A differenza del calcestruzzo, il laterizio ben cotto non ha una chimica interna che si trasforma nel tempo in modo dannoso: non carbonata, non subisce reazioni espansive dell'aggregato, non perde alcalinità protettiva perché non ne ha bisogno. Le sue patologie sono quasi sempre patologie dell'acqua — dove entra, cosa scioglie mentre ci passa attraverso, e cosa succede quando gela. Conoscerle bene è la differenza tra una facciata in mattoni che invecchia con dignità per un secolo e una che mostra i primi difetti dopo il primo inverno rigido.
Efflorescenze: il sale che sale in superficie
Le efflorescenze sono depositi biancastri, cristallini, che compaiono in superficie sui mattoni faccia vista — il difetto più visibile e più spesso segnalato dai committenti, anche se raramente il più grave dal punto di vista strutturale. Il meccanismo è semplice: l'acqua presente nel mattone o nella malta, contenente sali solubili (solfati di sodio, potassio, magnesio, calcio), migra verso la superficie per capillarità ed evapora. I sali, non più solubili, cristallizzano in superficie lasciando quel deposito bianco caratteristico. L'origine dei sali può essere l'argilla di partenza (se contiene carbonato di calcio o sali solubili non eliminati dalla cottura), la malta di allettamento (il cemento Portland è una fonte comune di sali solubili), o l'acqua di risalita capillare dal terreno in murature senza barriera orizzontale efficace.
Le efflorescenze primarie — quelle che compaiono nei primi mesi dopo la posa, quando la muratura sta ancora rilasciando l'acqua di cantiere — sono quasi sempre temporanee e si dilavano con le prime piogge. Le efflorescenze secondarie, che ricompaiono ciclicamente per anni, indicano un problema persistente: risalita capillare non risolta, infiltrazioni da coperture o davanzali mal dettagliati, o una malta con contenuto di sali solubili troppo alto per quel tipo di laterizio. La prevenzione in fase di progetto passa da tre scelte: selezione di laterizi a basso contenuto di sali solubili (verificabile secondo EN 771-1), malte a basso contenuto di sali per il faccia vista, e dettagli costruttivi che impediscano la stagnazione d'acqua su davanzali, cornicioni e attacchi a terra.
Gelo-disgelo: quando l'acqua nei pori si espande
Il gelo-disgelo è la patologia più grave, non solo estetica, del laterizio in climi con inverni rigidi. Il meccanismo: l'acqua penetra nei pori del laterizio per capillarità o per pioggia battente; quando la temperatura scende sotto zero, l'acqua contenuta nei pori gela e aumenta di volume di circa il 9%; se il mattone è saturo (pieno di acqua, senza spazio libero per l'espansione) e il gelo è ripetuto ciclicamente, la pressione generata scaglia la superficie del mattone — un fenomeno visibile come sfaldamento, distacco di scaglie, perdita progressiva di materiale dalla superficie esposta. Un singolo ciclo di gelo raramente causa danni visibili; sono le decine di cicli gelo-disgelo ripetuti ogni inverno, per anni, a produrre il degrado cumulativo.
La resistenza al gelo di un laterizio non è una proprietà automatica: dipende dalla struttura porosimetrica del materiale — un mattone con pori piccoli e ben distribuiti, con spazio sufficiente per l'espansione del ghiaccio senza generare pressioni distruttive, resiste bene; un mattone con pori grandi e comunicanti, facilmente saturabile, resiste male. La normativa EN 771-1 classifica i laterizi per resistenza al gelo in categorie (F0, F1, F2) proprio in base al coefficiente di assorbimento d'acqua e al comportamento in cicli di prova standardizzati. Per elementi esposti — parapetti, coronamenti, davanzali, cornicioni in zone alpine o comunque soggette a molti cicli di gelo annui — la scelta di un laterizio in classe F2 non è un capriccio tecnico: è la differenza tra un dettaglio che dura decenni e uno che si sfoglia in pochi inverni.
L'attacco solfatico: quando il problema è nella malta, non nel mattone
Una terza patologia, meno nota ma non rara, riguarda l'interazione chimica tra i solfati presenti nel laterizio (spesso in tracce naturali nell'argilla) e gli alluminati di calcio del cemento Portland nella malta di allettamento. In presenza di umidità persistente, questa reazione può formare ettringite, un minerale che cristallizza con un'espansione volumetrica significativa, capace di fratturare la malta dei giunti dall'interno. Il fenomeno è più frequente nelle murature esposte a umidità costante — muri controterra, zoccolature, murature a contatto con terreni ricchi di solfati — che non nelle facciate normalmente ventilate e asciutte. La prevenzione standard è l'uso di cementi resistenti ai solfati (classe SR secondo EN 197-1) nelle malte per murature interrate o soggette a umidità permanente, una precauzione che costa pochissimo in fase di progetto e previene un degrado che in fase di intervento richiede quasi sempre la demolizione e ricostruzione del giunto.
Il filo comune delle tre patologie è che nessuna nasce da un difetto del laterizio in sé — nasce dalla gestione dell'acqua nel dettaglio costruttivo. Un mattone di ottima qualità, posato senza barriera capillare, senza gocciolatoio sotto un davanzale, con una malta inadatta all'esposizione, sviluppa comunque efflorescenze, gelo-disgelo o attacco solfatico. La diagnostica del laterizio, più che quella di altri materiali, è prima di tutto una diagnostica dell'acqua: da dove entra, dove ristagna, come evapora.