Chiedete a un ingegnere colombiano, a un carpentiere vietnamita e a un progettista balinese cosa significhi "costruire in bambù" e otterrete tre risposte quasi incompatibili. Per il primo, il bambù è un telaio flessibile che dissipa energia sismica dentro un sistema misto con fango e canniccio. Per il secondo, è un materiale da ponteggio e da ponte sospeso, lavorato con giunzioni a fasciatura che non useranno mai un bullone. Per il terzo, dal 2006 in poi, è diventato un materiale da facciata di rappresentanza, curvato, laccato, fotografato. Nessuna delle tre tradizioni è "più autentica" delle altre: sono risposte a tre condizioni ambientali e culturali diverse, con in comune solo la pianta.

Bahareque colombiano: il bambù come telaio antisismico

Il bahareque (variante locale del quincha andino, diffuso anche in Perù ed Ecuador) è un sistema costruttivo misto: un'intelaiatura di canne di Guadua angustifolia — la stessa specie usata da Simón Vélez per le strutture a vista — riempita e rivestita con impasto di terra, fango e talvolta calce, applicato a mano sul canniccio. Le fonti storiche lo fanno risalire a prima degli imperi incaico e azteco, ma è un terremoto a renderlo un sistema costruttivo codificato: dopo un sisma della metà del Settecento in area andina, la quincha si diffonde come alternativa esplicita alla tapia (muratura in terra battuta), che si era dimostrata fragile e letale.

La variante più raffinata, nota come estilo temblorero ("stile tremante"), separa esplicitamente il comportamento dei piani: un primo livello più rigido assorbe parte dell'energia sismica, un secondo livello più flessibile la dissipa attraverso la deformazione del canniccio e dell'impasto di finitura. È un principio di progettazione antisismica moderna — rigidezza differenziata per piano, dissipazione controllata — messo in pratica con tecnica empirica un secolo prima che la dinamica strutturale lo formalizzasse. Dopo il terremoto del Quindío del 1999, le case in bahareque e Guadua hanno mostrato tassi di collasso molto più bassi delle murature in calcestruzzo armato non conforme della stessa regione, ed è proprio questo dato a innescare in Colombia lo sforzo di normare formalmente la costruzione in bambù (si veda l'approfondimento sulla normativa strutturale del bambù).

Vietnam: ponti sospesi e ponteggi senza un chiodo

Nel delta del Mekong e lungo i corsi d'acqua del Vietnam settentrionale, il bambù è tradizionalmente il materiale dell'infrastruttura leggera: ponti pedonali sospesi, palafitte, ponteggi da cantiere ancora oggi diffusissimi nelle città vietnamite per la costruzione di edifici in cemento armato di diversi piani — un paradosso solo apparente, perché il bambù ponteggio ha un rapporto peso/resistenza e una velocità di montaggio che il tubo metallico non eguaglia per strutture temporanee di media altezza. Le giunzioni tradizionali vietnamite non usano ferramenta: legature di fibra di rattan o corda vegetale, talvolta rinforzate con chiodi di bambù stesso, trasferiscono i carichi per attrito e incastro geometrico, non per serraggio meccanico.

Questa cultura costruttiva silenziosa — mai monumentale, sempre infrastrutturale — è il terreno su cui negli ultimi vent'anni si sono innestati progetti d'autore che hanno reinterpretato il bambù vietnamita in chiave contemporanea, portando all'estremo la logica delle volte geodetiche e delle strutture reticolari a doppia curvatura per coprire spazi pubblici di media luce. La differenza rispetto al bahareque colombiano è netta: qui il bambù non è mai combinato con terra o fango come materiale portante misto — resta un materiale ligneo puro, lavorato a secco.

Bali: dalla capanna di riso al materiale d'autore

La tradizione balinese tradizionale usa il bambù soprattutto per elementi secondari — recinzioni, coperture, strutture agricole leggere — non per l'abitazione principale, tipicamente in muratura di mattoni o pietra vulcanica. È un dato che rende ancora più significativo quanto accaduto dal 2006: John e Cynthia Hardy fondano a Bali il Green School, un campus scolastico interamente in bambù strutturale a vista, e nel 2010 la figlia Elora Hardy fonda lo studio IBUKU per proseguire e scalare quel linguaggio. Da allora IBUKU ha realizzato oltre novanta strutture in bambù tra Sud-Est asiatico e Africa, incluse decine di edifici del campus stesso — tra cui, nel 2021, l'Arc, una copertura a doppia curvatura di grande luce.

Il salto tecnico rispetto alla tradizione locale è il trattamento sistematico dei culmi con una soluzione a base di borace e acido borico — a bassa tossicità, che rende gli zuccheri del bambù indigesti agli insetti xilofagi senza i biocidi pesanti spesso usati sul legname da costruzione. I culmi vengono forati in corrispondenza dei nodi interni per permettere alla soluzione di penetrare l'intero fusto, poi immersi per circa due settimane oppure trattati in camera di bollitura per 24 ore. È un trattamento derivato da tecniche di impregnazione già note (il metodo Boucherie a pressione, sviluppato nell'Ottocento per il legno), adattato alla geometria cava e nodosa del bambù — la differenza tra un padiglione che dura cinque anni e uno che ne dura trenta.

Tre tradizioni a confronto
Logica costruttivaTelaio misto (Colombia) / Legatura a secco (Vietnam) / Struttura a vista trattata (Bali)
Materiale di completamentoTerra e fango / Nessuno / Nessuno (a vista)
Giunzioni tipicheCanniccio + impasto / Legatura in rattan / Iniezione di malta nei nodi
Trattamento anti-insettiEmpirico locale / Empirico locale / Boro sistematico (borace + acido borico)
Prestazione sismica documentataAlta (post-1999 Quindío) / Non applicabile (basso rischio) / Non ancora normata

Il punto che unisce le tre tradizioni, al di là delle differenze tecniche, è che nessuna delle tre nasce da un capriccio estetico: il bahareque risponde a un rischio sismico documentato, la tradizione vietnamita a un'economia di cantiere reale (il ponteggio in bambù costa e pesa una frazione del metallo), Bali a un progetto pedagogico ed ecologico esplicito che ha poi trovato un mercato architettonico globale. Capire questa origine funzionale aiuta a evitare l'errore opposto e speculare — trattare il bambù come esotismo decorativo, staccato dalla logica strutturale che lo ha reso, in ciascun contesto, la scelta più razionale disponibile.

«Tre culture diverse hanno risposto allo stesso materiale con tre soluzioni tecniche incompatibili tra loro — e tutte e tre corrette. Il bambù non ha un solo modo giusto di essere costruito: ha tanti modi giusti quante sono le condizioni ambientali a cui risponde.» — Ing. Arch. Sara Conti