Charles-Édouard Jeanneret — detto Le Corbusier dal 1920 — nasce nel 1887 a La Chaux-de-Fonds, in Svizzera, e muore nel 1965 a Roquebrune-Cap-Martin, in Francia, annegato mentre nuotava nel Mediterraneo. Nel mezzo: cinquant'anni di architettura, urbanistica, teoria, propaganda. Le Corbusier non è solo un architetto — è un fenomeno culturale. La sua influenza sull'architettura del XX secolo è enorme — e quasi nessuno è d'accordo su come valutarla.
Il "Plan Voisin" del 1925 è il suo progetto urbanistico più radicale — e il più controverso. Il titolo viene dal nome di un costruttore di automobili (Voisin) che finanzia la presentazione. Il piano: demolire quasi tutto il centro storico di Parigi a nord della Senna — 240 ettari, compreso il Marais medievale — e sostituirlo con 18 grattacieli "cruciformi" di 60 piani, disposti su una griglia geometrica, con il suolo liberato come parco continuo. La densità abitativa sarebbe molto alta, ma concentrata in altura. Il suolo sarebbe verde. Le strade sarebbero autostrade. Le aree di servizio (negozi, scuole, etc.) sarebbero nei piani bassi dei grattacieli.
Il principio della "Ville Radieuse"
Il "Plan Voisin" è l'applicazione del principio generale che Le Corbusier chiama "Ville Radieuse" (città radiosa, 1930) — la città moderna ottimale. Il principio è semplice: separare le funzioni. La città tradizionale mescola residenze, negozi, uffici, fabbriche, strade — tutto sovrapposto e confuso. La Ville Radieuse separa tutto: zone residenziali, zone di lavoro, zone di servizio, zone di verde, zone di traffico. Ciascuna funzione ha il suo spazio ottimale. La città è una macchina — e come ogni macchina, funziona meglio quando i pezzi fanno solo ciò per cui sono stati progettati.
E qui bisogna essere precisi: la logica di Le Corbusier è coerente e non stupida. Le città del XIX secolo erano insalubri, sovraffollate, caotica. La separazione delle funzioni, l'aria e la luce per ogni appartamento, il verde accessibile — sono obiettivi legittimi. Il problema non è il fine: è il metodo. Demolire Parigi per costruire la città razionale è come tagliare la testa per guarire il mal di denti. La "macchina per abitare" di Le Corbusier ignora tutto ciò che rende le città vivibili al di là dell'igiene: la storia, la complessità, il caso, l'accumulo.
Chandigarh e le realizzazioni
Il piano per Parigi non viene realizzato — per ovvie ragioni. Ma Le Corbusier realizza le sue idee urbanistiche altrove. Chandigarh (1953), nuova capitale del Punjab indiano dopo la partizione del 1947, è la sua città realizzata più famosa. La pianta è una griglia ortogonale con settori numerati, zone funzionali separate, il Campidoglio (con Assemblea Legislativa, Segretariato e Palazzo di Giustizia) in cima come "testa" della città. Il risultato è funzionale ma freddo — le distanze sono enormi, la vita di strada quasi inesistente, i grandi edifici istituzionali isolati nel verde.
La cosa più interessante di Le Corbusier non è quello che ha costruito — è quello che ha ispirato. Le grandi periferie europee degli anni 1950–1970 — le "banlieues" francesi, le "Großsiedlungen" tedesche, le "new towns" britanniche, i quartieri INA-Casa italiani — si ispirano, in modi diversi e talvolta inconsapevoli, all'idea corbuseriana di separare le funzioni e costruire in verticale lasciando verde intorno. Il risultato è spesso la periferia triste che conosciamo — non perché l'idea fosse necessariamente sbagliata, ma perché è stata applicata senza i presupposti che Le Corbusier considerava essenziali: la qualità dello spazio pubblico, i servizi, la densità sufficiente. La colpa di Le Corbusier non è l'idea — è che l'idea era applicabile solo in condizioni che nessun costruttore di edilizia sociale aveva risorse per garantire.
