Chiedete a un ingegnere colombiano, a un carpentiere vietnamita e a un progettista balinese cosa significhi "costruire in bambù" e otterrete tre risposte quasi incompatibili. Per il primo, il bambù è un telaio flessibile che dissipa energia sismica dentro un sistema misto con fango e canniccio. Per il secondo, è un materiale da ponteggio e da ponte sospeso, lavorato con giunzioni a fasciatura che non useranno mai un bullone. Per il terzo, dal 2008 in poi, è diventato un materiale da facciata di rappresentanza, curvato, laccato, fotografato. Nessuna delle tre tradizioni è "più autentica" delle altre: sono risposte a tre condizioni ambientali e culturali diverse, con in comune solo la pianta.
Bahareque colombiano: il bambù come telaio antisismico
Il bahareque (variante locale del quincha andino, diffuso anche in Perù ed Ecuador) è un sistema costruttivo misto: un'intelaiatura di canne di Guadua angustifolia (la stessa specie usata da Simón Vélez per le strutture a vista) riempita e rivestita con impasto di terra, fango e talvolta calce, applicato a mano sul canniccio. Le sue origini sono precolombiane, ma sono i terremoti a farne un sistema codificato: dopo il sisma di Lima del 1746 la quincha si diffonde come alternativa alla tapia (muratura in terra battuta), che si era dimostrata fragile e letale.
La variante più raffinata, nota come estilo temblorero ("stile tremante"), separa il comportamento dei piani: un piano terra più pesante e rigido, spesso in terra battuta, e un piano superiore leggero e flessibile in bahareque, che si deforma senza crollare. È un'intuizione che la progettazione antisismica moderna avrebbe poi formalizzato, raggiunta per via empirica. Dopo il terremoto del Quindío del 1999 molte case in bahareque ben costruite hanno retto meglio delle murature e del calcestruzzo non conformi della stessa regione, e anche da questa esperienza nasce in Colombia lo sforzo di normare la costruzione in bambù (si veda l'approfondimento sulla normativa strutturale del bambù).
Vietnam: ponti sospesi e ponteggi senza un chiodo
Nel delta del Mekong e lungo i corsi d'acqua del Vietnam settentrionale, il bambù è tradizionalmente il materiale dell'infrastruttura leggera: ponti pedonali sospesi, palafitte, ponteggi da cantiere ancora oggi diffusissimi nelle città vietnamite per la costruzione di edifici in cemento armato di diversi piani. Il paradosso è solo apparente: un ponteggio in bambù ha un rapporto peso/resistenza e una velocità di montaggio che il tubo metallico non eguaglia per strutture temporanee di media altezza. Le giunzioni tradizionali vietnamite non usano ferramenta: legature di fibra di rattan o corda vegetale, talvolta rinforzate con chiodi di bambù stesso, trasferiscono i carichi per attrito e incastro.
Questa cultura costruttiva discreta, mai monumentale e sempre legata alle infrastrutture, è il terreno su cui negli ultimi vent'anni si sono innestati progetti d'autore che hanno reinterpretato il bambù vietnamita in chiave contemporanea, portando all'estremo la logica delle volte geodetiche e delle strutture reticolari a doppia curvatura per coprire spazi pubblici di media luce. La differenza rispetto al bahareque colombiano è netta: qui il bambù non viene combinato con la terra e resta un materiale lavorato a secco.
Bali: dalla capanna di riso al materiale d'autore
La tradizione balinese usa il bambù soprattutto per elementi secondari (recinzioni, coperture, strutture agricole leggere) e non per l'abitazione principale, tipicamente in muratura di mattoni o pietra vulcanica. È un dato che rende ancora più significativo quanto è successo dal 2008, quando John e Cynthia Hardy aprono a Bali la Green School, un campus scolastico in bambù strutturale a vista. Nel 2010 la figlia Elora Hardy fonda lo studio IBUKU per portare avanti quel linguaggio; tra i suoi lavori per la scuola c'è l'Arc (2021), una copertura a doppia curvatura di grande luce.
Il salto tecnico rispetto alla tradizione locale è il trattamento sistematico dei culmi con una soluzione a base di borace e acido borico, a bassa tossicità, che rende gli zuccheri del bambù indigesti agli insetti xilofagi senza i biocidi pesanti spesso usati sul legname da costruzione. I culmi vengono forati in corrispondenza dei nodi interni per permettere alla soluzione di penetrare l'intero fusto, poi immersi per circa due settimane oppure trattati in camera di bollitura per 24 ore. È un trattamento derivato da tecniche di impregnazione già note (il metodo Boucherie a pressione, sviluppato nell'Ottocento per il legno), adattato alla geometria cava e nodosa del bambù. È ciò che separa un padiglione che dura cinque anni da uno che ne dura trenta.
Le tre tradizioni, pur così diverse, hanno in comune un'origine pratica: il bahareque risponde a un rischio sismico documentato, la tradizione vietnamita a un'economia di cantiere reale (il ponteggio in bambù costa e pesa una frazione del metallo), Bali a un progetto pedagogico ed ecologico esplicito che ha poi trovato un mercato architettonico globale. Tenerlo presente aiuta a evitare l'errore opposto, quello di trattare il bambù come un tocco esotico, staccato dalla logica strutturale che in ciascun contesto lo ha reso la scelta più sensata.