San Marco è difficile da classificare. È medievale ma non romanica; ha coronamenti gotici aggiunti tra Tre e Quattrocento ma non è gotica; ha la pianta a croce greca con cinque cupole della chiesa dei Santi Apostoli di Costantinopoli ma non è solo bizantina. È veneziana, cioè il risultato di secoli di aggiunte, sovrapposizioni, prede di guerra e adattamenti da tutto il Mediterraneo.

Anche colonne e capitelli sono in gran parte bottino: i Veneziani portavano a casa materiale architettonico da ogni città che commerciavano o conquistavano. Le 500 colonne che rivestono l'interno e l'esterno di San Marco vengono da Costantinopoli, dall'Egitto, dalla Siria, dalla Grecia, dall'Italia meridionale. I quattro cavalli di bronzo della loggia arrivano da Costantinopoli, presi durante la quarta crociata nel 1204 (gli originali sono nel museo interno, sulla facciata ci sono le copie). San Marco è anche un archivio di bottini.

Un santo rubato e la cappella del doge

Per capire perché Venezia abbia investito così tanto in questo edificio bisogna partire da un furto. Nell'828 due mercanti veneziani, Buono da Malamocco e Rustico da Torcello, sottraggono ad Alessandria d'Egitto il corpo dell'evangelista Marco. Secondo il racconto tramandato, nascondono le reliquie sotto uno strato di carne di maiale, perché i funzionari musulmani del porto non ispezionino il carico. La scena è raffigurata, con gusto quasi comico, nei mosaici della basilica. Il furto ha un obiettivo politico preciso: una città che vuole emanciparsi da Bisanzio ha bisogno di un patrono più prestigioso del bizantino san Teodoro, e un evangelista è quanto di meglio si possa desiderare. Il doge Giustiniano Partecipazio fa costruire la prima chiesa accanto al proprio palazzo, e il leone di san Marco diventa il simbolo dello Stato.

Da qui nasce un fatto che sorprende molti visitatori: per quasi mille anni San Marco non è stata la cattedrale di Venezia. Era la cappella privata del doge, amministrata non dal vescovo ma dai Procuratori di San Marco, magistrati della Repubblica. La cattedrale era San Pietro di Castello, all'estremità orientale della città, lontana dal centro del potere. San Marco diventa cattedrale solo nel 1807, dopo la caduta della Repubblica. È una distinzione decisiva: la basilica non era pensata anzitutto per i fedeli, ma per rappresentare lo Stato veneziano davanti ai propri cittadini e agli ambasciatori stranieri. Anche un altro episodio lo conferma. Dopo l'incendio del 976 le reliquie risultano introvabili; secondo la tradizione ricompaiono miracolosamente da un pilastro nel 1094, durante la consacrazione della nuova basilica voluta dal doge Domenico Contarini. È una storia che rafforza la legittimità dell'edificio nel momento in cui viene completato.

La pianta: cinque cupole su croce greca

La struttura è quella della chiesa a croce greca con cinque cupole, una al centro e una su ciascun braccio. Il modello diretto è la chiesa dei Santi Apostoli di Costantinopoli (demolita nel XV secolo dagli ottomani per fare posto alla moschea Fatih), che Venezia aveva copiato già nella versione del IX secolo. La pianta a croce greca è un'importazione orientale: nel Mediterraneo occidentale la basilica è a croce latina, con la navata centrale più lunga dei transetti.

Le cupole interne di San Marco sono in muratura di mattoni, impostate su pennacchi sopra i grandi pilastri, e restano relativamente basse. Nel XIII secolo vengono sovrastate da una seconda serie di cupole, molto più alte, costruite in legno e rivestite di lamine di piombo, che danno all'edificio la sagoma rigonfia che si vede dalla piazza. Le cupole esterne sono una scenografia: il volume che si vede dalla piazza non corrisponde a quello interno. Servivano a rendere la basilica visibile da lontano, dal bacino e dalla laguna.

Anche il materiale segue questa logica. La struttura di San Marco è in mattoni, come quasi tutta Venezia: un materiale leggero, adatto a un terreno fatto di argilla e sabbia, su cui gli edifici poggiano attraverso fondazioni di pali di legno piantati nel sottosuolo e di zattere di tavole. Il marmo arriva dopo. Soprattutto dopo il 1204, le superfici di mattone vengono rivestite con lastre sottili di marmo e con colonne di recupero, fissate alla muratura come un rivestimento. John Ruskin, nelle Pietre di Venezia (1851–1853), chiamò questo sistema "architettura incrostata" e ne fece un argomento a favore: il marmo di San Marco non finge di essere una struttura, dichiara apertamente di essere una pelle preziosa applicata su un corpo più povero.

