Nell'estate del 2014, nel cortile interno del MoMA PS1 di Long Island City, si è alzata una torre alta circa dodici metri fatta da migliaia di mattoni bianchi e porosi, leggeri come il polistirolo, disposti a formare tre bulbi cavi collegati alla base. A fine settembre, la torre è stata smontata pezzo per pezzo e i mattoni — nessuno escluso — sono diventati compost, distribuito agli orti comunitari dei quartieri circostanti. Non è successo perché il progetto era stato pensato come temporaneo in senso convenzionale (molti padiglioni lo sono): è successo perché il materiale stesso, alla fine del suo ciclo, torna letteralmente a essere terra. Il progetto si chiamava Hy-Fi, firmato dallo studio newyorkese The Living, fondato e diretto dall'architetto David Benjamin, vincitore di quell'anno del Young Architects Program del MoMA.

Come si fa crescere un mattone

Il materiale alla base di Hy-Fi è prodotto da Ecovative Design, azienda fondata nel 2007 nello Stato di New York da Eben Bayer e Gavin McIntyre, due studenti di ingegneria meccanica al Rensselaer Polytechnic Institute che avevano cercato un'alternativa biodegradabile al polistirolo espanso per l'imballaggio. Il processo parte da uno scarto agricolo a basso costo — nel caso di Hy-Fi, steli di mais tritati, un residuo della filiera alimentare che altrimenti verrebbe bruciato o interrato. Questo substrato viene inoculato con spore di un fungo (un ceppo selezionato per la velocità di crescita e per le proprietà meccaniche del risultato finale) e versato dentro uno stampo, in questo caso stampi in forma di mattone cavo di dimensioni standard.

Nell'arco di circa cinque giorni a temperatura e umidità controllate, il micelio — la rete di filamenti microscopici, le ife, con cui il fungo esplora e digerisce il substrato — colonizza l'intera massa di steli di mais, legandoli insieme in un blocco solido continuo che replica fedelmente la forma dello stampo. A questo punto, il blocco viene estratto ed essiccato o sottoposto a un breve trattamento termico: un passaggio cruciale, perché serve a uccidere l'organismo e fermare la crescita esattamente nel punto in cui si vuole. Senza questo passaggio, il fungo continuerebbe a crescere, a produrre eventualmente corpi fruttiferi (i funghi visibili) e a degradare progressivamente il proprio stesso substrato strutturale — l'esatto opposto di quello che serve in un materiale da costruzione, dove la stabilità dimensionale nel tempo è un requisito di base.

La struttura di Hy-Fi: cosa hanno dovuto risolvere gli ingegneri

Il mattone di micelio, da solo, ha una resistenza a compressione molto bassa — nell'ordine di 0,1-1,2 N/mm², contro i 20-30 N/mm² di un normale laterizio cotto. Costruire una torre alta dodici metri con un materiale del genere richiede un ripensamento completo della logica strutturale: non si trattava di sostituire un materiale con un altro a parità di schema costruttivo, ma di disegnare una geometria capace di funzionare con quelle prestazioni meccaniche specifiche. The Living ha risolto il problema con una forma a bulbi rastremati verso l'alto — più larghi alla base, dove il carico compressivo è massimo e la sezione resistente più ampia, più stretti in sommità — e con una struttura ausiliaria leggera (montanti verticali) che irrigidisce l'insieme senza introdurre materiali pesanti o poco compatibili con il fine vita compostabile del progetto.

Sulla sommità della torre, una superficie in pellicola riflettente (un film specchiato) convoglia la luce solare verso il basso, illuminando l'interno cavo della struttura e creando un effetto ottico che ha reso Hy-Fi una delle installazioni più fotografate del programma PS1 di quell'anno. È un dettaglio che vale la pena notare: la componente più "ingegneristica" del progetto — il rivestimento riflettente — non era biodegradabile quanto i mattoni, ed è stata infatti rimossa e smaltita separatamente al momento dello smontaggio, mentre solo i mattoni sono finiti nel compost. È una distinzione che qualunque valutazione onesta del ciclo di vita di questi progetti deve fare: non tutto in un padiglione "biodegradabile" lo è davvero nella stessa misura.

Perché non è (ancora) un materiale strutturale

Il limite più immediato del micelio come materiale da costruzione resta la resistenza meccanica, che lo colloca fuori da qualunque impiego strutturale primario nel senso tradizionale del termine. Il secondo limite è la sensibilità all'umidità: il materiale, essendo di fatto una biomassa organica essiccata, riassorbe umidità se esposto a condizioni ambientali prolungate senza protezione, con rischio di rammollimento e ripresa di attività biologica residua se non trattato correttamente. Per questo motivo, gli impieghi commerciali attuali di Ecovative si concentrano su applicazioni a rischio contenuto: imballaggi protettivi (il mercato originario dell'azienda, oggi in sostituzione diretta del polistirolo per grandi clienti come Dell e IKEA in alcuni prodotti), pannelli acustici e termoisolanti non strutturali per interni, e un prodotto specifico chiamato MycoBoard, pensato come alternativa al pannello di particelle (particleboard) per mobili e arredi, con il vantaggio di non richiedere le resine formaldeidiche tipiche di quel settore.

La ricerca in corso — sia in Ecovative sia in diversi laboratori universitari, dal MIT alla Bartlett School of Architecture di Londra — punta a migliorare le proprietà meccaniche variando il substrato (fibre più lunghe e resistenti al posto degli steli di mais tritati), il ceppo fungino utilizzato, e la densità di crescita ottenuta comprimendo il materiale durante o dopo la fase di colonizzazione. Nessuno di questi sviluppi ha ancora prodotto, al 2026, un composito di micelio impiegabile in un elemento strutturale portante certificato secondo un Eurocodice: la strada resta quella degli impieghi non strutturali, dove però il vantaggio ambientale — energia di processo bassissima rispetto a qualunque isolante convenzionale, materia prima di scarto, biodegradabilità completa a fine vita — è già oggi un dato solido, non una promessa.

Un'eredità che va oltre il singolo padiglione

Hy-Fi non è stato il primo esperimento con il micelio in architettura — Ecovative sperimentava già da anni con installazioni più piccole, e altri gruppi di ricerca lavoravano in parallelo — ma è stato probabilmente il progetto che ha reso il materiale visibile a un pubblico ampio, non solo specialistico, dimostrando su scala reale (non da laboratorio) che una struttura auto-portante di dimensioni ragguardevoli poteva essere costruita e smontata secondo una logica di economia circolare completa. Il fatto che, dieci anni dopo, il micelio compaia stabilmente nella conversazione sui materiali da costruzione del futuro — accanto a materiali con una storia di ricerca molto più lunga, come il calcestruzzo autoriparante — deve non poco alla visibilità di quella singola estate newyorkese.

«Il dato più interessante di Hy-Fi non è che fosse fatto di un fungo. È che, a fine stagione, non c'era nulla da smaltire come rifiuto edilizio — solo compost per l'orto del quartiere. È l'unico materiale da costruzione che conosco il cui fine vita è, letteralmente, tornare a essere concime.» — Ing. Arch. Sara Conti