La domus romana non è privata nel senso in cui lo intendiamo noi: la vita pubblica ci entra ogni giorno. Il paterfamilias riceve i clienti ogni mattina nell'atrio, la sala d'ingresso aperta verso il cielo, con la vasca dell'impluvium al centro che raccoglie l'acqua piovana. I clienti vengono a chiedere favori, a presentare i propri affari, a ricevere il patronato. L'atrio è uno spazio semi-pubblico: l'ingresso della domus è aperto, controllato, ma non chiuso. La città entra in casa.

La sequenza spaziale della domus tipo è: fauces (corridoio d'ingresso stretto, che filtra chi entra) → atrio con impluvio → tablino (studio del padrone di casa, a volte aperto sull'atrio) → peristilio (giardino colonnato interno, spazio privato della famiglia) → triclinium (sala da pranzo, per i banchetti). Ogni spazio ha un grado di accessibilità: l'atrio è semi-pubblico, il peristilio è privato, nel triclinium entrano solo gli invitati ai banchetti.

Pompei: le domus conservate

Pompei ci ha lasciato un corpus eccezionale di domus romane in vari stadi di conservazione. L'eruzione del Vesuvio del 79 d.C. ha sigillato la città sotto 4–6 metri di pomice e ceneri vulcaniche, conservando, oltre ai muri, i pavimenti in mosaico, gli affreschi, i mobili carbonizzati, i calchi dei corpi. È la fonte primaria per capire come vivevano i romani di ceto medio-alto.

La Casa del Fauno è la più grande e la più elaborata. Il suo mosaico più famoso, quello di Alessandro (5,82 × 3,13 metri, oggi al Museo Archeologico Nazionale di Napoli), raffigura la battaglia di Isso tra Alessandro Magno e Dario III. È composto di circa 1,5 milioni di tessere di pietra colorata, alcune grandi pochi millimetri. Quello che si vede oggi nella casa è una copia.

Domus romana: gli ambienti
FaucesCorridoio stretto d'ingresso · filtro sociale
Atrio con impluvioSpazio semi-pubblico · luce zenitale · raccolta acqua
TablinoStudio del padrone · tra atrio e peristilio
PeristilioGiardino colonnato interno · privato
TricliniumSala da pranzo · tre letti da banchetto

L'affresco come architettura

Le pareti della domus erano dipinte, e spesso con architetture finte. Il cosiddetto "secondo stile pompeiano" (I sec. a.C.) dipinge sulle pareti colonne, finestre, paesaggi, aperture verso giardini e architetture che non esistono fisicamente. Lo spazio reale viene moltiplicato e trasformato dall'inganno pittorico. Una stanza di 4 × 5 metri sembra aprirsi su giardini e portici dipinti. Sono illusioni costruite a occhio, molto prima della prospettiva geometrica del Quattrocento.

Ma torniamo alla struttura. La domus media pompeiana non era la Casa del Fauno. Era molto più piccola, 200–400 mq, con stanze anguste, illuminazione scarsa (le finestre sulla strada erano rare: si preferiva la luce interna dal peristilio), e una commistione di funzioni commerciali. Molte domus avevano botteghe (tabernae) sul fronte strada, affittate o gestite dalla famiglia. La distinzione netta tra residenza e attività commerciale che noi diamo per scontata era assente. La casa era anche luogo di lavoro.

«La domus romana ha l'ingresso aperto e il giardino chiuso. La città entra nell'atrio pubblico; la famiglia si ritira nel peristilio privato. Tra pubblico e privato non c'è un confine netto, ma un passaggio graduale che attraversa tutta la casa.»

I quattro stili pompeiani: l'evoluzione della decorazione

Gli affreschi della domus pompeiana seguono una progressione stilistica documentata e classificata dagli archeologi in quattro stili, ciascuno con una logica compositiva diversa. Il Primo stile (III–I sec. a.C.) imita con stucchi colorati il rivestimento in marmo. Il Secondo stile (I sec. a.C.) dipinge colonne, portici e vedute che sembrano aprire la stanza su spazi inesistenti. Il Terzo stile (inizio I sec. d.C.) è più piatto e decorativo: paesaggi, figure mitologiche su fondi monocromi, candelabre pittoriche. Il Quarto stile (fino al 79 d.C.) mescola i precedenti in composizioni molto fitte.

La Villa dei Misteri, a un chilometro fuori le mura di Pompei, contiene il ciclo pittorico più importante di questa tradizione: una serie di figure a grandezza naturale su fondo rosso pompeiano che raffigurano (probabilmente) un rito di iniziazione ai Misteri di Dioniso. Le figure occupano tre pareti di una sala rettangolare, in sequenza, come un racconto: uno dei più antichi grandi cicli narrativi della pittura antica che ci siano arrivati. Il rosso del fondo è il "rosso pompeiano", ottenuto con cinabro o terre rosse.

La domus contro l'insula

La domus era il tipo edilizio dei ricchi. La gran parte dei romani, a Roma come nelle altre grandi città, viveva in insulae: palazzi in affitto a più piani (fino a 6–7 piani a Roma), con appartamenti piccoli, scale ripide, nessun riscaldamento, nessun water privato, rischio costante di crollo e incendio. Augusto promulga una legge che limita l'altezza delle insulae a 70 piedi, circa 21 metri, per ridurre i crolli più che per far vivere meglio gli inquilini. La domus era l'eccezione dei ricchi, l'insula la norma: ci vivevano centinaia di migliaia di persone. Quando si studia l'architettura romana attraverso Pompei si rischia di studiare solo l'eccezione: la città conservata era una città di ceto medio-alto, con una concentrazione di domus atipica rispetto alla media dell'impero. La casa romana più diffusa era l'insula scomoda, buia e pericolosa, e di quella resta pochissimo.