Poche coppie di autori nella stessa disciplina rappresentano due estremi opposti quanto Simón Vélez e IBUKU. Entrambi lavorano quasi esclusivamente in bambù strutturale. Entrambi hanno costruito la propria reputazione internazionale su questo materiale, considerato marginale dall'architettura accademica occidentale fino a pochi decenni fa. Ma il loro rapporto con la forma, con la giunzione, con l'idea stessa di cosa significhi "onestà strutturale" non potrebbe essere più diverso.

Simón Vélez: l'ingegneria come disciplina, non come vincolo

Vélez, architetto colombiano senza formazione ingegneristica accademica formale, ha costruito il proprio linguaggio attorno a un'idea quasi ostinata: il bambù Guadua va usato in compressione e in flessione esattamente come si userebbe l'acciaio o il cemento armato, con un dettaglio costruttivo capace di risolvere il problema strutturale più critico del materiale — la giunzione. La sua soluzione, oggi diffusissima, consiste nel forare i nodi interni del culmo in corrispondenza del punto di giunzione e iniettarvi malta cementizia: la malta indurita crea un dado rigido interno che permette di far passare barre filettate attraverso il culmo senza schiacciarne le fibre esterne sottili, altrimenti vulnerabili allo schiacciamento locale sotto il serraggio di un bullone convenzionale.

Il risultato formale è coerente con il metodo: capriate radiali, coperture a raggiera, grandi sbalzi — tutti visibili, tutti leggibili come diagramma di forze, senza rivestimenti che ne nascondano la logica. Il ZERI Pavilion di Hannover (Expo 2000) rimane l'opera manifesto: quaranta metri di luce in copertura, montati e smontati in poche settimane, senza una singola trave in acciaio nella struttura principale. È un'estetica che nasce dalla necessità tecnica e la trasforma in linguaggio — non il contrario. Vélez non disegna prima la forma e poi cerca come costruirla in bambù: disegna a partire da cosa la Guadua, correttamente giuntata, può fare.

IBUKU: il bambù come materiale scultoreo

IBUKU nasce a Bali nel 2010, fondato da Elora Hardy per proseguire e ampliare il lavoro dei genitori John e Cynthia Hardy, che nel 2006 avevano fondato il campus scolastico Green School interamente in bambù a vista. L'approccio di IBUKU parte da un presupposto quasi opposto a quello di Vélez: il bambù non va piegato alla logica della trave dritta e del nodo strutturale visibile, ma assecondato nella sua naturale tendenza a curvare, avvolgere, formare spirali e volumi organici. Molti progetti dello studio — la villa Sharma Springs sopra la valle del fiume Ayung, alta sei piani e descritta come la casa in bambù più alta dell'Indonesia, o le grandi coperture a spirale del campus stesso — vengono progettati non attraverso disegni tecnici tradizionali ma attraverso modelli fisici in scala, costruiti e ricostruiti a mano fino a trovare la geometria che il materiale "vuole" assumere.

La differenza rispetto a Vélez è anche nella scala del dettaglio: dove Vélez espone la malta iniettata nei nodi come parte del linguaggio tecnico, IBUKU tende a curare la giunzione come dettaglio artigianale-decorativo, spesso con legature in fibra naturale visibili, superfici levigate a mano, intere pareti curve che ricordano più una scultura abitabile che un diagramma statico. Il trattamento sistematico dei culmi con soluzione borica — necessario per la durabilità in clima tropicale umido — è comune a entrambi gli approcci, ma mentre in Vélez resta un passaggio tecnico invisibile, in IBUKU è parte di un processo artigianale raccontato quasi quanto la forma finale.

Due filosofie a confronto
Approccio progettualeCalcolo strutturale esplicito (Vélez) / Modelli fisici a mano (IBUKU)
Giunzione caratteristicaMalta iniettata nei nodi / Legature in fibra naturale a vista
Geometria dominanteRadiale/rettilinea (Vélez) / Curva a spirale (IBUKU)
Opera manifesto VélezZERI Pavilion, Hannover 2000
Opera manifesto IBUKUGreen School e Sharma Springs, Bali
Rapporto con la strutturaEsibita come diagramma / Integrata nella forma scultorea

Che non esista un solo modo "corretto" di rendere il bambù linguaggio architettonico è, in fondo, la prova più solida della sua maturità come materiale da costruzione: un materiale davvero marginale non genera due scuole di pensiero internazionalmente riconosciute e reciprocamente incompatibili nella forma. Genera solo imitazioni di un singolo prototipo. Vélez e IBUKU dimostrano, ciascuno a modo proprio, che il bambù può sostenere tanto la disciplina quanto la libertà formale — la scelta tra le due non è imposta dal materiale, è dell'architetto.

«Vélez tratta il bambù come acciaio che cresce dalla terra. IBUKU lo tratta come argilla che si è già indurita. Sono la prova che un materiale povero, quando lo si prende sul serio, genera più di un solo linguaggio possibile — esattamente come è successo al legno, al vetro, all'acciaio prima di lui.» — Ing. Arch. Sara Conti