Il laterizio ha una proprietà che pochi materiali da costruzione condividono: un mattone pieno ben cotto, se demolito con cura, non perde le proprietà meccaniche e chimiche che aveva alla posa. Non c'è degrado interno paragonabile alla carbonatazione del calcestruzzo, non c'è fatica del materiale paragonabile a quella dell'acciaio: il mattone che si estrae da un edificio del primo Novecento, se non è stato danneggiato meccanicamente nella demolizione stessa, è chimicamente identico al mattone che è stato posato un secolo prima. Questo lo rende, sulla carta, il candidato ideale per il riuso diretto — senza rifusione, senza reimpasto, senza alcun processo industriale intermedio tra la demolizione e la nuova posa.

Il paradosso normativo del mattone di recupero

Il vero ostacolo all'economia circolare del mattone non è tecnico ma amministrativo. Un mattone che proviene da un cantiere di demolizione, per la normativa vigente sui rifiuti da costruzione e demolizione in vigore in Italia e nella maggior parte dei paesi europei, è classificato giuridicamente come rifiuto (codice CER 170102 per i rifiuti misti di laterizio) fino a prova contraria. Per essere reimmesso sul mercato come prodotto da costruzione — non come rifiuto recuperato — deve superare un percorso di "cessazione della qualifica di rifiuto" (end of waste) che richiede test di conformità, tracciabilità documentale e spesso certificazioni che la filiera del mattone nuovo non deve dimostrare, semplicemente perché nasce già come prodotto. Questo crea un'asimmetria paradossale: un materiale fisicamente più testato nel tempo di qualunque mattone appena prodotto (un secolo di servizio reale contro zero) affronta più ostacoli burocratici per essere riutilizzato di un mattone mai esposto ad alcuna sollecitazione.

Reclaimed brick: un mercato di nicchia già maturo

Nonostante l'ostacolo normativo, un mercato del "reclaimed brick" esiste ed è già relativamente maturo, soprattutto nel Regno Unito e nei paesi del Nord Europa, dove la sensibilità per il valore estetico del mattone invecchiato — colori stinti, spigoli smussati dall'uso, patina di calce residua dalle vecchie malte — ha generato una domanda specifica per progetti di ristrutturazione e ampliamento in continuità storica. In questi mercati, il mattone di recupero non compete sul prezzo con il mattone nuovo (spesso costa di più, per via dei costi di selezione, pulizia e manodopera nel disfare a mano le vecchie murature invece di demolirle con mezzi meccanici) ma su un valore che il mattone nuovo semplicemente non può offrire: l'aspetto di un materiale che ha già vissuto decenni, indistinguibile — perché lo è realmente — da quello di un edificio storico adiacente.

Mattone nuovo contro mattone di recupero
Prestazione meccanica dopo 80-100 anniSostanzialmente invariata se non danneggiato in demolizione
Classificazione normativa alla demolizioneRifiuto (CER 170102) fino a end of waste
CostoSpesso superiore al mattone nuovo (manodopera di selezione)
Impronta di carbonio del riuso direttoProssima a zero — nessuna nuova cottura
Mercato più maturoRegno Unito e Nord Europa

Perché il riuso diretto batte comunque il riciclo come aggregato

Quando il riuso diretto del mattone intero non è praticabile — per danneggiamento in fase di demolizione, per formati non più richiesti dal mercato, o semplicemente per assenza di filiera locale di selezione — l'alternativa più diffusa è il riciclo del laterizio triturato come aggregato per calcestruzzi non strutturali, sottofondi stradali o drenaggi. È una soluzione valida dal punto di vista della gestione dei rifiuti, ma dal punto di vista energetico e di valore aggiunto è molto meno efficiente del riuso diretto: il mattone intero riusato conserva tutta l'energia spesa nella sua produzione originale (la cosiddetta energia incorporata), mentre l'aggregato triturato conserva solo il valore della materia prima, non quello della forma né dell'energia di cottura. In Italia, progetti di ricerca come BRICK di ENI Rewind studiano proprio come rendere più semplice, dal punto di vista normativo e logistico, il passaggio diretto dal cantiere di demolizione al cantiere di nuova costruzione, saltando la fase di triturazione che oggi è quasi sempre l'unica via praticabile su scala industriale.

La barriera più grande, in sintesi, non è la fisica del materiale — è l'assenza di una filiera organizzata di selezione, pulizia e ricertificazione del mattone recuperato che renda economicamente competitivo ciò che tecnicamente è già perfettamente riutilizzabile.

«Il mattone è probabilmente il materiale da costruzione più pronto per l'economia circolare che abbiamo — e quello che sfruttiamo di meno in questo senso. Non serve inventare una tecnologia di riciclo: serve smettere di trattare come rifiuto un materiale che ha già dimostrato, sul campo, di durare un secolo o più.» — Ing. Arch. Sara Conti