La terra cruda ha prodotto due delle risposte più radicalmente diverse mai date allo stesso problema costruttivo: come vivere in comunità dense in climi aridi, senza pietra né legno in quantità sufficiente. Shibam, nello Yemen, ha risposto costruendo in altezza. I villaggi del Sahel hanno risposto costruendo un sistema di manutenzione collettiva capace di mantenere in vita l'architettura più fragile del pianeta per secoli. Nessuna delle due soluzioni è "più primitiva" dell'altra: sono due ingegnerie sociali diverse applicate allo stesso materiale povero.

Quattro modi di costruire con la terra

Prima di guardare le città, conviene distinguere le tecniche, perché "terra cruda" indica famiglie costruttive molto diverse. L'adobe, o mattone crudo, è un blocco di terra impastata con acqua e spesso con paglia, modellato in uno stampo di legno e lasciato seccare al sole: è la tecnica di Shibam, di Djenné e di gran parte del Medio Oriente e dell'America latina. Il pisé, o terra battuta, si ottiene compattando strati di terra umida dentro casseri di legno, un po' come si getta il calcestruzzo, fino a formare muri monolitici; è diffuso dal Marocco alla Cina, e in Europa dalla Francia al Piemonte. La bauge, in inglese cob, è un impasto più ricco di paglia modellato direttamente a mano, strato su strato, senza stampi né casseri. Il graticcio, infine, è un'intelaiatura di legno o di canne rivestita con un impasto di terra e fibre, una tecnica leggera usata in tutto il mondo.

Ogni tecnica ha un comportamento diverso. L'adobe permette di costruire in fretta con manodopera non specializzata e di lasciare seccare i blocchi prima della posa, riducendo il ritiro del muro; il pisé dà muri più densi e resistenti, ma richiede casseri e molto lavoro di compattazione; la bauge si adatta a forme libere e curve; il graticcio è leggero e si comporta meglio in caso di terremoto. In tutte, però, la qualità dipende dalla terra: serve la giusta proporzione di argilla, che fa da legante, e di sabbia e ghiaia, che danno struttura. Troppa argilla fa fessurare il muro mentre asciuga, troppo poca lo rende friabile. Per questo le tradizioni costruttive locali sono anzitutto un sapere sulla terra del luogo, accumulato in secoli di tentativi.

Shibam: il grattacielo di fango prima del grattacielo

La città vecchia di Shibam, nella valle dello Wadi Hadhramaut, in Yemen, è soprannominata "la Manhattan del deserto" — un'espressione coniata dalla scrittrice ed esploratrice Freya Stark negli anni Trenta del Novecento e da allora rimasta il modo più efficace per descrivere l'effetto visivo della città a chiunque non l'abbia vista di persona. Circa cinquecento edifici a torre, alti da cinque a undici piani e in alcuni casi oltre trenta metri, si ammassano su una superficie compatta circondata da mura difensive. La maggior parte delle torri attuali risale alla ricostruzione seguita a una devastante alluvione del 1532, anche se l'insediamento stesso ha quasi duemila anni di storia.

La logica costruttiva non è estetica ma strategica su due fronti: costruire in verticale permetteva di risparmiare il terreno agricolo scarso della valle, coltivato al piede delle torri, e offriva protezione dalle incursioni beduine dell'epoca. Ogni piano ospita tipicamente una o due stanze, con gli spessori murari che si riducono progressivamente verso l'alto — più spessi e portanti alla base, più sottili ai piani superiori — un principio di ottimizzazione strutturale simile a quello che, secoli dopo, avrebbe governato la rastremazione dei grattacieli in acciaio e cemento armato. L'UNESCO ha riconosciuto Shibam patrimonio dell'umanità nel 1982, definendola "il migliore esempio di pianificazione urbana basata sul principio della costruzione verticale" applicata a un materiale che, altrove, viene associato quasi solo a strutture basse.

Guardando da vicino le torri si capisce come i costruttori di Shibam abbiano gestito i punti deboli del materiale. Le case poggiano su basamenti di pietra, che le separano dall'umidità del terreno e dalle piene del wadi. I solai e le architravi sono di legno, spesso di palma o di acacia, e le travi sporgenti aiutano anche a leggere dall'esterno la divisione dei piani. Le parti alte delle torri e i coronamenti sono spesso intonacati con calce bianca, più resistente della terra all'erosione della pioggia, e le coperture piane vengono periodicamente ripassate con nuovi strati di terra. Anche a Shibam, quindi, la durata dipende dalla manutenzione: una torre abbandonata comincia a degradarsi dall'alto, dove la pioggia colpisce per prima, e in pochi anni può diventare pericolante.

