Il Rapporto Brundtland (1987), Our Common Future, della commissione ONU presieduta da Gro Harlem Brundtland, definisce lo sviluppo sostenibile come quello "che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri". Una definizione bella, ambiziosa e, nella pratica, poco operativa. Negli anni successivi il termine "sostenibile" viene applicato a qualsiasi cosa abbia un pannello solare, un tetto verde, o un logo con le foglie. "Sostenibile" è diventato un aggettivo di marketing prima che un criterio tecnico.
In Europa gli edifici sono responsabili di circa il 40% dei consumi di energia e di oltre un terzo delle emissioni di CO₂: non è un problema marginale. Per anni la risposta dell'architettura è stata soprattutto di superficie: pannelli fotovoltaici, isolamento migliore, recupero dell'acqua piovana. Tutto utile, ma non basta. Oltre all'energia consumata nell'uso contano quella incorporata nei materiali e nella costruzione, il cosiddetto carbonio incorporato, e la durata dell'edificio.
Tre approcci diversi
Il primo approccio è quello della tecnologia attiva: pannelli fotovoltaici, sistemi geotermici, recupero di calore, ventilazione meccanica controllata. Il Powerhouse Kjørbo è un esempio estremo: un edificio energivoro trasformato, con isolamento, recupero di calore, geotermia e grandi superfici fotovoltaiche, in un produttore netto di energia. Non c'è magia, c'è calcolo. Ma servono investimenti iniziali alti e manutenzione specializzata, e non è un modello replicabile ovunque a basso costo.
Il secondo approccio è quello della tecnologia passiva: orientamento dell'edificio, inerzia termica della massa muraria, ventilazione naturale, illuminazione naturale. Le case in terra cruda del Maghreb ne sono un esempio, costruzioni che regolano la temperatura senza impianti. Non è nostalgia: è il recupero di conoscenze preindustriali che la tecnica moderna ha messo da parte quando l'energia costava poco.
Il terzo approccio è il riuso: riqualificare invece di demolire. Demolire e ricostruire, anche con un edificio nuovo molto efficiente, costa moltissima energia e moltissime emissioni subito. Spesso servono decenni perché i risparmi in esercizio compensino quel debito iniziale, mentre una buona riqualificazione comincia a risparmiare da subito.
Il problema del "greenwashing"
Molti strumenti di valutazione, dalla classe energetica italiana a diverse versioni dei protocolli LEED e BREEAM, hanno guardato a lungo soprattutto ai consumi teorici in uso, molto meno all'energia incorporata, alle emissioni dell'intero ciclo di vita, alla durata degli impianti. Così un edificio pieno di tecnologia, costruito con materiali ad alto impatto e destinato a durare trent'anni, può ottenere un ottimo punteggio, mentre un edificio in pietra locale che durerà secoli fatica a far valere i suoi meriti.
La sostenibilità, insomma, è una questione di ciclo di vita più che di tecnologia. Un edificio sostenibile dura, si adatta, si riqualifica invece di essere demolito. Per secoli si è costruito per durare (il Pantheon è ancora lì), e nell'ultimo secolo ci si è abituati a edifici pensati per trenta o cinquant'anni. Il problema principale non sono i pannelli solari, è la durata.
