uno dei valori più alti tra i materiali industriali, anche grazie alla facilità di separazione: un elettromagnete industriale distingue l'acciaio da qualunque altro materiale in una massa di macerie miste in pochi secondi, senza bisogno di cernita manuale.

Riciclabile sì, ma con due limiti

L'idea che l'acciaio si possa riciclare all'infinito senza perdite è vera per il ferro, ma va precisata per il materiale reale. Il rottame che arriva a un forno elettrico non è mai acciaio puro: contiene vernici, rivestimenti di zinco e soprattutto frammenti di rame provenienti da cavi, motori e componenti elettrici rimasti attaccati durante la demolizione o la rottamazione. Il rame non si separa dall'acciaio durante la fusione e, oltre una certa concentrazione, rende il metallo fragile durante la laminazione a caldo. Per prodotti tolleranti, come i tondini per cemento armato e molti profili da costruzione, questo non è un problema grave; per le lamiere sottili di alta qualità, come quelle delle carrozzerie, lo è. Una buona selezione del rottame, a monte, è quindi decisiva quanto l'efficienza del forno.

Il secondo limite è quantitativo. A livello mondiale poco meno di un terzo dell'acciaio viene prodotto oggi in forno elettrico a partire dal rottame; il resto nasce ancora dal minerale di ferro, fuso in altoforno con il carbone. Il motivo non è tecnico: semplicemente, non c'è abbastanza rottame. Gli edifici, i ponti e le navi costruiti decenni fa restano in servizio a lungo, e il fabbisogno di acciaio di paesi in rapida crescita supera di gran lunga la quantità di materiale che torna disponibile ogni anno. Anche con un tasso di recupero perfetto, il riciclo da solo non basterebbe: serve anche usare meno acciaio, farlo durare di più e riusarlo. L'Italia, per inciso, è uno dei paesi europei con la quota più alta di acciaio da forno elettrico, oltre l'ottanta per cento della produzione nazionale, grazie a una lunga tradizione di siderurgia basata sul rottame.

Riciclo e riuso: una distinzione che conta

Conviene distinguere due strategie che vengono spesso confuse sotto l'etichetta generica di "sostenibilità": il riciclo (rifondere l'acciaio in forno elettrico per produrre nuovo materiale) e il riuso strutturale (smontare elementi esistenti (travi, profili, lamiere) e reimpiegarli direttamente, senza rifusione, in una nuova struttura). Il riciclo, per quanto efficiente, richiede comunque energia significativa per portare l'acciaio a fusione (circa 1.500°C) e per rilaminarlo in nuovi profili. Il riuso diretto, quando tecnicamente possibile, salta interamente questo passaggio energivoro: un profilo HEB recuperato da un edificio demolito, verificato strutturalmente e reimpiegato in un cantiere diverso, ha un'impronta di carbonio incorporata pari a zero rispetto alla produzione di un profilo nuovo: l'unica energia spesa è quella di rimozione, trasporto e verifica.

Perché il riuso resta comunque marginale

Se il riuso è così più efficiente del riciclo, perché non è ancora pratica diffusa? Gli ostacoli sono soprattutto normativi e assicurativi. Un profilo d'acciaio recuperato da una struttura esistente non ha una scheda tecnica di produzione tracciabile come un profilo nuovo certificato secondo EN 10025: il progettista deve verificarne sperimentalmente la resistenza (prove di durezza, analisi chimica del campione, controllo dimensionale) prima di poterlo specificare in un nuovo calcolo strutturale, un costo e un tempo che il mercato attuale raramente remunera rispetto al costo di un profilo nuovo. La maggior parte delle demolizioni, inoltre, avviene ancora per abbattimento indifferenziato, che danneggia i profili (deformazioni da urto, tagli irregolari) rendendoli inadatti al riuso diretto anche quando lo sarebbero strutturalmente.

