Il Crystal Palace di Londra (1851) è uno degli edifici più importanti della storia dell'architettura moderna — e quasi nessuno lo sa, perché non esiste più. È bruciato nel 1936 nella sua seconda location a Sydenham, South London, dove era stato ricostruito dopo l'Expo del 1851. Joseph Paxton — giardiniere di professione, non architetto — lo progetta usando il sistema costruttivo che aveva sviluppato per le serre botaniche del Duca di Devonshire: elementi in ghisa prefabbricati in fonderia, assemblati in cantiere come un gigantesco Meccano, con rivestimento di lastre di vetro. Non c'è calcestruzzo. Non c'è pietra. Ferro e vetro.
Il Crystal Palace cambia l'architettura perché dimostra che un edificio di grandissime dimensioni può essere costruito in brevissimo tempo (sei mesi) con un sistema di prefabbricazione industriale. Non è una dimostrazione teorica — è un fatto. I 563 metri di lunghezza, l'altezza sufficiente a contenere i grandi olmi di Hyde Park senza tagliarli, la luce naturale che illumina tutto l'interno attraverso il vetro: tutto questo era stato considerato impossibile fino a sei mesi prima. Dopo il Crystal Palace, non lo è più.
Le Expo come laboratori
Ogni Esposizione Universale ha prodotto almeno un edificio o un progetto che ha cambiato la storia dell'architettura. La Tour Eiffel a Parigi (1889) — costruita come struttura temporanea per l'Expo, sopravvissuta solo perché era troppo costosa da demolire — dimostra le possibilità strutturali del ferro a grande scala. Il Padiglione di Barcellona di Mies van der Rohe (1929) — costruito per l'Expo, demolito nel 1930, ricostruito nel 1986 — è il manifesto dell'architettura moderna: piano libero, materiali pregiati, spazio fluente. La cupola geodetica di Buckminster Fuller a Montreal (1967). La città delle strutture tensili di Frei Otto a Monaco (1972 — non un'Expo ma le Olimpiadi, ma lo stesso principio).
Il meccanismo è sempre lo stesso: l'Expo permette di costruire strutture temporanee con budget eccezionali e senza le normative che governano gli edifici permanenti. Si possono sperimentare strutture che non sarebbero approvate in nessuna città. Si possono usare materiali non ancora codificati. Si possono costruire senza preoccuparsi della manutenzione decennale. L'Expo è il laboratorio dove l'architettura prova le cose prima di portarle nella città reale.
L'Expo come problema
Le Esposizioni Universali hanno un lato oscuro che raramente viene discusso. Ogni Expo richiede la costruzione di un grande quartiere di padiglioni — e raramente questi padiglioni vengono riusati dopo la chiusura. L'Expo di Milano 2015, su 110 ettari, ha prodotto strutture che in gran parte sono rimaste inutilizzate per anni dopo la chiusura. L'Expo di Dubai 2020 (tenutosi nel 2021) ha costruito 192 padiglioni nazionali, la maggior parte dei quali sarà demolita. Il "legacy" delle Expo — il riuso post-evento del sito e delle strutture — è il problema irrisolto.
Ma torniamo alla domanda fondamentale. Le Expo sono ancora necessarie? Nell'era di internet, non si ha più bisogno di un evento fisico per vedere cosa producono le industrie di 190 paesi. Le Expo hanno perso la loro funzione di vetrina commerciale. Quello che resta — la sperimentazione architettonica, il confronto culturale, l'esperienza fisica degli spazi — è ancora prezioso. O almeno, abbastanza prezioso da giustificare l'impatto ambientale e finanziario? La risposta varia a seconda di chi risponde. I progettisti dicono di sì. Gli economisti urbani dicono di no. La storia dice: dipende dall'Expo.