Proprio per questo la città è oggi fragile. Nel 2008 una tempesta tropicale e le alluvioni che ne seguirono danneggiarono le fondazioni di molte case; dal 2015, con la guerra in Yemen, Shibam è iscritta nella lista del Patrimonio dell'Umanità in pericolo, e la mancanza di risorse e di manutenzione ha causato negli ultimi anni crolli di diversi edifici dopo piogge intense. È la dimostrazione più drammatica del principio che attraversa tutto questo articolo: un'architettura di terra non è fragile in sé, ma lo diventa quando si interrompe il lavoro sociale che la tiene in vita.

Il Sahel: la manutenzione come tecnologia costruttiva

Se Shibam risolve il problema della densità con l'altezza, la tradizione costruttiva del Sahel africano — dalla Grande Moschea di Djenné, in Mali, alle centinaia di villaggi minori della regione — risolve un problema diverso, la durabilità in un clima con piogge stagionali intense, con una strategia che non è tecnica ma sociale: la manutenzione collettiva periodica. La Grande Moschea di Djenné, la più grande struttura in mattoni crudi al mondo con una pianta di 75×75 metri e minareti alti 16 metri, viene reintonacata ogni anno da tutta la comunità in una cerimonia collettiva che coinvolge centinaia di persone. Non è un evento culturale accessorio alla costruzione — è la tecnologia costruttiva stessa, applicata come processo continuo invece che come intervento una tantum.

Questa strategia sposta radicalmente il criterio con cui giudicare la "durabilità" di un edificio in terra cruda: un muro di Djenné non è progettato per durare decenni senza intervento, come lo sarebbe un muro in pietra o in calcestruzzo — è progettato per essere rinnovato ogni stagione, in un ciclo che, se la comunità sociale che lo sostiene rimane intatta, può teoricamente continuare all'infinito. È un modello di durabilità che dipende dalla continuità sociale tanto quanto dalla tecnica costruttiva — un aspetto spesso trascurato quando si valuta la terra cruda solo con i parametri dell'ingegneria dei materiali.

La Grande Moschea che vediamo oggi fu ricostruita nel 1907 sulle rovine di un edificio precedente, sotto la guida del capo della corporazione dei muratori di Djenné, i barey ton, una confraternita che tramandava tecniche e segreti del mestiere di generazione in generazione. Le facciate sono attraversate da centinaia di pali di legno di palma, i toron, che sporgono dal muro: sono insieme decorazione, rinforzo e impalcatura permanente, perché è arrampicandosi su di essi che gli uomini raggiungono le parti alte durante la manutenzione. L'intonaco, chiamato banco, è un impasto di terra argillosa e acqua lasciato fermentare per giorni con pula di riso o altre fibre vegetali, che lo rendono più plastico e meno soggetto a fessurarsi.

La festa del crépissage, il rinnovo dell'intonaco, si tiene ogni anno prima della stagione delle piogge. Nei giorni precedenti si prepara il banco nelle fosse lungo il fiume; poi, in una sola giornata, gli uomini dei diversi quartieri della città salgono sulle pareti e stendono il nuovo strato a mano, mentre le donne e i ragazzi trasportano acqua e impasto, tra musica e una competizione amichevole tra quartieri per chi finisce prima. I muratori della corporazione dirigono il lavoro e controllano la qualità. Per un architetto è difficile trovare un esempio più chiaro di come un edificio possa essere, allo stesso tempo, un oggetto costruito e un'istituzione sociale.

