Chi è
Giacomo Faro ha 34 anni. Ha studiato lettere a Bologna, poi ha cominciato a scrivere per sopravvivere e a viaggiare per vivere. Non è un architetto — è uno scrittore ossessionato dagli spazi. Ha letto Ruskin in treno, Zevi in aereo, Jencks in riva a fiumi sconosciuti. Ha dormito in ostelli di Osaka, case di studenti a São Paulo, appartamenti ad Helsinki che guardavano edifici di Aalto.
Questo è il suo vantaggio: entra in un edificio come entra un lettore in un romanzo. Senza sapere già la fine. Senza i filtri di chi ha studiato a lungo cosa dovrebbe vedere. E spesso trova cose che chi sapeva già cosa cercare si è perso.
Tiene 23 taccuini di viaggio. Uno è dedicato interamente a Louis Kahn. Ha visitato la stessa piazza a Barcellona diciassette volte in dieci anni. Non si è ancora stancato.
Come scrive
I suoi articoli non iniziano mai con la storia dell'edificio. Iniziano con un momento: un'ora, una luce, una sensazione fisica. Poi arriva la domanda — quella che il viaggio esiste per rispondere. E poi il percorso: i luoghi nell'ordine giusto, il confronto tra le tappe, quello che si capisce solo avendo fatto il viaggio completo.
Non scrive guide turistiche. Non dice "imperdibile". Racconta cosa guarda, perché lo guarda, e cosa cambia nel modo di vedere dopo averlo guardato. Il suo lettore ideale è qualcuno che ha già studiato l'architetto — e ora vuole finalmente incontrarlo.
Le sue posizioni
Giacomo Faro ha opinioni nette sul modo di fare turismo architettonico. Non le trattiene.
«Vale la pena — ma non per quello che pensi. Non per la facciata natività. Per le colonne interne: capire come Gaudí ha risolto il problema del carico è l'unica cosa che conta.»
«Il problema non è il numero di persone. Il problema è che quasi nessuno sa cosa sta guardando. E non è colpa loro — è colpa di chi non glielo ha insegnato.»
«Il Grand Tour del Settecento non era un'escursione. Era un curricolo. I giovani aristocratici tornavano cambiati perché avevano visto edifici che nessun libro poteva spiegare. Questa roba funziona ancora.»
«È la città che cambia di più se ci torni. Ogni tre anni è un posto diverso. È l'unica metropoli al mondo in cui l'architettura è sempre in dialogo con la sua stessa obsolescenza.»
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