L'agorà ateniese è uno degli spazi pubblici più studiati e meno capiti della storia dell'architettura. Si tende a immaginarla come una piazza ordinata, circondata da edifici simmetrici, con una composizione chiara. Che è esattamente il contrario di quanto si trova. L'agorà ateniese è uno spazio cresciuto organicamente per secoli, con edifici aggiunti in posizioni dettate dalla necessità più che da un piano, con funzioni sovrapposte e cambianti nel tempo. Non è una piazza progettata: è uno spazio definito dall'uso.
La parola agorà in greco arcaico significa "assemblea" — prima ancora dello spazio fisico, indicava la riunione dei cittadini. Poi ha finito per indicare il luogo dove l'assemblea si riunisce. L'agorà ateniese nella sua fase più sviluppata (V–IV sec. a.C.) comprende il bouleuterion (sede del Consiglio dei Cinquecento), il pritaneo (sede dei presidenti di turno), il tribunale dell'Eliea, diversi templi, la Stoà Basileios, la Stoà Poikile — e uno spazio aperto centrale dove si tiene il mercato, le esecuzioni pubbliche, le cerimonie religiose, le gare sportive. Tutto insieme, tutto mischiato.
La stoà come elemento architettonico
L'elemento architettonico più caratteristico dell'agorà greca è la stoà — un porticato colonnato che definisce il bordo dello spazio aperto. La stoà offre ombra, riparo dalla pioggia, uno spazio di transizione tra l'esterno e l'interno. Non è un edificio autonomo: è un confine edilizio dello spazio pubblico. Dà forma all'agorà senza chiuderla.
La Stoà di Attalo ad Atene — ricostruita negli anni Cinquanta del Novecento dall'American School of Classical Studies — è lunga 116 metri, ha due piani di colonne (dorico al piano terra, ionico al primo piano) e ospita oggi il museo dell'agorà. È la ricostruzione più fedele di una stoà greca esistente. Ma bisogna essere precisi: la ricostruzione moderna usa materiale moderno e ha caratteristiche di comfort che l'originale non aveva. È un edificio storico del Novecento che ha la forma di un edificio del II secolo a.C.
L'agorà come pratica democratica
La democrazia ateniese si praticava fisicamente nell'agorà. Il tribunale dell'Eliea aveva giurie estratte a sorte tra i cittadini maschi adulti — fino a 6.000 giurati per i processi più importanti. Lo spazio fisico necessario era enorme: si svolgevano nelle aree aperte dell'agorà, con i giurati seduti su tribune temporanee. Ogni giurato riceveva un gettone di voto in bronzo — ne sono stati trovati migliaia negli scavi.
Ma torniamo all'architettura. Il kleroterion — la macchina per l'estrazione a sorte dei giurati — era un oggetto architettonico: una lastra di marmo con fori in cui venivano inserite le tessere identificative dei cittadini, poi estratte casualmente. La democrazia ateniese aveva un hardware fisico, costruito in pietra e bronzo, che serviva a garantire la casualità del processo elettivo. L'architettura della democrazia non è solo lo spazio — è anche gli strumenti con cui il processo democratico si svolge.
Dall'agorà al foro
Il foro romano è il diretto discendente dell'agorà greca, con due differenze significative. Il foro romano tende verso la chiusura e la simmetria — progressivamente nel corso dell'età imperiale diventa uno spazio circondata da edifici monumentali su tutti i lati, con assi chiari e composizioni simmetriche. L'agorà greca rimane più aperta, meno formale, più plurale nel senso degli edifici che la circondano. La seconda differenza riguarda il commercio: il foro imperiale romano esclude il mercato (relegato nei mercati coperti come i Mercati di Traiano). L'agorà greca lo accoglie.
È una differenza politica oltre che architettonica. L'agorà riflette la democrazia — caotica, negoziata, plurale. Il foro imperiale riflette il potere centralizzato — ordinato, gerarchico, monofunzionale. L'architettura dello spazio pubblico è sempre uno specchio del sistema politico che la produce.