Se chiedete a chi visita il Partenone perché quelle colonne sembrano così giuste, probabilmente vi risponderà "per le proporzioni". Ha ragione, ma per i Greci la proporzione non era solo una questione di gusto: era il modo di tenere insieme, con una regola, tutte le parti di un edificio.

Gli ordini nascono dalla costruzione, e in particolare dai templi in legno che i Greci tradussero in pietra tra VII e VI secolo a.C.: triglifi, mutuli e gocce ricordano le teste delle travi e i chiodi di un tetto ligneo. Col tempo diventano un sistema di regole proporzionali che fissa il rapporto tra le parti. La scanalatura alleggerisce il fusto alla vista e, con le ombre, ne fa leggere meglio la forma cilindrica. Il capitello fa da passaggio tra l'elemento verticale (la colonna) e quello orizzontale (l'architrave). Quasi ogni parte ha un'origine pratica, anche se poi diventa convenzione.

Capire questo cambia il modo in cui si guardano duemila anni di architettura occidentale. Gli ordini non sono stati "citati" da architetti del passato perché erano belli. Sono stati usati perché erano un linguaggio condiviso, preciso e già collaudato.

Il dorico: il più antico, il più difficile

L'ordine dorico è il più antico dei tre ordini greci e, in un senso molto preciso, il più difficile. Non da costruire, ma da usare bene. Non ha basi sotto le colonne: il fusto parte direttamente dallo stilobate, il gradone superiore del tempio. Il capitello è essenziale: echino (una sorta di cuscino a profilo curvilineo) e abaco (una lastra quadrata) senza alcun ornamento. Il fregio sopra l'architrave alterna triglifi (blocchi con scanalature verticali) e metope, pannelli lisci o scolpiti.

Il problema del dorico si chiama angolo del triglifo. Le regole del sistema stabiliscono che i triglifi debbano essere centrati sulle colonne e sugli intercolunni. Ma all'angolo dell'edificio, queste due regole entrano in conflitto: il triglifo d'angolo deve essere all'estremo del fregio, ma se è centrato sulla colonna d'angolo, lascia una metopa angolare più stretta delle altre. I Greci non trovarono mai una soluzione teorica soddisfacente. La risolsero empiricamente, aggiustando le spaziature. Il Partenone, che è il tempio dorico più studiato, ha intercolunni leggermente più stretti agli angoli esattamente per questa ragione.

Questa imperfezione irrisolvibile è una delle ragioni per cui il dorico è considerato il più severo e il più "maschile" degli ordini, un'etichetta che risale a Vitruvio e che nel Rinascimento diventerà canone. Ma è anche la ragione per cui usarlo bene richiede una conoscenza profonda: ogni edificio dorico è un problema proporzionale leggermente diverso.

I cinque ordini: proporzioni di base
Dorico grecoAltezza colonna: 4–6 × diametro base
IonicoAltezza colonna: 8–9 × diametro base
CorinzioAltezza colonna: 9–10 × diametro base
Tuscanico (romano)Altezza colonna: 7 × diametro base
Composito (romano)Come corinzio, capitello misto

L'ionico: la colonna che mente sull'età

L'ionico è l'ordine della Ionia, cioè della costa dell'Asia Minore e delle isole, e di Atene quando vuole mostrarsi raffinata. Ha la base, che il dorico non ha. Il fusto è più snello: il rapporto tra diametro e altezza passa da circa 1:5,5 del dorico a 1:8 o 1:9. E ha il capitello con le volute: due spirali laterali che nella versione frontale sembrano perfettamente simmetriche, ma che sui lati dell'angolo creano un problema simile a quello del triglifo dorico: come si fa a girare l'angolo con un capitello che ha due facce identiche? La soluzione greca, il capitello d'angolo con la voluta piegata a 45 gradi, funziona ma resta un ripiego.

L'ionico è spesso descritto come "femminile" in opposizione al dorico "maschile", una classificazione che Vitruvio spiega con il fatto che le sue proporzioni sono simili a quelle di una donna, la base come la scarpa, le volute come i capelli. Oggi un'analogia del genere fa sorridere, ma ha condizionato la teoria architettonica europea per secoli. Al di là della metafora conta il rapporto: l'ionico è più snello e leggero, il dorico più massiccio.

Il corinzio: la bugia più riuscita della storia dell'architettura

Il corinzio è probabilmente quello che avete visto più spesso: Roma lo ha diffuso in tutto l'Impero, il Rinascimento lo ha ripreso, il Barocco lo ha arricchito e il Neoclassicismo lo ha rimesso in circolazione. Il suo capitello, un cesto di foglie d'acanto da cui escono piccole volute, è forse l'elemento architettonico più copiato di sempre.