Alcuni pezzi di quel rivestimento hanno storie documentate con precisione. Il gruppo dei Tetrarchi, all'angolo del Tesoro verso Palazzo Ducale, è una scultura in porfido del IV secolo che rappresenta quattro imperatori abbracciati; proviene da Costantinopoli, e negli anni Sessanta del Novecento a Istanbul è stato trovato il frammento del piede mancante, oggi conservato al Museo Archeologico della città. I due pilastri decorati sul fianco sud, detti tradizionalmente "acritani" perché si credeva provenissero da San Giovanni d'Acri, vengono in realtà dalla chiesa di San Polieucto a Costantinopoli, del VI secolo: lo hanno dimostrato gli scavi di quella chiesa, in cui sono emersi frammenti con gli stessi motivi. San Marco è anche un archivio che la ricerca continua a rileggere.

San Marco: le fasi
Prima basilica832 d.C. · danneggiata dall'incendio del 976
Seconda basilica978 d.C. · restaurata dopo l'incendio · sostituita dal 1063
Terza basilica (attuale)1063–1094 · pianta a croce greca · 5 cupole
Aggiunte goticheXIV–XV sec. · pinnacoli, archi acuti sulla facciata
Superficie mosaici8000 m² · fondo oro · XII–XX sec.

L'oro come teologia

I mosaici di San Marco coprono 8000 metri quadri di superfici interne — pareti, volte, cupole, archi. Il fondo d'oro è fatto di milioni di tessere di vetro con una foglia d'oro inclusa, posate leggermente inclinate per riflettere la luce. Con la luce che entra da finestre e porte, le volte sembrano accendersi da sole.

Il fondo d'oro ha anche un significato preciso. Nella tradizione bizantina l'oro rappresenta la luce divina: un cielo azzurro descriverebbe il cielo fisico, l'oro descrive un altro spazio, fuori dal tempo. A San Marco è la luce vera, riflessa dalle tessere, a suggerirlo.

Come leggere i mosaici

Gli ottomila metri quadri di mosaico non vanno guardati come una galleria di immagini isolate, ma come un racconto che segue il percorso del visitatore. Si comincia dall'atrio, il nartece, dove le storie dell'Antico Testamento precedono l'ingresso vero e proprio. La cupola della Genesi, del XIII secolo, racconta la creazione in cerchi concentrici: il cielo, le acque, gli animali, Adamo ed Eva. Gli studiosi hanno riconosciuto che i mosaicisti copiarono le scene da un manoscritto miniato tardoantico, la cosiddetta Genesi Cotton, quasi del tutto distrutta da un incendio a Londra nel 1731. Oggi i mosaici di Venezia sono tra le testimonianze più complete di un libro che non esiste più.

Entrando, le tre cupole lungo l'asse principale seguono un ordine teologico preciso. Sopra l'ingresso c'è la cupola della Pentecoste, con la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli. Al centro c'è quella dell'Ascensione, con Cristo che sale al cielo sopra la Vergine e gli apostoli. Verso l'altare c'è quella con il Cristo Emmanuele circondato dai profeti. Il fedele cammina quindi all'indietro nel tempo, dalla Chiesa nata a Pentecoste fino alla profezia della venuta di Cristo, e arriva davanti all'altare che custodisce la tomba di Marco. Non tutti i mosaici sono medievali. Molti furono rifatti nel Cinquecento e nel Seicento su cartoni di pittori come Tiziano, e un celebre processo del 1563 contro i mosaicisti fratelli Zuccato, accusati di aver ritoccato le tessere con il pennello, vide chiamati come periti alcuni dei maggiori pittori veneziani del tempo.

Sulla facciata, dei mosaici duecenteschi ne resta uno solo, nella lunetta del primo portale a sinistra, detto di Sant'Alipio. Raffigura la traslazione del corpo di Marco nella basilica, e mostra la basilica stessa come appariva intorno al 1260–1270: si riconoscono le cupole alte, i portali e perfino i quattro cavalli di bronzo sulla loggia. È un documento prezioso, un ritratto dell'edificio fatto dall'edificio stesso. Gli altri mosaici della facciata sono rifacimenti di epoche successive.

