La storia dell'architettura romana che si studia all'università è la storia dei monumenti: il Pantheon, il Colosseo, i Fori, le terme. Cioè degli edifici pubblici e dei templi. Resta fuori una domanda semplice: dove abitava la maggior parte dei Romani? Nelle insulae. Palazzi in affitto a più piani, densamente abitati, tecnicamente precari, privi di acqua corrente e riscaldamento ai piani superiori, con botteghe e taberne al piano terra. Erano la norma nelle grandi città dell'impero, e ne è rimasto pochissimo.

Le insulae erano spesso costruite male, perché il mercato premiava la velocità e la densità più della qualità. Il proprietario affittava ogni piano a famiglie diverse, con canoni decrescenti man mano che si saliva (il piano nobile, in basso, era il più caro; gli ultimi piani costavano meno ed erano i più caldi d'estate, i più freddi d'inverno, senza acqua e i più esposti in caso di incendio). La legge fissava limiti di altezza, 70 piedi con Augusto e 60 con Traiano (circa 21 e 18 metri), ma venivano spesso aggirati.

Quante erano, e di chi erano

Quante insulae c'erano a Roma? Le fonti più citate sono i Cataloghi regionari, elenchi del IV secolo d.C. che descrivono le quattordici regioni della città e ne contano gli edifici: in totale registrano circa 46.600 insulae contro meno di 1.800 domus, le case unifamiliari dei ricchi. Il numero va preso con cautela, perché gli studiosi discutono ancora se "insula" indichi lì un intero edificio o una singola unità abitativa in affitto. Ma il rapporto è comunque eloquente: per ogni famiglia che viveva in una casa propria, decine vivevano in affitto, spesso in una o due stanze.

Le insulae erano un investimento, e i proprietari appartenevano spesso all'élite. Cicerone possedeva botteghe e case in affitto a Pozzuoli, e in una lettera all'amico Attico racconta, con ironia amara, che due suoi edifici sono crollati e gli altri sono pieni di crepe, tanto che se ne sono andati non solo gli inquilini ma perfino i topi. Marco Licinio Crasso, uno degli uomini più ricchi della tarda Repubblica, secondo Plutarco aveva messo insieme la sua fortuna immobiliare in modo ancora più spregiudicato: quando scoppiava un incendio, arrivava con una squadra di schiavi addestrati, comprava a prezzo stracciato l'edificio in fiamme e quelli vicini dai proprietari disperati, e solo dopo faceva spegnere il fuoco. Sono aneddoti, ma raccontano bene un mercato in cui la rendita contava più della sicurezza di chi abitava.

Ostia: le insulae conservate

Ostia Antica, il porto di Roma, è il luogo dove le insulae romane sono meglio conservate. Non perché Ostia fosse diversa da Roma, ma perché fu abbandonata poco a poco tra tarda antichità e Medioevo e nessuno ci costruì sopra. I Caseggiati di Ostia mostrano tipologie varie: insulae a corte interna, insulae a blocco compatto, insulae miste con botteghe al piano terra. La struttura standard usa mattoni cotti (opus testaceum) per le pareti portanti, solai di legno, copertura a tegole.

Il Caseggiato di Diana a Ostia (II sec. d.C.) è uno degli esempi meglio conservati: quattro piani, con una corte interna dotata di cisterna per l'acqua, balconi aggettanti sul fronte, botteghe al piano terra. Al primo piano si trovavano gli appartamenti più grandi e costosi, con finestre sulla corte e affreschi alle pareti. Ai piani superiori gli appartamenti erano sempre più piccoli e spartani.

La tecnica costruttiva spiega sia la resistenza delle insulae meglio fatte sia la fragilità delle altre. I piani bassi erano in calcestruzzo romano rivestito di mattoni, solido e poco infiammabile. Ai piani alti, per risparmiare peso e denaro, si usava spesso l'opus craticium: un telaio di legno riempito di pietrame e malta, rapido da costruire ed economico. Vitruvio, nel secondo libro del suo trattato, lo condanna senza mezzi termini: vorrebbe che non fosse mai stato inventato, perché nel fuoco brucia come una torcia e l'umidità fa marcire il legno e crepare l'intonaco. I solai erano di travi di legno, e i balconi sporgevano sulla strada sostenuti da mensole. Le finestre raramente avevano vetri, che erano costosi: si chiudevano con imposte di legno, tende o pannelli di stoffa, con la conseguenza che d'inverno bisognava scegliere tra il freddo e il buio.

L'acqua era un privilegio del piano terra. Gli acquedotti portavano acqua alle fontane pubbliche e, a pagamento, a chi otteneva una concessione per un allacciamento privato con tubi di piombo; ma la pressione non bastava a portarla ai piani alti. Chi abitava in alto doveva salire con i secchi dalla fontana più vicina, e allo stesso modo scendere con i rifiuti. Le latrine private erano rare: si usavano le latrine pubbliche, le foricae, a più posti affiancati, o vasi da svuotare, e le fonti antiche raccontano anche di chi li svuotava direttamente dalla finestra.

Insula romana: condizioni di vita
Acqua correnteSolo al piano terra (fontane pubbliche per i piani alti)
LatrinePubbliche (foricae) o vasi da notte svuotati in strada
RiscaldamentoBracieri a carbone → rischio di incendio e CO
Altezza massima legale21m (Augusto) · 18m (Traiano) · spesso violata
AffittiCesare condona un anno d'affitto a chi paga fino a 2000 sesterzi (Svetonio)

Vivere in un'insula

Il testimone più vivace di questa vita è il poeta Giovenale, che nella terza satira, all'inizio del II secolo d.C., fa dire a un amico in partenza da Roma tutto ciò che rende la città invivibile: le case che crollano, gli incendi che si propagano dai piani bassi fino a chi dorme sotto il tetto, il rumore che impedisce di dormire. Il rumore aveva una causa precisa. Una legge dell'età di Cesare vietava, salvo eccezioni, la circolazione dei carri in città durante il giorno, per liberare le strade dalla congestione; di conseguenza il trasporto delle merci si concentrava di notte, e il passaggio dei carri pesanti sotto le finestre accompagnava il sonno di chi abitava lungo le strade principali. È uno dei primi esempi documentati di una norma urbana pensata per risolvere un problema e che ne crea un altro.