Vitruvio racconta la sua origine come una leggenda: uno scultore corinzio di nome Callimaco avrebbe visto sulla tomba di una fanciulla un cesto con le sue bambole, coperto da una tegola, con le foglie di acanto cresciute intorno in primavera. Avrebbe tratto da questa immagine il capitello. È una bella storia, e quasi certamente inventata. Sappiamo invece che il primo capitello corinzio noto è quello del tempio di Apollo a Bassae, alla fine del V secolo a.C., e che per circa un secolo il corinzio resta soprattutto un ordine da interni (lo si trova, per esempio, nella tholos di Epidauro).

Sono i Romani a portarlo all'esterno e a farne l'ordine della grandiosità imperiale. Il Pantheon, il Colosseo (al terzo livello), il tempio di Marte Ultore nel Foro di Augusto: quando Roma vuole mostrare il suo potere usa il corinzio. Non per ragioni costruttive, dove è il più convenzionale dei tre, ma perché la ricchezza del capitello si legge subito come magnificenza.

«Il corinzio è una scelta retorica più che l'ultimo stadio di un'evoluzione. I Romani lo hanno usato come un oratore usa le figure più elaborate: quando vuole impressionare, più che convincere.»

Roma aggiunge due ordini. E mente sul perché.

I tre ordini greci diventano cinque con il tuscanico e il composito, che i Romani usano ma che saranno codificati solo più tardi. Il tuscanico è un dorico semplificato e più tozzo, con base, fregio liscio e fusto senza scanalature. Il composito sovrappone le volute ioniche alle foglie d'acanto del corinzio.

La codifica esplicita dei cinque ordini avverrà solo nel Rinascimento, con Sebastiano Serlio nel 1537. Ma è Vitruvio, nel I secolo a.C., a fissare il sistema greco e a preparare il terreno. Il suo De Architectura, l'unico trattato di architettura antico arrivato fino a noi, è la fonte di tutta la teoria rinascimentale. Il problema è che Vitruvio è spesso oscuro, a tratti contraddittorio, e scrive di edifici che non esistono più. Brunelleschi, Alberti, Palladio lo leggono tutti, ma lo integrano con quello che vedono nelle rovine. Teoria e pratica non coincidono mai del tutto, e gran parte dell'architettura del Rinascimento nasce proprio da questo scarto.

L'entasi: la colonna che mente all'occhio

Colonna dorica scanalata con la sua leggera curvatura di entasi, affiancata da una linea retta di riferimento
L'entasi: un rigonfiamento quasi impercettibile che evita l'effetto di una colonna strozzata al centro.

Il fusto della colonna dorica e ionica non è un cilindro perfetto. Ha una leggera convessità, l'entasi (dal greco "tensione"). Se si costruisse una colonna perfettamente cilindrica, l'occhio umano la percepirebbe come leggermente concava al centro, più stretta di quanto non sia. L'entasi corregge questa distorsione percettiva producendo artificialmente la percezione di una linea dritta.

Non è l'unica correzione ottica nell'architettura greca. Lo stilobate del Partenone non è piano: ha una curvatura verso l'alto di circa 6 centimetri al centro sulle facciate brevi e di circa 11 centimetri su quelle lunghe. Le colonne non sono verticali: inclinano leggermente verso l'interno, tanto che se le si prolungasse si incontrerebbero a circa due chilometri di altezza. Le colonne degli angoli hanno un diametro maggiore delle altre perché viste controluce sembrano più sottili. Il fregio è inclinato leggermente verso l'esterno in alto per essere letto meglio dal basso.

Tutte queste correzioni producono un edificio che sembra geometricamente perfetto proprio perché non lo è. È un sistema di menzogne coordinate, calcolate con una precisione che non ha equivalenti nell'architettura pre-moderna. E nessuno di questi artifici è visibile a occhio nudo: li si può misurare, non vedere. Il risultato è che il Partenone sembra "giusto" a chiunque lo guardi, architetto o turista, perché il sistema correttivo lavora esattamente al di sotto della soglia della percezione consapevole.

Perché gli ordini sono ancora rilevanti

Nel 1923 Le Corbusier pubblica Vers une Architecture e dichiara, tra le altre cose, che la colonna greca è morta. Che il cemento armato e l'acciaio hanno reso obsoleto qualunque sistema proporzionale basato sulla colonna portante in pietra. Ha ragione tecnicamente. Ha torto storicamente.

Oggi gli ordini non si usano quasi più, se non nelle banche neoclassiche e negli edifici di regimi che vogliono sembrare eterni. Contano perché affrontano un problema che resta: come costruire un sistema di proporzioni che l'occhio legga come coerente. Il Modulor di Le Corbusier (1948) è un tentativo di fare lo stesso con misure basate sul corpo umano. Le griglie modulari del modernismo sono un altro tentativo. Nessuno, finora, ha avuto la stessa diffusione.

Questo non significa che bisogna tornare alle colonne corinzie. Significa che ogni volta che un architetto decide come devono stare in rapporto tra loro le parti di un edificio — quanta finestra, quanto muro, quanto aggetto, quanto ritmo — affronta lo stesso problema a cui i Greci del V secolo a.C. hanno dato la risposta più duratura.