Richard Buckminster Fuller non si è mai considerato un architetto. Si definiva un "comprehensive anticipatory design scientist", uno scienziato del progetto che cerca principi validi a ogni scala, dal cucchiaio al pianeta. Non una definizione modesta, e nella storia dell'architettura una posizione unica: più che edifici, Fuller progetta sistemi. La cupola geodetica è un principio strutturale che si può applicare a qualunque scala e materiale; la Dymaxion Car un esercizio di efficienza; la mappa Dymaxion un modo di vedere il pianeta senza centro né periferie.

La cupola geodetica (brevettata nel 1954, con un precedente importante nella cupola del planetario Zeiss di Jena, progettata da Walther Bauersfeld nei primi anni Venti) è la sua invenzione più influente. Il principio è dividere una sfera in triangoli: si proiettano sulla superficie sferica le venti facce di un icosaedro e le si suddivide in triangoli più piccoli. Il risultato è una rete di triangoli, una figura che non si può deformare senza allungare o accorciare uno dei suoi lati: i carichi si distribuiscono così su tutta la superficie, e ogni asta lavora quasi solo a compressione o a trazione. È una delle strutture più leggere mai concepite rispetto al volume che racchiude, e non ha bisogno di pilastri, travi o muri interni.

Case prodotte come aeroplani

Prima delle cupole, Fuller si occupa di case. Nel 1927–1929 progetta la Dymaxion House, un'abitazione esagonale sospesa attorno a un unico albero centrale che contiene gli impianti, pensata per essere prodotta in fabbrica e consegnata come un'automobile. Il nome, coniato da un pubblicitario, unisce le parole dinamico, massimo e tensione, e Fuller lo userà per decenni. Alla fine della Seconda guerra mondiale ci riprova in modo più concreto: la Wichita House (1945–1946), sviluppata con l'industria aeronautica che doveva riconvertire le proprie fabbriche, è una casa circolare in alluminio, leggera, trasportabile in un cilindro metallico, con un sistema di ventilazione naturale nella copertura. Vengono costruiti solo prototipi; uno è oggi conservato all'Henry Ford Museum, vicino a Detroit. Il fallimento commerciale insegna a Fuller che l'industria edilizia non si trasforma come quella degli aerei, ma l'idea della casa come prodotto industriale tornerà in tutta l'architettura del Novecento.

La prima cupola di Fuller, costruita nell'estate del 1948 al Black Mountain College, in North Carolina, con i suoi studenti, crolla appena montata: le lamelle di alluminio erano troppo sottili. Tra quegli studenti c'è il giovane artista Kenneth Snelson, che negli stessi mesi costruisce piccole sculture in cui aste rigide sembrano sospese nel vuoto, tenute in posizione solo da cavi tesi. Fuller ne capisce subito la portata e conia per quel principio il termine tensegrity, da tensione e integrità. La paternità dell'idea sarà a lungo oggetto di una disputa amichevole ma tenace tra i due. È un episodio che dice molto del metodo di Fuller: sperimentare, fallire, osservare, generalizzare.

Le applicazioni

Mentre Fuller è in vita, secondo le stime del Buckminster Fuller Institute, se ne costruiscono centinaia di migliaia nel mondo: per lo più piccole (rifugi, stazioni radar, planetari), alcune enormi. La più famosa è il padiglione degli Stati Uniti all'Expo di Montréal del 1967, una sfera di 76 metri di diametro rivestita di pannelli acrilici, che sembra una bolla di sapone posata sull'isola di Sant'Elena, in mezzo al San Lorenzo. Oggi è la Biosphère, un museo dedicato all'ambiente: adatto, per uno che ha passato la vita a cercare di "fare di più con meno".

Il progetto più ambizioso, e più folle, è la proposta del 1960 di coprire Midtown Manhattan con una cupola geodetica di circa tre chilometri di diametro. La cupola, dice Fuller, permetterebbe di regolare il clima dell'area, ridurrebbe i costi di riscaldamento e raffreddamento, e si ripagherebbe in dieci anni. Bastava il risparmio sullo sgombero della neve, sosteneva, a giustificare la spesa. Non scherzava: Fuller presentava sempre le sue utopie con i conti alla mano.

