Vitruvio non è un grande architetto: non ha costruito il Pantheon, né il Colosseo, né le terme di Caracalla. È un tecnico che aveva curato macchine da guerra per Cesare e poi lavorato per Augusto, anche sugli acquedotti; l'unico edificio che ricorda di aver costruito è una basilica a Fano. Il suo contributo è un libro. Il De architectura, scritto tra il 30 e il 20 a.C. circa, è l'unico manuale di architettura dell'antichità classica sopravvissuto: tutti gli altri trattati greci e romani sono perduti. Si è salvato quasi per caso, e per duemila anni ha fissato il canone dell'architettura occidentale.
I tre principi vitruviani, firmitas, utilitas, venustas (solidità, utilità, bellezza), sono la formula più citata della storia dell'architettura. Si trovano nel libro I, capitolo 3. La solidità riguarda la struttura: l'edificio deve reggere nel tempo. L'utilità riguarda la funzione: l'edificio deve servire allo scopo per cui è stato costruito. La bellezza riguarda l'estetica: l'edificio deve essere piacevole alla vista e armonioso. Tre requisiti, tutti necessari. E l'ordine non è casuale: la solidità viene prima della bellezza, perché un edificio bello che crolla ha fallito.
La riscoperta rinascimentale
Il "De Architectura" di Vitruvio è sopravvissuto in decine di manoscritti medievali, i più antichi copiati nei monasteri carolingi. Nel Medioevo circola, ma pochi lo capiscono davvero: è scritto in un latino tecnico pieno di termini greci e parla di edifici che non esistono più. All'inizio del Quattrocento l'umanista Poggio Bracciolini ne ritrova una copia nell'abbazia di San Gallo, in Svizzera, e l'interesse si riaccende. Da lì il De architectura diventa il testo di riferimento del Rinascimento.
Leon Battista Alberti, autore del De re aedificatoria (intorno al 1452), parte da Vitruvio ma lo critica: il latino è oscuro, molti passaggi incomprensibili, le misure non tornano. Scrive allora un trattato nuovo, in un latino chiaro, pensato per l'architettura del suo tempo. Da Alberti in poi ogni architetto che voglia essere preso sul serio deve conoscere Vitruvio, o almeno far finta.
Gli ordini architettonici: il vocabolario dell'Occidente
Il contributo più duraturo di Vitruvio, forse, non è la triade ma la descrizione degli ordini architettonici. Nei libri III e IV del "De Architectura" Vitruvio descrive tre ordini greci con regole proporzionali precise: il dorico (colonna alta 6–7 diametri, senza base, capitello semplice, paragonato al corpo maschile), lo ionico (8–9 diametri, con base, capitello a volute, il corpo femminile), il corinzio (più slanciato, con capitello a foglie d'acanto, il corpo di una fanciulla). Vitruvio descrive anche il tuscanico, il tempio etrusco; il composito, che unisce volute ioniche e foglie corinzie, sarà codificato solo nel Rinascimento. Su questa grammatica si costruisce per duemila anni.
Da Alberti all'Ottocento quasi ogni grande edificio usa uno o più di questi ordini, non per nostalgia ma come linguaggio condiviso che garantisce proporzioni riconoscibili. Il Campidoglio di Washington ha colonne corinzie. La Libreria Marciana di Sansovino a Venezia mette il dorico al piano terra e lo ionico al piano nobile, la sequenza "corretta" della tradizione classica. Quando nel Novecento il Moderno abbandona gli ordini, rompe consapevolmente con duemila anni di canone vitruviano: per capire quanto sia stata radicale quella rottura, bisogna sapere cosa ha rovesciato.
La prima edizione illustrata: Fra Giocondo e Cesariano
Nei monasteri il De architectura circola senza le illustrazioni che Vitruvio aveva previsto, ed è difficile capire proporzioni, colonne e templi senza un disegno. La prima edizione a stampa, a Roma intorno al 1486, è ancora senza figure. Ma la svolta arriva nel 1511, quando Fra Giocondo (Verona, 1433–1515), architetto e ingegnere idraulico, pubblica a Venezia la prima edizione illustrata con 136 xilografie che mostrano gli ordini, i templi, le macchine da guerra. Per la prima volta chi legge Vitruvio può vedere quello che descrive.
Nel 1521 Cesare Cesariano pubblica a Como la prima traduzione italiana commentata, con illustrazioni ricchissime che includono, in modo discutibile ma efficace, il Duomo di Milano letto secondo i canoni vitruviani. Le edizioni illustrate del XVI secolo sono i manuali con cui si formano gli architetti del Rinascimento maturo e del Barocco. Palladio studia queste edizioni prima di scrivere i "Quattro Libri dell'Architettura" (1570). Il Vignola, con la Regola delli cinque ordini d'architettura (1562), riduce gli ordini all'essenziale in un manuale illustrato che sarà forse il più diffuso della storia dell'architettura occidentale. Più che un testo, Vitruvio diventa una tradizione.
Vitruvio e la bellezza
La venustas di Vitruvio non è la bellezza soggettiva, il "mi piace", ma quella che nasce dalla proporzione, dall'armonia, dall'ordine, cioè dall'applicazione di regole geometriche e dei canoni degli ordini. Per Vitruvio la bellezza è razionale: deriva dall'applicazione corretta delle proporzioni matematiche. Il modello è il corpo umano, bello perché le sue parti sono in rapporto tra loro: per esempio la testa è un ottavo dell'altezza. L'Uomo vitruviano di Leonardo, disegnato intorno al 1490, illustra proprio il passo del libro III in cui Vitruvio descrive l'uomo inscritto nel cerchio e nel quadrato.
Vitruvio non è un formalista antiquato. I suoi tre principi restano una delle definizioni più utili di architettura. Ogni volta che si discute se un edificio è "buono" o "cattivo", in fondo si sta applicando la triade vitruviana: regge? funziona? è bello? Le risposte cambiano con i secoli, ma le domande sono ancora quelle.
