Georges-Eugène Haussmann nasce a Parigi nel 1809 da una famiglia protestante di origine alsaziana. Fa carriera come prefetto in provincia, nel Var, nella Yonne, nella Gironda, e nel 1853 Napoleone III lo chiama a Parigi con un mandato preciso: trasformare la capitale. Il problema di Parigi nel 1853 è serio. Il centro è ancora medievale: strade strette, case sovraffollate, fognature insufficienti, acqua cattiva, epidemie di colera ricorrenti (quella del 1832 ha ucciso circa 18.000 parigini). E le vie strette si prestano alle barricate, come si è visto nel 1830 e nel 1848. Haussmann deve affrontare salute, traffico e ordine pubblico tutti insieme.
Il metodo è semplice e brutale: si tracciano le nuove strade sulla mappa, si espropria tutto ciò che sta sul tracciato, si demolisce e si ricostruisce. I nuovi viali sono larghi, alberati, con fognature sotto e lampioni a gas. Gli edifici che li fiancheggiano devono rispettare regole precise: altezza legata alla larghezza della strada, facciate in pietra calcarea chiara, balconi continui al secondo e al quinto piano, tetti di zinco e ardesia. Ne esce la facciata di Parigi che tutti riconoscono: continua, omogenea, elegante.
La questione sociale
La critica più seria a Haussmann è sociale più che estetica. Le demolizioni colpiscono soprattutto i quartieri popolari, di operai, artigiani, immigrati dalle province, e i nuovi palazzi sono troppo cari per chi ci abitava. Molti si spostano verso l'est e verso i margini della città. La separazione tra un centro benestante e una periferia povera, che ancora oggi segna Parigi, comincia anche da qui.
Haussmann non è un riformatore sociale: è un funzionario al servizio del potere, che vuole una città efficiente per la borghesia e controllabile. Fognature e viali sono un beneficio per tutti; l'espulsione dei poveri è un effetto collaterale messo in conto. Giudicare a posteriori è facile; capire le logiche di allora lo è meno.
Il codice Haussmanniano e la facciata di Parigi
Uno degli aspetti meno raccontati dell'operazione Haussmann è il codice normativo che regola la forma degli edifici sui nuovi boulevard. Non è Haussmann a progettare gli edifici: li disegnano centinaia di architetti per altrettanti investitori privati. Ma tutti seguono le stesse regole, fissate dai regolamenti edilizi parigini: altezza proporzionale alla larghezza della strada (in genere 6 piani per le strade principali), fascia commerciale al piano terra, balcone al secondo e quinto piano, tetto in zinco e ardesia a 45° con finestre di mansarda. I cornicioni di coronamento devono stare alla stessa altezza su tutti gli edifici dello stesso isolato.
Il risultato è la facciata di Parigi che noi conosciamo: non perché Haussmann o un singolo architetto l'abbia disegnata, ma perché un codice normativo preciso ha prodotto migliaia di edifici che sembrano lo stesso edificio. È un esperimento di urbanistica per regole che ha funzionato meglio di molti piani rigidi: lascia libertà dentro l'edificio ma controlla il risultato d'insieme. La lezione è stata ripresa più volte, dall'Eixample di Cerdà a Barcellona, con i suoi isolati tutti uguali, fino ai regolamenti edilizi di molte città del Novecento. Il problema è sempre lo stesso: come si produce un ambiente urbano coerente senza un autore unico?
L'eredità e i modelli
L'operazione di Haussmann diventa il modello per le grandi trasformazioni urbane del secondo Ottocento e del Novecento: Vienna e il Ring (1857), Roma capitale e i piani regolatori post-unitari, Barcellona e il piano dell'Eixample di Ildefons Cerdà (1859). Anche Robert Moses, che tra gli anni Trenta e Sessanta riempie New York di autostrade urbane demolendo interi quartieri, dal Bronx in giù, viene paragonato ad Haussmann. La critica di Jane Jacobs a Moses è la stessa che gli storici fanno ad Haussmann: la pianificazione razionale distrugge la complessità organica della città. Il paradosso è che la sua Parigi è oggi considerata una delle città più belle del mondo, mentre il prezzo pagato, l'espulsione dei poveri verso i margini, si vede ancora. La bellezza del centro e le difficoltà delle periferie hanno, almeno in parte, la stessa origine.