Le prime applicazioni importanti non sono architettoniche in senso stretto. Nel 1953 Fuller copre il cortile della Ford Rotunda a Dearborn con una cupola di alluminio leggerissima, che la struttura esistente non avrebbe potuto sostenere con una copertura tradizionale. Negli anni Cinquanta l'esercito americano adotta le cupole geodetiche come radome, gusci che proteggono le antenne radar lungo la linea di difesa artica: si possono trasportare in elicottero, montare in poche ore e resistono a venti fortissimi. Nel 1958 la Union Tank Car Company costruisce a Baton Rouge una cupola d'acciaio di circa 117 metri di diametro per la manutenzione dei vagoni ferroviari, all'epoca la più grande copertura senza sostegni intermedi del mondo. È in questi usi industriali e militari che la geodetica dimostra il suo vero vantaggio: coprire grandi spazi, in fretta, con pochissimo materiale.

Anche la cupola di Montreal ha una storia che conviene conoscere. Nel 1976 un incendio, partito durante lavori di saldatura, distrusse in pochi minuti la pelle di pannelli acrilici, lasciando intatto il reticolo d'acciaio. La struttura rimase vuota per quasi vent'anni, finché nel 1995 fu trasformata in un museo dell'acqua e dell'ambiente, oggi Biosphère. L'episodio mostra un limite concreto di queste costruzioni: la struttura può essere quasi indistruttibile, ma il rivestimento, fatto di molti pannelli sottili, è il punto debole, sia per il fuoco sia per l'acqua.

Buckminster Fuller: invenzioni
Cupola geodeticaBrevetto 1954 · oltre 300.000 nel mondo · massima resistenza/peso
Dymaxion Car1933 · streamline · 3 ruote · non realizzata in serie
Mappa di Dymaxion1943 · proiezione che non distorce continenti
Padiglione Montreal Expo1967 · 76m diametro · ora Biosphère
Cupola Manhattan1960 · 3km diametro · proposta · mai realizzata

Negli anni Sessanta la cupola geodetica diventa anche un simbolo della controcultura. A Drop City, in Colorado, nel 1965 un gruppo di artisti costruisce una piccola comunità di cupole con materiali di recupero, tra cui i tetti di automobili rottamate tagliati a pannelli. Nei primi anni Settanta i Domebook di Lloyd Kahn insegnano a migliaia di persone a costruirsi una casa geodetica da sé. Anni dopo, nel 1989, lo stesso Kahn pubblica un ripensamento, Refried Domes, in cui elenca con franchezza i problemi incontrati: infiltrazioni d'acqua nei tanti giunti tra i pannelli, difficoltà di arredare spazi senza pareti verticali, sprechi di materiale nel tagliare pannelli triangolari da lastre rettangolari, difficoltà di aprire finestre e porte in una superficie curva. È una delle autocritiche più oneste della storia dell'architettura autocostruita, e spiega perché le cupole abbiano avuto successo come coperture di grandi spazi e molto meno come abitazioni.

Anche le altre invenzioni citate nella scheda hanno una storia concreta. La Dymaxion Car del 1933 aveva tre ruote, la posteriore delle quali sterzava, e una carrozzeria aerodinamica a goccia che poteva trasportare molte persone; ne furono costruiti tre prototipi. Durante l'Esposizione universale di Chicago di quell'anno uno di essi fu coinvolto in un incidente in cui morì il conducente: la collisione era stata causata da un'altra auto, ma la cattiva pubblicità fece svanire i finanziatori. La mappa Dymaxion, pubblicata nel 1943 dalla rivista Life, proietta la superficie terrestre sulle facce di un poliedro che poi si può aprire e stendere sul piano. Rispetto alla proiezione di Mercatore, che ingrandisce enormemente le regioni vicine ai poli, riduce molto le distorsioni di forma e dimensione, e mostra i continenti come un'unica isola quasi continua in un solo oceano. È la traduzione grafica della sua idea di un pianeta senza centro e senza periferie. Fuller la considerava uno strumento pratico, non una curiosità: una mappa che non privilegia nessun paese rende più facile ragionare su risorse, trasporti e popolazioni come parti di un unico sistema, ed era esattamente questo il modo di pensare che voleva insegnare agli architetti. Fuller la considerava uno strumento pratico, non una curiosità: una mappa che non privilegia nessun paese rende più facile ragionare su risorse, trasporti e popolazioni come parti di un unico sistema, ed era esattamente questo il modo di pensare che voleva insegnare agli architetti.