La Pala d'Oro e i cavalli

Dietro l'altare maggiore si trova la Pala d'Oro, una grande pala d'altare di oro, argento dorato e smalti, lunga più di tre metri. È un'opera stratificata come la basilica. Gli smalti più antichi furono ordinati a Costantinopoli nel X secolo; la pala fu ampliata nel 1105, arricchita nel 1209 con smalti arrivati dal saccheggio del 1204 e infine rimontata tra il 1343 e il 1345 dall'orafo Giovanni Paolo Boninsegna nella cornice gotica che vediamo oggi, con quasi duemila tra pietre preziose e perle. Anche i quattro cavalli di bronzo hanno viaggiato più di quanto si immagini: presi a Costantinopoli nel 1204, furono portati a Parigi da Napoleone nel 1797 e collocati sull'Arco del Carrousel, per poi tornare a Venezia nel 1815. Dagli anni Ottanta del Novecento gli originali sono conservati all'interno, nel Museo di San Marco, e sulla loggia ci sono copie.

«Le colonne di San Marco vengono da Costantinopoli, dall'Egitto, dalla Siria; i cavalli di bronzo sono preda di guerra. La basilica è un archivio di bottini, e insieme uno degli edifici più belli d'Europa. Le due cose convivono.»

La piazza come quinta scenica

San Marco non si capisce senza la piazza. Una frase attribuita a Napoleone la chiama "il più bel salotto d'Europa", e in effetti la piazza funziona come una stanza all'aperto: delimitata su tre lati dalle Procuratie, aperta verso il quarto lato sulla Piazzetta e il bacino di San Marco. Il campanile, alto quasi 99 metri, crollato nel 1902 e ricostruito "com'era e dov'era" nel 1912, si vede da tutto il bacino. La facciata della basilica chiude la piazza e va guardata da lontano: i mosaici delle lunette si leggono anche dal fondo, sotto le Procuratie.

Restaurare un archivio: da Ruskin all'acqua alta

Un edificio così fragile ha sempre avuto bisogno di manutenzione, e il modo di farla è stato a sua volta oggetto di battaglie. Negli anni Sessanta e Settanta dell'Ottocento l'architetto Giovanni Battista Meduna restaurò i fianchi della basilica sostituendo molti marmi antichi con lastre nuove e regolari. Quando, alla fine degli anni Settanta, si parlò di intervenire allo stesso modo sulla facciata principale, la reazione fu internazionale. Il veneziano Alvise Piero Zorzi pubblicò nel 1877 un opuscolo di denuncia, e in Inghilterra William Morris e la neonata Society for the Protection of Ancient Buildings lanciarono una campagna pubblica. La facciata fu risparmiata. Quella polemica è uno degli episodi fondativi della cultura moderna del restauro: l'idea che un monumento vada conservato con i segni del tempo, non riportato a una perfezione immaginaria.

Oggi il nemico principale è l'acqua. La basilica si trova in uno dei punti più bassi della città, e il nartece si allaga anche con maree che nel resto di Venezia passano quasi inosservate. Il danno non viene tanto dall'acqua in sé quanto dal sale: l'acqua salmastra risale per capillarità nei mattoni e nei marmi, evapora e lascia cristalli che si espandono e sgretolano la pietra e il supporto dei mosaici. Il pavimento del XII secolo, un tappeto di marmi policromi di circa duemila metri quadri, è ondulato proprio per i cedimenti del terreno sottostante. Il 12 novembre 2019, con una marea di 187 centimetri, l'acqua ha invaso il nartece e la cripta. Il sistema di paratoie mobili del MOSE, entrato in funzione nell'ottobre del 2020, si alza solo per le maree più alte; per questo nel novembre 2022 intorno alla basilica è entrata in funzione una cintura di barriere trasparenti in vetro, lunga circa 130 metri, che la protegge dalle maree fino a circa un metro senza nasconderne la facciata. È una soluzione provvisoria, in attesa di interventi più ampi sull'intera area marciana.

Visitarla con attenzione

Qualche indicazione pratica aiuta a vedere davvero quello che questo articolo descrive. La visita della basilica è breve e segue un percorso obbligato; la Pala d'Oro e il Museo di San Marco, da cui si accede alla loggia con i cavalli e alla vista sulla piazza, hanno ingressi separati e meritano il tempo in più. Nel museo si vedono da vicino i cavalli originali e alcuni frammenti di mosaico staccati, a una distanza che in chiesa è impossibile. Conviene fermarsi a lungo nel nartece, che molti attraversano di corsa, per guardare la cupola della Genesi, e cercare il mosaico di Sant'Alipio prima di entrare. I mosaici cambiano molto con la luce: in alcune fasce orarie l'illuminazione interna viene accesa completamente, e la differenza è notevole. Infine, il pavimento merita uno sguardo verso il basso: è un documento di geologia e di restauro, oltre che un'opera d'arte.