Il Rapporto Brundtland (1987) — "Our Common Future", Commissione ONU presieduta da Gro Harlem Brundtland — definisce lo sviluppo sostenibile: "lo sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri." Una definizione bella, ambiziosa, e quasi inutile nella pratica. Negli anni successivi il termine "sostenibile" viene applicato a qualsiasi cosa abbia un pannello solare, un tetto verde, o un logo con le foglie. Il problema è che "sostenibile" è diventato un aggettivo di marketing prima che un criterio tecnico.
Il settore delle costruzioni è responsabile di circa il 40% del consumo energetico globale e del 36% delle emissioni di CO₂ nei paesi sviluppati. Non è un problema marginale — è il problema principale. La risposta dell'architettura è stata, per i primi vent'anni, essenzialmente cosmetica: pannelli fotovoltaici sul tetto, isolamento termico migliore, sistemi di raccolta dell'acqua piovana. Tutte cose buone — ma insufficienti. Il problema non è solo l'energia in uso: è l'energia incorporata nella costruzione (il "carbonio incorporato" — embodied carbon) e la durabilità dell'edificio nel tempo.
Tre approcci diversi
Il primo approccio è quello della tecnologia attiva: pannelli fotovoltaici, sistemi geotermici, recupero di calore, ventilazione meccanica controllata. Il Powerhouse Kjørbo di Oslo (Snøhetta, 2014) è l'esempio più radicale: 2.000 m² di pannelli fotovoltaici su un edificio che prima consumava 200 kWh/m² anno, ora ne produce 17 di surplus. Non è magia — è calcolo. Ma richiede investimenti iniziali alti e manutenzione specializzata. Non è replicabile ovunque a basso costo.
Il secondo approccio è quello della tecnologia passiva: orientamento dell'edificio, inerzia termica della massa muraria, ventilazione naturale, illuminazione naturale. Il Visitor Centre di Kielder, Northumberland (Jeremy Whittaker, 2011) o qualsiasi casa in terra cruda nel Maghreb — costruzioni che regolano la temperatura senza impianti. Non è nostalgia per il passato: è recupero di conoscenze costruttive pre-industriali che la cultura tecnica moderna ha abbandonato perché il petrolio era economico.
Il terzo approccio è quello del riuso: non demolire, riqualificare. La demolizione di un edificio e la costruzione di uno nuovo — anche molto efficiente — ha un costo energetico enorme nella fase di costruzione (embodied carbon). Demolire un edificio degli anni Sessanta e costruirne uno passivo al suo posto richiede spesso 20–30 anni perché il risparmio energetico in uso compensi l'energia spesa nella demolizione e ricostruzione. Riqualificare l'esistente, invece, inizia a risparmiare subito.
Il problema del "greenwashing"
Il problema è semplice: i sistemi di certificazione energetica come LEED (americano) o BREEAM (britannico) o la Classe A energetica italiana misurano le prestazioni teoriche in uso — non l'energia incorporata nella costruzione, non le emissioni del ciclo di vita completo, non la durabilità dei sistemi tecnici installati. Un edificio con 3.000 pannelli fotovoltaici che ha richiesto l'estrazione di terre rare in Congo e sarà demolito tra 30 anni può prendere la certificazione LEED Platinum. Un edificio in pietra locale che durerà 500 anni non prende nessuna certificazione perché non ha sistemi "verdi" visibili.
Che è esattamente il contrario di quanto si crede. La sostenibilità non è una questione di tecnologia — è una questione di ciclo di vita. Un edificio sostenibile è un edificio che dura, che si adatta, che si riqualifica invece di essere demolito. La cultura architettonica ha costruito edifici che durano millenni (il Pantheon, la pietra medievale, le terme romane) per millenni — e poi nell'ultimo secolo ha deciso che gli edifici devono durare 30–50 anni e poi essere sostituiti. Questo è il problema principale della sostenibilità in architettura. Non i pannelli solari — la durata.