Gli ostacoli, però, stanno diminuendo. Nel Regno Unito lo Steel Construction Institute ha pubblicato nel 2019 una guida tecnica, nota con la sigla P427, che descrive come valutare, provare e progettare con acciaio strutturale di recupero: si parte dalla documentazione disponibile sull'edificio d'origine, si ispezionano i profili per individuare corrosione, deformazioni, fori e danni da incendio, e si eseguono prove su campioni, trazione per la resistenza e analisi chimica per verificare la saldabilità. Con questi dati, un profilo recuperato può essere classificato e usato in un nuovo calcolo con coefficienti di sicurezza adeguati. Iniziative simili stanno nascendo in altri paesi europei, e alcune aziende hanno cominciato a vendere profili usati controllati e certificati come un normale prodotto da catalogo.

Esistono anche esempi costruiti che mostrano la strada. Per la copertura dello Stadio Olimpico di Londra del 2012, gli ingegneri usarono come anello di compressione circa 2.500 tonnellate di tubi d'acciaio in eccedenza, rimasti inutilizzati da un progetto di gasdotto, invece di produrne di nuovi. Lo stadio era stato anche progettato con un anello superiore di gradinate smontabile, per ridurne la capienza dopo i Giochi: la successiva trasformazione in stadio di calcio ha seguito una strada diversa, ma l'idea di una struttura pensata fin dall'inizio anche per il suo futuro resta un riferimento. Dieci anni prima, il quartiere residenziale BedZED, nella periferia sud di Londra, era stato costruito anche con acciaio strutturale di recupero proveniente da demolizioni nella regione, per ridurre le emissioni legate ai materiali. Sono casi ancora isolati, ma mostrano che il riuso è praticabile: quando progettisti, committenti e imprese lo pianificano fin dall'inizio, i problemi di verifica e disponibilità si risolvono.

Gerarchia circolare dell'acciaio da costruzione
Riuso strutturale direttoNessuna rifusione, impronta di carbonio quasi nulla
Riciclo via forno elettrico ad arco~100% proprietà meccaniche recuperate, ~0,4 kg CO₂/kg
Tasso di riciclo acciaio da costruzione EU> 90%
Ostacolo principale al riuso direttoAssenza di tracciabilità/certificazione del materiale recuperato
Design for DisassemblyGiunti bullonati invece di saldati, sezioni standardizzate
Valore residuo a demolizionealcune centinaia di €/t come rottame (prezzo molto variabile con il mercato), potenzialmente di più come elemento riusabile

Progettare anche lo smontaggio

Il principio del Design for Disassembly (progettazione per lo smontaggio) inverte la domanda tradizionale del progetto strutturale ("come si monta questo edificio") aggiungendone una seconda, che di rado ci si pone: "come si smonterà, tra cinquant'anni, per essere riusato altrove". In pratica, questo significa preferire sistematicamente giunzioni bullonate a giunzioni saldate ovunque le prestazioni lo consentano (una saldatura, per sua natura, unisce permanentemente due elementi rendendone impossibile la separazione non distruttiva), usare sezioni e lunghezze standardizzate che facilitino il reimpiego in contesti diversi dall'originale, e documentare digitalmente ogni elemento strutturale (dimensioni, grado d'acciaio, storia dei carichi) in modelli BIM che accompagnano l'edificio per tutta la sua vita utile. Il progetto europeo BAMB (Buildings As Material Banks) ha sviluppato linee guida proprio in questa direzione, insieme a database settoriali (come quelli promossi da SteelConstruction.info nel Regno Unito) che iniziano a catalogare elementi in acciaio disponibili per il riuso strutturale su scala nazionale.