Spaceship Earth

L'idea più importante di Fuller, forse, non è la cupola geodetica ma la "Spaceship Earth": la Terra come un'astronave con risorse finite, un sistema di supporto vitale e un equipaggio, l'umanità, partito senza manuale d'istruzioni. Se l'astronave si guasta, non c'è modo di chiamare i soccorsi. La responsabilità di far funzionare il sistema è dell'equipaggio. È un'idea semplice e radicale per l'epoca: il libro Operating Manual for Spaceship Earth esce nel 1969 e anticipa molti temi del dibattito ambientale successivo. Più che un architetto, Fuller è un pensatore del progetto alla scala del pianeta, con la geometria come lingua.

L'eredità di Fuller è grande ma indiretta. Pochi costruiscono come lui, anche perché le cupole geodetiche si adattano male alla vita domestica: niente angoli retti, mobili che non si appoggiano alle pareti, infiltrazioni nei giunti tra i pannelli. Ma l'idea di "fare di più con meno", di alleggerire le strutture fino all'essenziale, attraversa tutta l'ingegneria del secondo Novecento.

Un nome per una molecola, un metodo per gli architetti

L'eredità di Fuller è arrivata anche dove nessuno se l'aspettava. Nel 1985 i chimici Harold Kroto, Robert Curl e Richard Smalley scoprono una molecola formata da sessanta atomi di carbonio disposti come i vertici di un pallone da calcio, cioè secondo la stessa geometria di pentagoni ed esagoni delle cupole di Fuller, e la chiamano buckminsterfullerene. La scoperta varrà loro il premio Nobel per la chimica nel 1996. Nel mondo dell'architettura, invece, il legame più diretto è con Norman Foster, che negli ultimi quindici anni di vita di Fuller collaborò con lui a diversi progetti e ne ha sempre riconosciuto l'influenza. La domanda che Fuller poneva agli architetti, "quanto pesa il suo edificio?", è diventata oggi centrale per ragioni che lui aveva intuito: il peso di un edificio è anche la misura dei materiali, dell'energia e delle emissioni necessari per costruirlo.

Chi vuole vedere una geodetica dal vero ha diverse possibilità. La Biosphère di Montreal è la più famosa; l'Epcot Center in Florida ha una grande sfera geodetica, chiamata non a caso Spaceship Earth; molti planetari e serre botaniche, come il Climatron del giardino botanico del Missouri, costruito nel 1960, usano ancora questo principio. In Europa l'Eden Project in Cornovaglia, pur progettato da Nicholas Grimshaw con un sistema diverso di cupole a esagoni, deve molto alla stessa idea di coprire un grande paesaggio con il minimo di materiale. In ognuno di questi luoghi vale la pena guardare i nodi, cioè i punti in cui si incontrano le aste: è lì che si capisce quanta precisione richieda una struttura che sembra così semplice.

«Fuller nel 1927 decide di non suicidarsi e si chiede: cosa può fare un individuo per il mondo? Risposta: geometria. Cinquant'anni dopo ha brevettato la struttura con il miglior rapporto resistenza/peso della storia, proposto di coprire Manhattan con una cupola, e coniato il termine "Spaceship Earth". Non è poco. Per uno che partiva da zero sul lago Michigan alle tre di notte.»