Non tutte le insulae erano tuguri. A Ostia si vedono anche complessi abitativi di buona qualità, come le cosiddette Case a Giardino, costruite in età adrianea attorno a un grande giardino interno comune, con appartamenti ampi e luminosi, o la Casa delle Volte Dipinte, con soffitti decorati. Al piano terra delle strade principali c'erano botteghe, officine e locali dove si vendeva cibo pronto, come il thermopolium della via di Diana, con il suo bancone in muratura. L'insula era quindi un edificio misto, in cui abitazione, lavoro e commercio convivevano, e in cui la qualità dipendeva dalla posizione, dal piano e dalla borsa dell'inquilino.

Il rischio urbano

Roma bruciava spesso. Il Grande Incendio del 64 d.C., sotto Nerone, colpisce dieci dei quattordici quartieri della città: secondo Tacito tre vengono rasi al suolo e sette gravemente danneggiati. Ma non è un evento eccezionale: le fonti antiche registrano incendi grandi e piccoli con frequenza regolare. La struttura delle insulae spiega perché: legno nei solai, bracieri per riscaldare e cucinare, botteghe con materiali infiammabili al piano terra, densità abitativa estrema, strade strette che ostacolano l'accesso dei pompieri. L'insula romana è una trappola di fuoco.

Nerone, dopo l'incendio del 64, ricostruisce Roma con norme più severe: strade più larghe, portici obbligatori davanti agli edifici, pareti in pietra invece che in legno, altezze limitate. È uno dei primi regolamenti edilizi antincendio documentati. I regolamenti edilizi, insomma, non li abbiamo inventati noi: Roma li aveva già, anche se con risultati parziali, come dimostrano gli incendi successivi.

Prima ancora di Nerone, era stato Augusto ad affrontare il problema degli incendi in modo organizzativo. Nel 6 d.C. istituisce il corpo dei vigiles, una sorta di corpo dei vigili del fuoco e di polizia notturna, organizzato in sette coorti ciascuna responsabile di due delle quattordici regioni della città, con caserme e posti di guardia distribuiti nei quartieri. I vigili avevano secchi, pompe a mano, scale, coperte bagnate e asce per abbattere le strutture e creare tagliafuoco. A Ostia si conserva ancora la caserma dei vigili, un grande edificio attorno a un cortile. È la prova che i Romani conoscevano bene il rischio: il problema non era l'ignoranza, ma la difficoltà di imporre regole a un mercato edilizio che ne traeva profitto.

«L'insula romana è il condominio antico, con i problemi che conosciamo: speculazione, manutenzione scarsa, sicurezza trascurata. Roma nel II secolo d.C. era la città più ricca del Mediterraneo, e la maggior parte dei suoi abitanti viveva in condizioni che oggi chiameremmo emergenza abitativa.»

La persistenza del tipo

Torniamo all'architettura. Come tipo edilizio l'insula è durata a lungo: il palazzo d'affitto a più piani, con botteghe al piano terra e appartamenti sopra, è ancora il tessuto di base dei centri storici europei e di molte altre città. Quello che è cambiato è la tecnologia: ascensori al posto delle scale di legno, acqua corrente a ogni piano, riscaldamento centralizzato, norme antincendio. La struttura spaziale — botteghe in basso, abitazioni in alto, corte interna o facciata su strada — è la stessa dell'insula di Ostia.

Anche la gerarchia sociale per piani è sopravvissuta a lungo. Nei palazzi parigini costruiti durante i lavori di Haussmann, nella seconda metà dell'Ottocento, il piano terra ospitava negozi, il secondo piano, detto nobile, con il balcone continuo, era il più prestigioso, e salendo gli appartamenti diventavano più modesti, fino alle stanzette sotto il tetto per la servitù. È esattamente la scala dei valori dell'insula di Ostia. A rovesciarla non è stata una riforma sociale, ma una tecnologia: l'ascensore. Quando salire sette piani non costa più fatica, l'ultimo piano, luminoso, silenzioso e con la vista migliore, diventa il più ricercato, e nelle città contemporanee l'attico vale più del primo piano. La forma dell'edificio è rimasta la stessa per duemila anni; a cambiare il suo significato sociale è bastato un motore elettrico.

Dove vedere un'insula oggi

A Roma l'esempio più accessibile è l'insula dell'Ara Coeli, ai piedi della scalinata che sale alla chiesa di Santa Maria in Aracoeli, accanto al Campidoglio. Scoperta negli anni Trenta del Novecento durante le demolizioni per aprire le grandi strade del centro, conserva parte di quattro piani del II secolo d.C.: al livello più basso si riconoscono le botteghe, sopra gli appartamenti, e sulla facciata si vedono ancora murati i resti di una piccola chiesa medievale costruita dentro l'edificio antico, con un campanile. Chi passa in macchina o in autobus davanti al Vittoriano la vede senza accorgersene. Per capire davvero il tipo edilizio, però, serve una giornata a Ostia Antica, a mezz'ora di treno da Roma: lì si può camminare dentro le insulae, salire sulle scale in muratura che portavano ai piani superiori e percorrere strade intere in cui botteghe, cortili e caseggiati si susseguono come in un quartiere moderno.