Tutti i grandi regimi del XX secolo hanno usato l'architettura come strumento di legittimazione e propaganda. Non è una novità: l'architettura del potere è vecchia quanto il potere, dalle piramidi a Versailles. Il potere usa l'architettura per dire che è qui, che è grande, che durerà. Il Novecento non ha inventato questo uso, ma lo ha portato all'estremo e sistematizzato.
L'architettura ufficiale del Terzo Reich (1933–1945), legata soprattutto ai nomi di Paul Ludwig Troost e Albert Speer, è la più studiata tra quelle dei regimi del Novecento. Il modello è un classicismo spoglio e gigantesco: pilastri enormi, pietra, simmetria rigorosa, scala sovrumana. Hitler, architetto mancato, aveva idee precise: voleva edifici che, come le rovine romane, testimoniassero ai posteri la grandezza del Reich. Speer racconterà di aver formulato una "teoria del valore delle rovine": progettare pensando a come l'edificio apparirà in rovina tra mille anni.
I tre modelli del XX secolo
Il nazismo non è l'unico regime a usare l'architettura sistematicamente. Il fascismo italiano, tra il razionalismo di Terragni e il monumentalismo di Marcello Piacentini, produce un'architettura a due facce: moderna in molti edifici funzionali (uffici postali, stazioni), monumentale in quelli di rappresentanza. L'EUR di Roma, pensato per l'Esposizione universale del 1942 che la guerra cancellò, ne è l'esempio più compiuto: un quartiere di marmo e travertino con archi e colonnati, la cui immagine più famosa è il "Colosseo quadrato", il Palazzo della Civiltà Italiana.
Lo stalinismo impone il realismo socialista, un'architettura ornata, classicheggiante, "comprensibile al popolo", dopo aver liquidato il costruttivismo d'avanguardia degli anni Venti. Le "Sette sorelle" di Mosca (1947–1953), sette grattacieli a gradoni con guglie, dominano ancora oggi il panorama della città. Erano pensate come risposta ai grattacieli americani: il socialismo può costruire alto quanto il capitalismo, e più bello.
La Casa del Popolo di Ceaușescu: l'estremo assurdo
La Casa del Popolo di Bucarest, oggi Palazzo del Parlamento, è il caso limite: uno dei più grandi edifici amministrativi del mondo, superato per superficie solo dal Pentagono. Ceaușescu lo fa costruire a partire dal 1984 (sarà completato dopo la sua morte) con materiali quasi tutti rumeni, marmi, legni, cristalli, impiegando decine di migliaia di operai e centinaia di architetti. Le cifre sono enormi: oltre mille stanze, diversi piani sotterranei con un bunker antiatomico. Per costruirlo, e per il viale monumentale che lo precede, viene demolita una parte enorme del centro storico, con chiese, monasteri e quartieri interi.
Dopo il 1989 la Romania non sa che farne: troppo grande per essere demolito, troppo grande per essere riempito. Il Parlamento ne usa una parte, molti spazi restano vuoti o servono per eventi. Il monumento della megalomania di un dittatore è diventato un problema pratico senza soluzione: non lo si può usare del tutto, non lo si può abbattere, non lo si può ignorare.
La domanda difficile: bellezza e morale
La domanda che gli storici dell'architettura non riescono a risolvere: l'architettura totalitaria può produrre oggetti belli nonostante il contesto ideologico? Il Colosseo quadrato dell'EUR è uno degli edifici più fotografati di Roma: forma coerente, costruzione accurata. È un edificio del regime, costruito per celebrarne il mito imperiale, ed è anche un'architettura notevole.
Giudizio estetico e giudizio morale non sempre coincidono. La Casa del Fascio di Terragni è bellissima ed è stata pagata dal partito fascista; l'EUR è coerente come architettura ed è un monumento dell'imperialismo mussoliniano. La qualità di un edificio non dipende dalla moralità del committente. Questo non autorizza a ignorare il contesto: obbliga a tenere insieme le due valutazioni, senza che una cancelli l'altra. E il palazzo semivuoto di Bucarest ricorda che la questione non è solo teorica: qualcuno, ogni mese, deve pagare le bollette.
