La città ideale è un'ossessione ricorrente della storia dell'architettura e dell'urbanistica — da Platone (la Repubblica immaginaria) a Thomas More (Utopia, 1516) a Le Corbusier (la Ville Radieuse, 1930) a Buckminster Fuller (la cupola su Manhattan). Il denominatore comune: la città reale è caotica, inefficiente, ingiusta — la città progettata da zero potrebbe essere razionale, equa, bella. La storia di queste città ideali è quasi invariabilmente la storia di un sogno che si scontra con la realtà — politica, economica, sociale — e non si realizza. O si realizza in forma parziale e distorta.
Il Rinascimento è il momento in cui questa ossessione si fa sistematica. Filarete, Alberti, Francesco di Giorgio Martini, Leonardo da Vinci — tutti progettano città ideali. Sforzinda di Filarete (1461) è la più nota: una stella a otto punte con 16 torri agli angoli e alle mezzerie, strade radiali che convergono al centro, piazza centrale con le istituzioni principali (palazzo ducale, cattedrale, mercato). La forma stellare non è decorativa — è difensiva: le punte e le torri eliminano gli angoli ciechi che i fucili e i cannoni potrebbero sfruttare. La città ideale rinascimentale è anche una città-fortezza.
Palmanova: la città ideale costruita
L'unica città ideale rinascimentale effettivamente costruita — e ancora in piedi — è Palmanova, in Friuli. Fondata nel 1593 dalla Repubblica di Venezia come fortezza di confine contro i Turchi, ha una pianta a stella a nove punte che è quasi esattamente quella che Filarete aveva descritto 130 anni prima. I canali, le mura bastionate, le strade radiali, la piazza centrale esagonale con il pozzo — tutto come nel progetto teorico. Palmanova è stata costruita in pochi anni, abitata a forza (i Veneziani dovevano compensare gli abitanti per trasferirsi in questa città del nulla), ed è rimasta praticamente vuota per i primi decenni della sua esistenza.
Il problema della città ideale è sempre lo stesso: è progettata da chi comanda, non da chi ci abita. Palmanova non aveva mercato, non aveva artigiani, non aveva le strutture informali che rendono una città vivibile. I Veneziani dovevano pagare gli abitanti per restare. La città ideale è un progetto top-down in un fenomeno bottom-up: le città nascono dalla somma di migliaia di decisioni individuali nel tempo, non da un piano generale.
Brasilia e le utopie del XX secolo
Il XX secolo produce le sue città ideali — e i risultati sono altrettanto ambigui. Brasilia (1960 — progettata da Lúcio Costa e Oscar Niemeyer) è l'esempio più famoso: una capitale costruita dal nulla nel centro del Brasile per simboleggiare il progresso e la modernizzazione. La pianta è quella di un aeroplano (o di un arco e freccia — le interpretazioni variano): asse monumentale nord-sud con il Palazzo del Governo e il Parlamento alle estremità, asse residenziale est-ovest con i "superquadros" — blocchi abitativi immersi nel verde. Bellissima in fotografia dall'aereo. Meno bella a terra, dove le distanze tra i punti di interesse sono gigantesche e l'automobile è l'unico modo di spostarsi.
La critica più precisa a Brasilia viene da Jane Jacobs nel 1961 — "Vita e morte delle grandi città americane" — che non parla di Brasilia ma di tutte le città pianificate razionalmente: mancano la varietà di usi, la complessità del tessuto, le strade strette che permettono l'incontro casuale, i vecchi edifici che ospitano attività a basso costo. La città ideale è, per sua natura, priva di imperfezioni — e le imperfezioni sono esattamente quello che rende le città vivibili. Paradosso difficile da accettare per chi pianifica.