Un punto spesso trascurato riguarda i solai misti acciaio-calcestruzzo, molto diffusi negli edifici per uffici. La lamiera grecata e la soletta di calcestruzzo sono collegate alle travi d'acciaio con pioli saldati, i connettori che fanno lavorare insieme i due materiali: una soluzione efficiente, ma che rende quasi impossibile separare le travi senza tagliarle. Per questo la ricerca sul Design for Disassembly sta sviluppando connettori smontabili, bullonati invece che saldati, e solai prefabbricati appoggiati e fissati meccanicamente. Allo stesso modo conviene evitare verniciature e protezioni antincendio che non si possono rimuovere, o almeno documentarle, perché influiscono sulla possibilità di riusare gli elementi e sulle prove necessarie per farlo.

Il valore economico del riuso

Il riuso strutturale dell'acciaio può anche convenire economicamente, quando il mercato del rottame e i costi di produzione primaria salgono, come accaduto ripetutamente negli ultimi anni per le fluttuazioni geopolitiche delle materie prime. Un elemento strutturale recuperato e verificato ha un costo di acquisizione spesso inferiore a un profilo nuovo equivalente, anche includendo i costi aggiuntivi di verifica e trasporto. Questo vantaggio, insieme alla pressione normativa crescente sulle emissioni incorporate degli edifici, sta lentamente spostando l'interesse del settore dal solo riciclo per fusione al riuso diretto come prossima frontiera dell'economia circolare dell'acciaio.

Come si conta il riciclo nelle valutazioni ambientali

Chi confronta le dichiarazioni ambientali di prodotto (EPD) di diversi produttori di acciaio incontra spesso numeri molto diversi, e una parte della differenza dipende da come si conta il riciclo. La norma europea EN 15804 divide il ciclo di vita in moduli: la produzione, il trasporto, la costruzione, l'uso, la fine vita. C'è poi un modulo aggiuntivo, detto D, che riporta i benefici e i carichi "oltre i confini del sistema": per l'acciaio, il credito legato al fatto che il materiale, a fine vita, verrà riciclato ed eviterà la produzione di acciaio nuovo. Alcune comunicazioni commerciali sommano quel credito ai valori di produzione, ottenendo impronte molto basse; ma il modulo D descrive un beneficio futuro e ipotetico, che si realizzerà forse tra cinquant'anni. Per confrontare correttamente due prodotti conviene guardare prima i moduli di produzione, A1–A3, e considerare il modulo D separatamente.

Una gerarchia per chi progetta

Tradotto in scelte di progetto, tutto questo si riassume in una gerarchia semplice. Prima di tutto, usare meno acciaio: una struttura ben ottimizzata, con luci ragionevoli e sezioni calibrate, riduce il materiale più di qualsiasi scelta di fornitura. Poi, se possibile, conservare e adattare le strutture esistenti invece di demolirle: un telaio in acciaio ancora in buono stato è il materiale più sostenibile disponibile. Terzo, valutare l'uso di elementi recuperati, almeno per parti della struttura meno sollecitate o per edifici temporanei. Quarto, scegliere acciaio nuovo con un alto contenuto di rottame e una produzione a basse emissioni, confrontando le EPD sui moduli di produzione. Infine, progettare perché ciò che si costruisce oggi possa essere smontato e riusato domani, con giunti bullonati, sezioni standard e una documentazione conservata insieme all'edificio.

Nessuno di questi passaggi richiede tecnologie nuove. Richiede soprattutto un cambiamento nel modo di considerare l'acciaio: non un prodotto che si compra, si usa e si rottama, ma un patrimonio che resta in circolazione per più vite. Le travi di un edificio costruito oggi potrebbero diventare, tra qualche decennio, la struttura di un altro edificio in un'altra città. Perché accada, bisogna che qualcuno oggi si chieda come smontarle.

«Sul riciclo l'acciaio ha già vinto: in Europa se ne rifonde il 90%. Resta da vincere la partita del riuso, più difficile perché chiede di fidarsi di un profilo di cui non conosciamo esattamente la storia, invece di comprarne uno nuovo con la scheda tecnica in mano.» — Sara Conti