La storia dell'architettura romana che si studia all'università è la storia dei monumenti: il Pantheon, il Colosseo, i Fori, le terme. È la storia dell'1% — degli edifici imperiali e dei templi. Quello che manca è la storia del 99%: dove vivevano i Romani. La risposta è: nelle insulae. Palazzi in affitto a più piani, densamente abitati, tecnicamente precari, privi di acqua corrente e riscaldamento ai piani superiori, con botteghe e taberne al piano terra. Sono la norma urbana dell'impero romano — e sono quasi completamente scomparse.
Il problema è semplice: le insulae erano costruite male perché il mercato edilizio romano premiava la velocità e la densità, non la qualità. Il proprietario affittava ogni piano a famiglie diverse, con canoni decrescenti man mano che si saliva (il piano terra era il più caro — meno scale, accesso alle botteghe; il sesto piano era il più economico — le più calde d'estate, le più fredde d'inverno, senza acqua, con il rischio maggiore in caso di incendio). La legge poneva limiti all'altezza — Augusto a 21 metri, Traiano a 18 — ma erano sistematicamente violati.
Ostia: le insulae conservate
Ostia Antica, il porto di Roma, è il luogo dove le insulae romane sono meglio conservate. Non perché Ostia fosse diversa da Roma — perché è stata abbandonata gradualmente nel Medioevo e non sovrascritta da costruzioni successive. I Caseggiati di Ostia mostrano tipologie varie: insulae a corte interna, insulae a blocco compatto, insulae miste con botteghe al piano terra. La struttura standard usa mattoni cotti (opus testaceum) per le pareti portanti, solai di legno, copertura a tegole.
Il Caseggiato di Diana a Ostia (II sec. d.C.) è uno degli esempi meglio conservati: quattro piani, con una corte interna dotata di cisterna per l'acqua, balconi aggettanti sul fronte, botteghe al piano terra. Al primo piano si trovavano gli appartamenti più grandi e costosi, con finestre sulla corte e affreschi alle pareti. Ai piani superiori gli appartamenti erano sempre più piccoli e spartani.
Il rischio urbano
Roma bruciava spesso. Il Grande Incendio del 64 d.C., sotto Nerone, distrugge 10 dei 14 quartieri della città. Ma non è un evento eccezionale: le fonti antiche registrano incendi grandi e piccoli con frequenza regolare. La struttura delle insulae spiega perché: legno nei solai, bracieri per riscaldare e cucinare, botteghe con materiali infiammabili al piano terra, densità abitativa estrema, strade strette che ostacolano l'accesso dei pompieri. L'insula romana è una trappola di fuoco.
Nerone, dopo l'incendio del 64, ricostruisce Roma con norme più severe: strade più larghe, portici obbligatori davanti agli edifici, pareti in pietra invece che in legno, altezze limitate. È il primo codice edilizio antincendio della storia urbana. E qui bisogna essere precisi: il codice edilizio è un'invenzione antica, non moderna. Il problema della sicurezza degli edifici urbani è stato affrontato con regolamenti costruttivi già nell'impero romano — con risultati parziali, come dimostrano gli incendi successivi.
La persistenza del tipo
Ma torniamo all'architettura. L'insula romana ha una persistenza tipologica straordinaria. Il palazzo d'affitto a più piani con botteghe al piano terra e appartamenti sopra è ancora il tipo edilizio dominante dei centri storici europei — e in molte città del mondo. La forma non è cambiata in 2000 anni. Quello che è cambiato è la tecnologia: ascensori al posto delle scale di legno, acqua corrente a ogni piano, riscaldamento centralizzato, norme antincendio. La struttura spaziale — botteghe in basso, abitazioni in alto, corte interna o facciata su strada — è la stessa dell'insula di Ostia.