Nel 1570, a Venezia, un uomo di sessantadue anni pubblica un libro che cambierà l'architettura su entrambe le sponde dell'Atlantico. Il libro si chiama I Quattro Libri dell'Architettura. L'uomo si chiama Andrea di Pietro della Gondola. Il soprannome, Palladio, glielo dà il suo protettore Gian Giorgio Trissino, con un richiamo a Pallade Atena, dea della sapienza. Dice molto di come i nobili veneti immaginavano il loro architetto: un uomo di lettere, non uno scalpellino.

Palladio era invece partito come artigiano della pietra. Figlio di un mugnaio di Padova, apprendista scalpellino a tredici anni, poi tagliapietra nella bottega di un costruttore di Vicenza. È lì, in bottega, che incontra Trissino, che lo prende con sé, lo porta a Roma, gli insegna il latino e il greco, lo introduce alle famiglie patrizie del Veneto. Senza quel mecenate, Palladio sarebbe rimasto un ottimo tagliapietra. Con lui, diventa l'architetto più influente della storia moderna.

Questa trasformazione è importante da tenere a mente quando si guardano le ville palladiane. Sono edifici pensati da un uomo che conosce la pietra dall'interno, che sa cosa costa e quanto pesa, che non disegna mai un dettaglio che non sia costruibile. E al tempo stesso sono edifici progettati per committenti che vogliono sembrare i discendenti degli antichi Romani, che vogliono che le loro case di campagna abbiano la statura morale dei templi.

Il problema della villa veneta

Nel Cinquecento, le famiglie patrizie veneziane stanno spostando i propri capitali dalla navigazione all'agricoltura. L'Adriatico è sempre più controllato dai Turchi. La terraferma veneta è più sicura. I nobili comprano terreni nella pianura padana e nella pedemontana e ci vogliono sopra delle case che siano, contemporaneamente, tre cose: un luogo di residenza per la famiglia, un centro di gestione dell'azienda agricola, e una dichiarazione di status culturale.

È un programma funzionale complicatissimo. Ci vuole un ingresso che sembri un tempio. Ci vogliono le barchesse, le ali porticate dove si riparano attrezzi, raccolti e animali, senza però schiacciare il corpo centrale. Ci vuole una villa che dal lato della strada sembri un palazzo e dal lato del campo sembri parte del paesaggio.

Palladio risolve questo problema con un sistema che ripete, con variazioni, per trent'anni. La soluzione è il corpo centrale con pronao: il blocco della residenza, spesso rialzato su un basamento, con un portico a colonne e frontone come quello di un tempio antico. Ai lati, due ali basse che raccordano il centro al paesaggio. Il tutto organizzato su assi di simmetria rigorosi che garantiscono che ogni elemento sia in proporzione con gli altri.

Le ville principali di Palladio
Villa Capra "La Rotonda"Vicenza, 1566–1591
Villa BarbaroMaser, 1560
Villa Foscari "La Malcontenta"Mira (VE), 1560
Villa EmoFanzolo di Vedelago, 1565
Villa PisaniMontagnana, 1553
Basilica PalladianaVicenza, 1549–1617
Teatro OlimpicoVicenza, 1580 (postumo)

La Rotonda: il tempio che non è un tempio

Villa Capra, detta La Rotonda, è il progetto più famoso di Palladio e probabilmente l'edificio privato più copiato della storia dell'architettura. Quattro facciate identiche con pronao a sei colonne ioniche e frontone triangolare, una cupola centrale, collocata su una collina appena fuori Vicenza in modo da dominare il paesaggio da ogni direzione.

Il problema è che non è quasi per niente funzionale come villa agricola. Non ha barchesse degne di questo nome. Non ha spazi di servizio integrati nel corpo principale. Ha quattro scalinate e quattro pronai identici, quindi nessun ingresso principale. È più un belvedere che una casa, più un manifesto architettonico che un edificio abitabile.

Palladio lo sapeva. Il committente, Paolo Almerico, era un ecclesiastico in pensione senza famiglia e senza azienda agricola. Voleva un posto dove invitare ospiti importanti e dove godersi la vista. La Rotonda è progettata esattamente per questo: quattro vedute sul paesaggio, quattro ingressi di uguale dignità, una sala centrale circolare illuminata dalla cupola. Non è una villa: è una macchina per guardare il paesaggio che si tinge di architettura classica per sembrare più seria di quanto non sia.

