Pochi tipi edilizi hanno inciso sull'architettura occidentale quanto il tempio greco, ma questo non vuol dire che sia stato capito. La maggior parte degli edifici neoclassici — banche, tribunali, musei, parlamenti — usano il frontone e le colonne del tempio greco come segnale di autorità, di permanenza, di classicità. Però ne rovesciano il funzionamento: l'esterno del tempio diventa la facciata di un edificio in cui si entra e si lavora.
Il tempio greco era, alla lettera, la casa del dio. La statua della divinità stava all'interno, nella cella, al buio. I riti si svolgevano all'esterno, davanti al tempio, davanti all'ara dei sacrifici. I fedeli non entravano nel tempio durante i riti normali. L'interno era accessibile solo ai sacerdoti e in occasioni speciali. Il modello che usiamo per gli edifici pubblici era quindi, in origine, l'abitazione di una divinità.
La colonna e il corpo umano
Vitruvio, nel suo trattato, spiega l'origine degli ordini architettonici con un'analogia corporea: il dorico deriva dalle proporzioni del corpo maschile adulto, l'ionico da quelle del corpo femminile, il corinzio da quelle di una fanciulla. Non è storia, è simbolo. Ma dice una cosa vera: le proporzioni del tempio sono pensate in rapporto al corpo umano. L'altezza della colonna, il diametro alla base, lo spessore dell'architrave, l'altezza del frontone: tutto è in relazione, e quella relazione è derivata dalle proporzioni del corpo.
Anche per questo il tempio greco funziona alla sua scala: chi gli sta davanti lo abbraccia con lo sguardo come un tutto. Raddoppiato, sembrerebbe un'altra cosa. La scala fa parte del progetto.
Il peristilo: lo spazio tra dentro e fuori
Il peristilo, il colonnato che circonda la cella, è una parte del tempio che spesso si trascura. Era lo spazio di passaggio intorno all'edificio, il confine visibile tra il sacro e il resto. I fedeli circondavano il tempio durante le cerimonie, camminavano attorno al peristilo, offrivano sacrifici all'altare che stava di fronte all'ingresso. Il rapporto tra il fedele e il dio passava sempre per l'esterno, per la luce, per lo spazio aperto.
Il tempio greco è quindi pensato per essere visto da fuori, come una grande scultura e un punto di riferimento nel paesaggio. Da qui le correzioni ottiche: inclinazioni, entasi, curvature del podio. Tutte quelle correzioni servono a far sembrare il tempio perfetto all'osservatore che lo guarda da fuori, da distanza. Non servono a niente per chi sta dentro.
Dai templi greci in Sicilia
I templi greci meglio conservati non sono in Grecia: sono in Sicilia e nell'Italia meridionale, l'antica Magna Grecia. Il tempio della Concordia ad Agrigento (V secolo a.C.) è tra i templi dorici più completi che esistano: ha conservato il colonnato perché alla fine del VI secolo d.C. fu trasformato in chiesa, chiudendo gli intercolumni e aprendo arcate nei muri della cella. La trasformazione l'ha salvato. Il cosiddetto tempio di Nettuno a Paestum (oggi attribuito più spesso a Hera o ad Apollo), in Campania, ha mantenuto le colonne della peristasi in buono stato perché la palude che circondava il sito nel Medioevo lo ha reso inaccessibile e quindi inviolabile.
In entrambi i casi, la sopravvivenza dell'edificio non è il risultato di una cura intenzionale: è il risultato di circostanze che hanno reso difficile o improduttivo demolirlo. È la regola, non l'eccezione, per l'architettura antica: ciò che sopravvive è ciò che era troppo scomodo da smontare, o troppo utile da abbandonare, o troppo remoto da raggiungere. Non la qualità dell'edificio, ma la sua posizione nel sistema economico e geografico del momento.