Due strategie a confronto
Shibam, YemenDensità verticale · torri fino a 11 piani / 30 m
Djenné e Sahel, MaliManutenzione collettiva annuale · pianta 75×75 m
Strategia dominanteOttimizzazione strutturale (Shibam) / Rito sociale ricorrente (Sahel)
Riconoscimento UNESCO1982 (Shibam) · Djenné dal 1988
Vulnerabilità principaleErosione da pioggia diretta in entrambi i casi

Altre città di terra

Shibam e Djenné sono i casi più celebri, ma la geografia della terra cruda è molto più ampia. In Perù, Chan Chan, capitale del regno Chimú fiorito prima degli Inca, è la più grande città di terra dell'America precolombiana, con recinti di mura in adobe decorate a rilievo. Nel Nuovo Messico, il pueblo di Taos è abitato senza interruzione da circa mille anni, in edifici di adobe a più livelli che vengono rinnovati con nuovi intonaci di terra. Nella provincia cinese del Fujian i tulou, grandi edifici circolari o quadrati in terra battuta che ospitavano interi clan familiari attorno a un cortile, sono diventati patrimonio UNESCO nel 2008. In Marocco, gli ksour come Aït Benhaddou mostrano villaggi fortificati di terra battuta e mattoni crudi lungo le antiche vie carovaniere.

C'è anche un caso che mostra il limite principale del materiale. La cittadella di Bam, in Iran, era uno dei più grandi complessi di terra cruda del mondo, con mura, torri e un'intera città storica costruita in adobe. Il terremoto del 26 dicembre 2003 la distrusse quasi completamente e uccise decine di migliaia di persone nella città moderna circostante, dove molte abitazioni erano anch'esse di terra non rinforzata. La terra cruda tradizionale ha una resistenza molto bassa agli sforzi di trazione provocati dalle scosse, e nelle zone sismiche va progettata con rinforzi, collegamenti e forme adatte: è il tema dell'approfondimento dedicato alla sismica.

Un materiale, infinite risposte locali

Il filo che unisce queste due tradizioni, insieme a quelle già note del mondo andino, mesopotamico e nordafricano, è che nessuna di esse tratta la terra cruda come un compromesso accettato per mancanza di alternative migliori. Ciascuna ha sviluppato, nel tempo, una risposta tecnica e sociale specifica al proprio contesto climatico ed economico — verticalità a Shibam per ottimizzare suolo scarso e difendersi, manutenzione rituale nel Sahel per gestire un clima con piogge stagionali distruttive, spessori murari e volte senza casseforme nell'Egitto di Hassan Fathy per la ventilazione naturale. Comprendere questa varietà di soluzioni è utile non per nostalgia, ma perché la ricerca contemporanea sulla terra cruda — normativa sismica, stabilizzazione moderna, progetti di Kéré e Heringer — costruisce esplicitamente su questo repertorio di soluzioni locali, non lo sostituisce.

E in Italia?

Anche l'Italia ha una tradizione di terra cruda, meno conosciuta di quella dei grandi siti internazionali ma ancora visibile. In Sardegna, soprattutto nel Campidano, le case a corte sono costruite con i ladiri, mattoni crudi di terra e paglia seccati al sole. In Abruzzo e nelle Marche si trovano le case in massone, costruite modellando a mano grandi pani di terra impastata con paglia, una tecnica simile alla bauge; a Casalincontrada, in provincia di Chieti, un museo e un'associazione ne curano la conservazione. Nella pianura alessandrina, in Piemonte, la Frascheta conserva numerosi edifici rurali in terra battuta. Sono architetture povere, spesso abbandonate o trasformate, ma documentano un sapere costruttivo che fino alla metà del Novecento era normale anche da noi.

Tutte queste tradizioni condividono una logica fisica che vale ancora oggi. In un clima con forti escursioni tra giorno e notte, un muro di terra spesso accumula il calore durante il giorno e lo rilascia lentamente nelle ore fresche, con uno sfasamento di diverse ore: l'interno resta più stabile dell'esterno senza impianti. La terra, inoltre, assorbe e cede l'umidità dell'aria, attenuando i picchi di umidità interna. E tutte condividono la stessa regola pratica, riassunta da un proverbio diffuso in molte lingue: una casa di terra ha bisogno di buone scarpe e di un buon cappello, cioè di un basamento che la separi dall'umidità del suolo e di una copertura che la protegga dalla pioggia. Tra le scarpe e il cappello, il muro può durare secoli.

«Shibam ha risolto lo stesso problema di Djenné in modo opposto: dove uno ha costruito più in alto, l'altro ha costruito più spesso nel tempo. Nessuna delle due è la risposta "giusta" alla terra cruda — sono la prova che un materiale povero genera ingegnerie sociali sofisticate quanto quelle dei materiali nobili.» — Sara Conti