Guy Debord, teorico, cineasta, polemista e gran bevitore, nasce a Parigi nel 1931 e si toglie la vita nel 1994 a Champot, in Alvernia. Nel mezzo, fonda l'Internazionale Situazionista, scrive La società dello spettacolo (1967), uno dei testi più citati del Sessantotto, e realizza sei film. La sua influenza sull'architettura non è diretta: Debord non progetta edifici. Ma le sue idee sulla città — sulla deriva, sulla psicogeografia, sullo "spettacolo" — hanno cambiato il modo in cui una generazione di architetti e urbanisti pensa allo spazio urbano.

Il concetto chiave è la deriva (dérive), una tecnica di esplorazione urbana in cui ci si lascia portare dalle "correnti psicogeografiche" della città. Non si va da A a B: alcune piazze attirano e ci si ferma, alcune strade respingono e si cambia direzione. Dopo ore di deriva si ottiene una mappa psicogeografica, molto diversa da quella ufficiale, che registra come lo spazio influenza il comportamento.

Una mappa cittadina ritagliata e riassemblata, con frecce che collegano i frammenti
The Naked City: la mappa di Parigi ritagliata e ricomposta da Debord e Jorn secondo le affinità psicogeografiche.

La psicogeografia

La psicogeografia situazionista non è una scienza, ma un metodo critico. Sostiene che lo spazio urbano non è neutro: ogni spazio produce effetti psicologici precisi. Lo spazio del consumo (il centro commerciale, la via dello shopping) produce ansia e desiderio. Lo spazio del potere (il palazzo, la piazza del municipio) produce soggezione. Lo spazio residuo (il vicolo, il cortile abbandonato) produce libertà. La città tradizionale aveva molti di questi spazi residui, non programmati, non sorvegliati, non messi a reddito; la città moderna razionalizzata tende a eliminarli. I situazionisti difendono quei vuoti.

Il documento più famoso è The Naked City di Debord e Asger Jorn (1957): una mappa di Parigi fatta di frammenti ritagliati e ricomposti secondo le affinità psicogeografiche, con frecce rosse che indicano i passaggi tra un'atmosfera e l'altra. È una mappa di stati d'animo, non di trasporti, più poesia che geografia. Eppure anticipa molti discorsi successivi sulla qualità sensoriale degli spazi pubblici.

Concetti situazionisti: glossario
DerivaEsplorazione urbana senza meta · lasciandosi guidare dall'ambiente
PsicogeografiaStudio degli effetti psicologici dell'ambiente urbano
DétournementRiuso critico di materiali esistenti per nuovo significato
SpectacleIl dominio dell'immagine e della merce sulla vita sociale
Situazione costruitaMomento di vita collettiva deliberatamente progettato

New Babylon: la città situazionista progettata

Il Situazionismo produce anche un progetto. Constant Nieuwenhuys (1920–2005), pittore olandese membro dell'Internazionale fino al 1960, lavora tra il 1956 e il 1974 a New Babylon, una città alternativa immaginata come una struttura continua sospesa sopra il territorio esistente. New Babylon è una rete di piattaforme megastrutturali interconnesse che coprono il territorio senza un centro: non ci sono strade fisse, non ci sono percorsi obbligati. Gli spazi interni, illuminati, climatizzati e modificabili all'infinito, si trasformano secondo i desideri di abitanti nomadi. È la deriva permanente trasformata in forma urbana.

New Babylon non si poteva costruire, né allora né oggi. Ma come critica all'urbanistica funzionalista, che divide la città in zone per funzione e le collega con strade per automobili, è precisa e spietata: propone una città in cui muoversi è il fine, non il mezzo. Ivan Chtcheglov, poco più che ventenne, aveva scritto già nel 1953 il Formulario per un nuovo urbanismo, pubblicato poi dall'Internazionale, immaginando una città fatta per la deriva e il gioco. New Babylon ne è in qualche modo la traduzione in disegni e modelli.

Il 1968 e l'influenza sull'architettura

Nel maggio 1968 i muri di Parigi si riempiono di slogan che risentono del linguaggio situazionista: "Sous les pavés, la plage" (sotto il selciato, la spiaggia), "Ne travaillez jamais" (non lavorate mai, una scritta di Debord del 1953), "L'imagination au pouvoir" (l'immaginazione al potere). I situazionisti non guidano il Sessantotto, sono una manciata di persone, ma il loro vocabolario è dappertutto. La "deriva" è diventata sommossa studentesca. Il "détournement" è diventato collage politico sui muri. La critica allo "spettacolo" è diventata critica al capitalismo di massa.

L'influenza sull'architettura è indiretta ma reale. Bernard Tschumi, svizzero, poi docente alla Columbia e autore del Parc de la Villette a Parigi (concorso del 1983), è tra i teorici che più apertamente hanno portato idee situazioniste in architettura. Le sue folies, padiglioni rossi distribuiti su una griglia nel parco, non hanno una funzione fissa e possono essere usate in modi diversi. Non vogliono determinare il comportamento, ma lasciare spazio all'imprevisto: la "situazione costruita" di Debord tradotta in architettura. Il Situazionismo ha perso la battaglia politica, ma in parte ha vinto quella delle idee.

L'eredità contemporanea

L'Internazionale si scioglie nel 1972, dopo anni di liti ed espulsioni (alla fine Debord aveva espulso quasi tutti). Ma le sue idee sopravvivono in forme diverse. Il flâneur di Baudelaire e Walter Benjamin, il passeggiatore senza meta, ne è un precursore; il parkour, che attraversa la città usando gli elementi urbani in modi imprevisti, una sorta di discendente. E le critiche alla smart city sorvegliata, piena di sensori e algoritmi che eliminano il caso, usano spesso argomenti situazionisti senza saperlo.

La domanda posta dai situazionisti, cosa si perde quando la città viene razionalizzata del tutto, è ancora aperta. Jane Jacobs, che non ha mai citato Debord, risponde la stessa cosa dalla direzione opposta: si perde la vita. Le città funzionano per le loro imperfezioni, per i loro vicoli bui, per i loro usi misti, per i loro spazi interstiziali non programmati. Le Corbusier li vuole eliminare. Debord vuole difenderli. In questo senso il Situazionismo è una delle critiche più coerenti all'urbanistica moderna del Novecento, anche se a formularla è stata una manciata di artisti e teorici che si ritrovavano nei caffè parigini e spesso non si sopportavano.

«Debord propone di attraversare la città senza meta, seguendo le "correnti psicogeografiche": non una metafora, un metodo. Sessant'anni dopo, le app di navigazione trasformano ogni spostamento in un percorso ottimizzato, e la deriva sembra impossibile. Forse il Situazionismo ha perso; di sicuro ci ha insegnato a capire che cosa stiamo perdendo.»