Poche coppie di autori nella stessa disciplina rappresentano due estremi opposti quanto Simón Vélez e IBUKU. Entrambi lavorano quasi esclusivamente in bambù strutturale. Entrambi hanno costruito la propria reputazione internazionale su questo materiale, considerato marginale dall'architettura accademica occidentale fino a pochi decenni fa. Ma il loro rapporto con la forma, con la giunzione, con l'idea stessa di cosa significhi "onestà strutturale" non potrebbe essere più diverso.
Simón Vélez: l'ingegneria come disciplina, non come vincolo
Vélez, architetto colombiano senza una formazione da ingegnere, ha costruito il proprio linguaggio attorno a un'idea ostinata: usare la Guadua in compressione e in flessione come si userebbe l'acciaio o il cemento armato, grazie a un dettaglio che risolve il punto più critico del materiale, la giunzione. La sua soluzione, oggi molto diffusa, consiste nel forare i nodi interni del culmo in corrispondenza del punto di giunzione e iniettarvi malta cementizia: la malta indurita crea un dado rigido interno che permette di far passare barre filettate attraverso il culmo senza schiacciarne le fibre esterne sottili, altrimenti vulnerabili allo schiacciamento locale sotto il serraggio di un bullone convenzionale.
Il risultato formale è coerente con il metodo: capriate radiali, coperture a raggiera, grandi sbalzi, tutti visibili e leggibili come diagrammi di forze, senza rivestimenti che ne nascondano la logica. Il padiglione ZERI dell'Expo di Hannover (2000) resta l'opera più nota: una copertura di circa quaranta metri di diametro, senza travi d'acciaio nella struttura principale. L'estetica nasce dalla necessità tecnica. Vélez non disegna prima la forma e poi cerca come costruirla in bambù: disegna a partire da cosa la Guadua, correttamente giuntata, può fare.
IBUKU: il bambù come materiale scultoreo
IBUKU nasce a Bali nel 2010, fondato da Elora Hardy per proseguire e ampliare il lavoro dei genitori John e Cynthia Hardy, che nel 2008 avevano aperto la Green School, un campus scolastico in bambù a vista. IBUKU parte da un presupposto quasi opposto a quello di Vélez: invece di piegare il bambù alla logica della trave dritta e del nodo visibile, lo asseconda nella sua naturale tendenza a curvare, avvolgere, formare spirali e volumi organici. Molti progetti dello studio, come la villa Sharma Springs sopra la valle del fiume Ayung, alta sei piani, o le grandi coperture a spirale del campus, nascono da modelli fisici in scala più che da disegni tecnici, costruiti e ricostruiti a mano fino a trovare la geometria che il materiale "vuole" assumere.
La differenza rispetto a Vélez è anche nella scala del dettaglio: dove Vélez espone la malta iniettata nei nodi come parte del linguaggio tecnico, IBUKU tende a curare la giunzione come dettaglio artigianale-decorativo, spesso con legature in fibra naturale visibili, superfici levigate a mano, intere pareti curve che ricordano più una scultura abitabile che un diagramma statico. Il trattamento sistematico dei culmi con sali di boro, necessario per la durabilità in clima tropicale umido, è comune a entrambi gli approcci, ma mentre in Vélez resta un passaggio tecnico invisibile, in IBUKU è parte di un processo artigianale raccontato quasi quanto la forma finale.
Il fatto che non esista un solo modo "corretto" di usare il bambù in architettura dice molto sulla sua maturità: un materiale marginale non produce due scuole riconosciute e così diverse nella forma, produce imitazioni di un unico prototipo. Vélez e IBUKU mostrano che il bambù regge tanto la disciplina quanto la libertà formale, e che la scelta spetta all'architetto.