Nelle sue lezioni all'Università della Pennsylvania, Louis Kahn amava raccontare un dialogo immaginario con il materiale che stava per usare: "Chiedi al mattone cosa vuole diventare. Il mattone ti risponde: mi piace un arco. E se gli dici: gli archi costano cari, posso metterti sopra un architrave di cemento — cosa ne pensi, mattone? Il mattone ti risponde di nuovo: mi piace un arco." L'aneddoto, spesso citato fuori contesto come una stravaganza retorica, esprime in realtà un principio progettuale preciso: ogni materiale ha una logica strutturale e formale che gli è propria, e il compito del progettista non è imporgli una forma estranea ma ascoltare cosa quel materiale, per come è fatto, sa fare meglio.

Louis Kahn: il mattone che porta se stesso

Kahn applica questo principio in modo più coerente nell'Indian Institute of Management di Ahmedabad (1962–1974), dove il mattone non è un rivestimento ma la struttura portante vera e propria: enormi archi e aperture circolari in muratura di mattoni, spessori murari importanti, superfici che restano grezze e non intonacate. Il complesso, costruito con manodopera e materiali locali in un clima che rende il mattone (cotto con tecniche tradizionali indiane, spesso in fornaci a fossa) una scelta economicamente e climaticamente logica, diventa un manifesto della coerenza tra materiale disponibile e forma architettonica. Alla Phillips Exeter Academy Library (1965–1972), Kahn usa il mattone per l'involucro esterno portante — pilastri e archi in mattoni pieni — mentre riserva il calcestruzzo alla struttura interna a doppio anello che organizza gli spazi di lettura: una gerarchia dei materiali che rispecchia una gerarchia degli usi, dalla protezione dall'esterno alla libertà spaziale dell'interno.

Herzog & de Meuron: il mattone come texture, non come massa

Herzog & de Meuron affrontano il problema da una direzione quasi opposta nell'estensione della Tate Modern a Londra, il Blavatnik Building (2016): una torre di 65 metri il cui involucro esterno è un reticolo di mattoni forati disposti secondo un pattern che lascia passare la luce, non una muratura piena e portante come in Kahn. Il mattone qui non è la struttura — la torre ha un telaio in cemento armato — ma un filtro visivo e climatico, una "pelle" che dialoga in scala e colore con il mattone della vicina Bankside Power Station, la centrale elettrica dismessa che costituisce il corpo principale del museo. È lo stesso approccio "fenomenologico" che caratterizza tutta la ricerca sui materiali dello studio: non chiedersi come appare un materiale in astratto, ma cosa fa quella superficie specifica — in questo caso, come filtra la luce e come dialoga con la memoria industriale del sito.

Aldo Rossi e il mattone della città

Aldo Rossi porta il mattone in una terza direzione ancora: quella della memoria collettiva urbana. Nel Cimitero di San Cataldo a Modena (1971, completato negli anni successivi alla sua morte), il mattone a vista riveste volumi elementari e ripetuti — cubi, coni tronchi, un lungo porticato — in una composizione che richiama esplicitamente la tipologia della casa e della città tradizionale italiana in mattoni, ma svuotata di ogni funzione abitativa: è "la città dei morti" costruita con lo stesso materiale della città dei vivi. Nella teoria di Rossi, esposta ne "L'architettura della città" (1966), il mattone non è mai un materiale neutro: porta con sé la memoria tipologica di secoli di edilizia urbana lombarda ed emiliana, ed è proprio questa memoria — non la prestazione tecnica — a renderlo la scelta appropriata per un'architettura che vuole essere riconoscibile come parte della città storica, anche quando la funzione è radicalmente nuova.

Il filo che lega questi tre approcci, apparentemente lontanissimi tra loro, è che nessuno dei tre tratta il mattone come un rivestimento intercambiabile con qualsiasi altro materiale a scelta puramente estetica. Kahn lo ascolta come logica strutturale, Herzog & de Meuron lo usano come filtro percettivo, Rossi lo usa come memoria tipologica — ma in tutti e tre i casi il mattone porta un significato che nessun altro materiale potrebbe portare allo stesso modo.

Tre linguaggi del mattone a confronto
Louis KahnIIM Ahmedabad, Exeter Library — mattone come logica strutturale
Herzog & de MeuronBlavatnik Building, Tate Modern — mattone come filtro di luce
Aldo RossiCimitero di San Cataldo, Modena — mattone come memoria tipologica
Elemento comuneIl mattone porta sempre un significato, non è mai neutro
«Kahn ascolta il mattone come si ascolta un ingegnere. Herzog & de Meuron lo trattano come si tratta la luce. Rossi lo usa come si usa la memoria. Tre risposte alla stessa domanda — "cosa vuoi diventare, mattone?" — e la vera lezione è che il materiale non ha mai una sola risposta giusta, ne ha quante ne sa ascoltare chi lo progetta.» — Ing. Arch. Sara Conti