«La forza di Palladio sta nel sistema più che nella singola villa. Le stesse regole di proporzione, applicate a programmi e siti diversi, danno edifici sempre riconoscibili e sempre diversi, come una grammatica che permette infinite frasi.»
Una pagina illustrata dei Quattro Libri dell'Architettura con pianta e prospetto di una villa
I Quattro Libri: piante, prospetti e sezioni con le misure, più manuale che trattato teorico.

I Quattro Libri: il manuale che ha cambiato tutto

Nel 1570 Palladio pubblica I Quattro Libri in un momento in cui i libri illustrati di architettura stanno diventando uno strumento di comunicazione potentissimo. La stampa permette di diffondere disegni precisi, piante, sezioni, prospetti, che un committente può studiare a casa propria. Non è più necessario andare a Venezia o a Roma per sapere come funziona un portico classico: basta comprare il libro.

I Quattro Libri sono divisi per argomento: il primo tratta dei principi generali e dei materiali, il secondo delle case private (con le sue ville), il terzo delle strade e dei ponti, il quarto dei templi antichi. La struttura è enciclopedica, ma lo stile è sorprendentemente pratico. Palladio non filosofeggia: descrive, misura, disegna. Ogni edificio che presenta — compresi quelli antichi — è accompagnato da piante, prospetti e sezioni con le misure in piedi vicentini. È più un manuale che un trattato teorico.

È questa praticità a decretarne il successo. Nel XVII e XVIII secolo, i Quattro Libri vengono tradotti in inglese, francese, tedesco. Inigo Jones li annota meticolosamente e porta il palladianesimo in Inghilterra. Christopher Wren li studia. Lord Burlington li usa come bibbia per la sua villa di Chiswick. Thomas Jefferson li porta in America. Quando Jefferson progetta Monticello e la University of Virginia, sta applicando il sistema palladiano a un continente che Palladio non ha mai visto e che non esisteva ancora come nazione quando lui era vivo.

Il palladianesimo: il sistema che sopravvive all'architetto

Pochi architetti hanno dato il nome a uno stile sopravvissuto per quattro secoli. "Palladiano" indica ancora oggi un modo di costruire fatto di simmetria, proporzione, colonne e frontone, riconoscibile dall'Inghilterra alla Virginia.

Ma "palladiano" nel senso comune e "palladiano" in senso stretto non sono la stessa cosa. Nel senso popolare, palladiano significa "colonne e frontone su una facciata simmetrica". In senso stretto significa un sistema di proporzioni in cui le stanze e le parti dell'edificio stanno in rapporti numerici semplici tra loro (1:1, 2:3, 3:4, 3:5, 1:2). Rudolf Wittkower, in un libro famoso del 1949, li ha collegati agli intervalli musicali della teoria rinascimentale; altri studiosi sono più cauti.

La versione rigorosa l'hanno usata in pochi. È sopravvissuta quella semplificata, frontone, colonne e simmetria, staccata dalle proporzioni che le davano senso. Per questo molti edifici "palladiani" assomigliano poco a Palladio.

Cosa rimane

Il sito UNESCO «Città di Vicenza e ville palladiane del Veneto» comprende oggi ventiquattro ville nel Veneto e ventitré edifici a Vicenza, tra cui la Basilica e il Teatro Olimpico. Sono edifici che si visitano in un giorno di gita fuori porta da Venezia, spesso senza capire bene cosa si sta guardando. Si vedono le colonne, il frontone, il prato curato. Si fotografa la facciata.

Quello che non si vede — perché richiede di aprire I Quattro Libri e confrontare il disegno con l'edificio reale — è il sistema. Le proporzioni che legano ogni stanza alla successiva, ogni finestra alla parete, ogni colonna all'intercolunnio. Palladio lo ha messo a punto in trent'anni. Era nato scalpellino, aveva studiato le rovine romane con la stessa pazienza di Brunelleschi, e ha avuto la disciplina di mettere tutto per iscritto.