Marco Vitruvio Pollione non è un grande architetto. Non ha costruito il Pantheon, né il Colosseo, né le terme di Caracalla. È un ingegnere militare — ha progettato catapulte e macchine d'assedio per Giulio Cesare, poi acquedotti e basiliche per Augusto. Il suo contributo all'architettura non è un edificio: è un libro. Il "De Architectura" — dieci libri scritti tra il 30 e il 20 a.C. — è il solo manuale di architettura della antichità classica sopravvissuto alla distruzione dei secoli. Tutti gli altri trattati di architettura greca e romana sono perduti. Vitruvio è sopravvissuto per caso — e per duemila anni ha definito il canone dell'architettura occidentale.
I tre principi vitruviani — "firmitas, utilitas, venustas" (solidità, utilità, bellezza) — sono la formula più citata della storia dell'architettura. Si trovano nel libro I, capitolo 3. La solidità riguarda la struttura: l'edificio deve reggere nel tempo. L'utilità riguarda la funzione: l'edificio deve servire allo scopo per cui è stato costruito. La bellezza riguarda l'estetica: l'edificio deve essere piacevole alla vista e armonioso. Tre requisiti. Non uno, non due: tre. E l'ordine non è casuale — la solidità viene prima della bellezza. Un edificio bello che crolla è fallito.
La riscoperta rinascimentale
Il "De Architectura" di Vitruvio è sopravvissuto in un manoscritto medievale copiato nei monasteri carolingi. Ma nessuno lo capisce bene nel Medioevo — è scritto in un latino tecnico pieno di termini greci, e parla di edifici che non esistono più. La riscoperta vera avviene nel 1414, quando il bibliotecario e cacciatore di manoscritti Poggio Bracciolini trova una copia particolarmente buona nell'abbazia di San Gallo in Svizzera. Porta il manoscritto a Firenze. Da quel momento il "De Architectura" diventa il testo di riferimento dell'architettura rinascimentale.
Alberti — Leon Battista Alberti, autore del "De re aedificatoria" (1452) — si basa su Vitruvio ma lo critica: il latino è oscuro, molti passaggi sono incomprensibili, le misure non tornano. Alberti riscrive Vitruvio in latino elegante e lo adatta alle esigenze dell'architettura rinascimentale. In pratica, "De re aedificatoria" è la versione rinascimentale del "De Architectura". Da Alberti in poi, ogni architetto che vuole essere preso sul serio deve conoscere Vitruvio — o almeno fingere di conoscerlo.
Gli ordini architettonici: il vocabolario dell'Occidente
Il contributo più duraturo di Vitruvio all'architettura non è la triade "firmitas, utilitas, venustas" — è la codificazione degli ordini architettonici. Nei libri III e IV del "De Architectura" Vitruvio descrive tre ordini greci con regole proporzionali precise: il Dorico (colonna 6–7 diametri di altezza, senza base, capitello semplice — che Vitruvio assimila alla corporatura maschile), lo Ionico (8–9 diametri, con base, capitello a volute — corporatura femminile), il Corinzio (9–10 diametri, con base, capitello a foglie d'acanto — corporatura di una fanciulla). A questi tre ordini greci i Romani aggiungono il Tuscanico (dorico semplificato, senza scanalature, con base) e il Composito (capitello che unisce le volute ioniche alle foglie corinzie). Cinque ordini. Duemila anni di architettura costruita su questa grammatica.
Ogni grande edificio dall'Alberti all'Ottocento usa uno o più di questi ordini — non come citazione nostalgica, ma come linguaggio condiviso che garantisce proporzioni riconoscibili. Il Campidoglio di Washington ha colonne corinzie. La Biblioteca Marciana di Sansovino a Venezia usa dorico al piano terra e ionico al piano nobile — la sequenza "corretta" secondo Vitruvio. Quando nel XX secolo il Modernismo rompe con gli ordini — quando Mies van der Rohe dichiara che la colonna dorica non ha più nulla da dire — è una rottura deliberata con duemila anni di canone vitruviano. Per capire perché il Modernismo è una rivoluzione, bisogna capire esattamente cosa ha rovesciato.
La prima edizione illustrata: Fra Giocondo e Cesariano
Il "De Architectura" circola nei monasteri carolingi come testo senza immagini — e Vitruvio parla di proporzioni, di colonne, di templi che nessuno che non li abbia mai visti riesce a capire senza un disegno. La prima edizione a stampa — Roma 1486, senza illustrazioni — è già un passo avanti. Ma la svolta arriva nel 1511, quando Fra Giocondo (Verona, 1433–1515), architetto e ingegnere idraulico, pubblica a Venezia la prima edizione illustrata con 136 xilografie che mostrano gli ordini, i templi, le macchine da guerra. Per la prima volta chi legge Vitruvio può vedere quello che descrive.
Nel 1521 Cesare Cesariano pubblica a Como la prima traduzione italiana commentata, con illustrazioni elaborate che includono — in modo filologicamente discutibile ma culturalmente efficace — la pianta della Cattedrale di Milano interpretata secondo i canoni vitruviani. Le edizioni illustrate del XVI secolo sono i manuali con cui si formano gli architetti del Rinascimento maturo e del Barocco. Palladio studia queste edizioni prima di scrivere i "Quattro Libri dell'Architettura" (1570). Giacomo Vignola scrive la "Regola delli cinque ordini d'architettura" (1562) come sintesi illustrata degli ordini vitruviani ridotti all'essenziale — il manuale più diffuso nella storia dell'architettura occidentale prima del XX secolo. Vitruvio non è un testo: è una tradizione.
Vitruvio e la bellezza
La "venustas" di Vitruvio non è la bellezza soggettiva — il "mi piace". È la bellezza oggettiva — la proporzione, l'armonia, l'ordine che derivano dall'applicazione delle regole geometriche e dai canoni degli ordini architettonici. Per Vitruvio la bellezza è razionale: deriva dall'applicazione corretta delle proporzioni matematiche. Il corpo umano è il modello — la sua bellezza deriva dal fatto che le sue proporzioni seguono il rapporto 1:8 (altezza/larghezza della testa), e le sue parti sono in relazione proporzionale tra loro. L'"Uomo Vitruviano" di Leonardo — il famoso disegno del 1490 — non è una citazione di Vitruvio: è un'illustrazione di Vitruvio, che nel libro III descrive le proporzioni del corpo umano perfetto.
Che è esattamente il contrario di quanto si crede: Vitruvio non è un formalista antiquato. I suoi tre principi — solidità, utilità, bellezza — sono ancora la migliore definizione dell'architettura che esista. Ogni volta che si discute se un edificio è "buono" o "cattivo", in fondo si sta applicando la triade vitruviana: regge? funziona? è bello? Le risposte cambiano con i secoli — cosa è "bello" nel I secolo a.C. non è uguale a cosa è "bello" nel XXI — ma le domande sono le stesse.
