La città ideale è un'ossessione ricorrente, da Platone a Thomas More (Utopia, 1516), da Le Corbusier (la Ville Radieuse, 1930) a Buckminster Fuller con la sua cupola su Manhattan. L'idea di fondo è sempre la stessa: la città reale è caotica, inefficiente, ingiusta, mentre una città progettata da zero potrebbe essere razionale, giusta e bella. La storia di queste città ideali è quasi invariabilmente la storia di un sogno che si scontra con la realtà — politica, economica, sociale — e non si realizza. O si realizza in forma parziale e distorta.
Nel Rinascimento quest'ossessione diventa un tema di studio. Filarete, Alberti, Francesco di Giorgio Martini, Leonardo ragionano tutti su città ideali. Sforzinda è la più nota: due quadrati sovrapposti a formare una stella a otto punte, torri agli angoli, strade radiali verso la piazza con le istituzioni principali. La stella ha anche un valore difensivo, che i teorici militari svilupperanno con i bastioni: la città ideale del Rinascimento è spesso anche una fortezza.
Palmanova: la città ideale costruita
Il miglior esempio di città ideale rinascimentale effettivamente costruita — e ancora in piedi — è Palmanova, in Friuli. Fondata nel 1593 dalla Repubblica di Venezia come piazzaforte di confine, ha una pianta a stella a nove punte che sembra uscita da un trattato rinascimentale: fossati, bastioni, strade radiali, una piazza centrale esagonale. Ma riempirla è difficile. Venezia offre terreni gratuiti ai nuovi abitanti, e quando non basta, nel 1622, concede la grazia ai condannati disposti a trasferirsi. Per decenni la città resta mezza vuota.
Il problema della città ideale è sempre lo stesso: è progettata da chi comanda, non da chi ci abita. Palmanova non aveva mercato, non aveva artigiani, non aveva le strutture informali che rendono una città vivibile. I Veneziani dovevano pagare gli abitanti per restare. La città ideale è un progetto top-down in un fenomeno bottom-up: le città nascono dalla somma di migliaia di decisioni individuali nel tempo, non da un piano generale.
Brasilia e le utopie del XX secolo
Il XX secolo produce le sue città ideali — e i risultati sono altrettanto ambigui. Brasília (1960), di Lúcio Costa e Oscar Niemeyer, è l'esempio più famoso: una capitale costruita dal nulla nell'interno del Brasile come simbolo di modernità. La pianta ricorda un aereo, o un uccello: un asse monumentale con i palazzi del governo e del parlamento a un'estremità, e un asse residenziale con le superquadras, isolati di palazzine nel verde. Splendida vista dall'alto; meno a terra, dove le distanze sono enormi e senza automobile ci si muove a fatica.
La critica più precisa a città come Brasília la scrive nel 1961 Jane Jacobs in Vita e morte delle grandi città, che non parla di Brasília ma della pianificazione razionale in generale: mancano la varietà degli usi, la complessità del tessuto, le strade dove ci si incontra per caso, i vecchi edifici che ospitano attività povere. La città ideale non ha imperfezioni, ed è proprio dalle imperfezioni che dipende la vita di una città. Per chi pianifica è un paradosso difficile da accettare.
