Il problema del Foro Romano, per chi lo visita oggi, è che sembra un campo di rovine senza un ordine: colonne sparse, archi, lastre di marmo. Quello che si fatica a capire è che il Foro non è mai stato un progetto unitario: è una sovrapposizione di novecento anni di costruzioni, demolizioni, ricostruzioni, ampliamenti, incendi e restauri. Ogni imperatore aggiungeva qualcosa. Ogni guerra distruggeva qualcosa. Ogni restauro copriva qualcosa di precedente. Quello che vediamo oggi è un deposito di strati, non il risultato di un piano.
Il Foro inizia, secondo la tradizione, come zona paludosa tra il Palatino e il Campidoglio, bonificata nel VII secolo a.C. con una grande opera di drenaggio, la Cloaca Maxima, che ancora oggi scarica nel Tevere. La bonifica trasforma una palude in una piazza. Sulla piazza si costruisce il mercato, poi il luogo delle assemblee politiche, poi i templi, poi i tribunali, poi i monumenti celebrativi. Ogni strato aggiunge funzioni, complessità, densità.
La Basilica come tipo edilizio
Il Foro Romano ha introdotto nella storia dell'architettura uno dei tipi edilizi più influenti mai inventati: la basilica. Non quella cristiana, che arriva secoli dopo. La basilica romana è una grande aula coperta, a pianta rettangolare, con navate laterali e una zona absidale al fondo, usata come tribunale, borsa, sala di assemblea. La Basilica Emilia (179 a.C.) e la Basilica Giulia (54 a.C.) fiancheggiano il Foro su lati opposti.
Quando Costantino legalizza il Cristianesimo nel 313 d.C., la chiesa ha bisogno di un tipo edilizio per le assemblee dei fedeli. Sceglie la basilica, e non il tempio pagano, che era la casa del dio e non uno spazio per l'assemblea. La basilica cristiana riprende la pianta della basilica forense: navata centrale, navate laterali, abside al fondo con l'altare invece del tribunale. Così la chiesa cristiana nasce da un edificio pensato per i processi e gli affari.
Il Tempio di Cesare e la politica sacra
Sul luogo esatto in cui il corpo di Giulio Cesare fu cremato nel 44 a.C., Augusto fece costruire il Tempio del Divo Giulio, inaugurato nel 29 a.C. La posizione non è casuale: il tempio trasforma un assassinio politico in un atto di fondazione religiosa. Cesare diventa un dio, e il luogo della sua morte diventa un santuario. Ogni rito celebrato nel tempio ricorda a Roma chi ha ucciso Cesare e chi l'ha vendicato: Augusto.
Il Foro funziona così per secoli: la politica diventa architettura, l'architettura diventa memoria, e la memoria serve a legittimare chi governa. Ogni imperatore che costruisce un tempio, un arco, una basilica nel Foro sta scrivendo la propria versione della storia di Roma in pietra. Il Foro si può leggere come un testo, scritto con gli edifici.
La Curia e la fine della Repubblica
La Curia Iulia, dove si riuniva il Senato, si affaccia sul Foro. L'edificio che vediamo è quello ricostruito da Diocleziano dopo l'incendio del 283 d.C. All'interno, ancora visibili, ci sono i gradini su cui sedevano i senatori e il pavimento in opus sectile di marmi colorati, uno dei pochi di questo livello rimasti al loro posto. Vitruvio raccomandava per le curie un'altezza pari alla metà della somma di lunghezza e larghezza, e quella di Diocleziano ci si avvicina.
Il fatto che la Curia sia sopravvissuta si deve in parte alla sua trasformazione in chiesa, nel 630 d.C.: come il Pantheon, l'ha salvata il riuso religioso. Le porte di bronzo originali furono spostate nel Seicento, sotto Alessandro VII, alla basilica di San Giovanni in Laterano, dove sono ancora. La porta che si vede oggi è una copia moderna.
Cosa rimane e perché
Il Foro Romano nel suo stato attuale è il risultato di quattro grandi fasi di scavo: XVIII secolo (scavi antiquari disorganizzati), XIX secolo (scavi napoleonici poi sabaudi), XX secolo (scavi del periodo fascista, quando per aprire via dei Fori Imperiali vennero demoliti interi quartieri), e XX-XXI secolo (scavi sistematici con metodi moderni). Ogni fase ha scoperto qualcosa e distrutto qualcos'altro. Gli strati medievali che coprivano i resti romani furono rimossi quasi del tutto tra Otto e Novecento. Gli scavi sono proseguiti e prosperati, ma la perdita dei contesti medievali è irreversibile.
Quello che si vede oggi, insomma, non è il Foro Romano come era in nessun momento storico: è una ricostruzione selettiva basata su scelte fatte in epoche diverse da persone con obiettivi diversi. La storia, anche quando viene dissotterrata, è sempre una storia raccontata da chi scava.