Roma, 1633. In Via del Quirinale, Gian Lorenzo Bernini sta progettando la chiesa di Sant'Andrea al Quirinale. A poche centinaia di metri, in Via del Quirinale stessa, Francesco Borromini ha appena ricevuto la commissione per San Carlo alle Quattro Fontane. Stessa strada, stesse dimensioni ridotte del lotto, stessa committenza ecclesiastica, stessa necessità di fare qualcosa di grande con poco spazio.
Quel che produrranno non ha niente in comune. È come se avessero vissuto in epoche diverse.
Chi erano, prima di essere nemici
Gian Lorenzo Bernini nasce a Napoli nel 1598 da un padre scultore. A dieci anni è già a Roma, e a undici scolpisce la sua prima opera per il cardinale Scipione Borghese. È un bambino prodigio in un ambiente — la Roma papale del primo Seicento — che ama i bambini prodigio e sa cosa farsene. A ventisei anni è già il principale scultore della città. A trentatré riceve la commissione per il baldacchino di San Pietro, l'opera più importante della basilica più importante del mondo cristiano. Non ha ancora costruito niente di rilevante come architetto. Non importa: a Roma, il talento visibile viene premiato prima ancora che sia stato verificato.
Francesco Borromini nasce a Bissone, nel Canton Ticino, nel 1599 — un anno dopo Bernini. Arriva a Roma a quindici anni come apprendista scalpellino, proprio come Palladio era arrivato a Vicenza. Lavora per Maderno sulla fabbrica di San Pietro. Poi, per undici anni, lavora sotto Bernini come disegnatore e collaboratore tecnico. Undici anni a disegnare i dettagli delle idee di un altro, a vedere il proprio nome non comparire su nessuna opera. È il tipo di formazione che produce o un esecutore mansueto o un furore creativo senza paragoni.
Nel 1634, quando finalmente riceve la commissione per San Carlo alle Quattro Fontane — la prima opera tutta sua — Borromini ha trentacinque anni e quindici anni di rabbia accumulata.
Due metodi, una stessa città
Per capire la differenza tra i due, bisogna stare davanti a due edifici. Il primo è Sant'Andrea al Quirinale di Bernini (1658–1671). La pianta è un'ellisse con l'asse maggiore trasversale rispetto all'ingresso — non entri nella profondità della chiesa, entri nella sua larghezza. L'altare è sul lato corto, di fronte all'ingresso. Tutto si apre verso di te. Lo spazio è teatrale nel senso letterale: c'è una platea (la navata), un palcoscenico (il presbiterio), e un fondale (l'abside con la gloria di Sant'Andrea). Bernini ha costruito un teatro in cui il protagonista è Dio — o meglio, il racconto di Dio che vuole la Chiesa.
Il secondo edificio è San Carlo alle Quattro Fontane di Borromini (1634–1668). La pianta è un ovale, ma non un ovale semplice — è un ovale costruito attraverso la compenetrazione di due triangoli equilateri inscrivibili in un cerchio, una figura che Borromini derivava dalle sue ricerche sui poliedri platonici. Nessuno che visita la chiesa riesce a leggerne la pianta intuitivamente. Lo spazio non si offre: ti avvolge, ti orienta verso l'alto, ti fa sentire dentro qualcosa che non riesci a misurare a colpo d'occhio.
Bernini costruisce spazio narrativo. Borromini costruisce spazio matematico. Bernini vuole che tu capisca. Borromini vuole che tu senta qualcosa che non riesci a spiegare.
La rivalità: cosa dicevano l'uno dell'altro
Le testimonianze dei contemporanei su questo rapporto sono parziali e spesso di seconda mano, ma abbastanza coerenti da restituire un quadro. Bernini considerava Borromini un pericoloso innovatore che "corrompeva" l'architettura con geometrie eccentriche. Disse, secondo Baldinucci, che Borromini era venuto al mondo "per rovinare l'architettura". Non è una critica estetica: è una condanna morale. Per Bernini, che si muoveva nell'orbita papale con la disinvoltura di chi ha sempre avuto protezioni altissime, Borromini rappresentava l'instabilità, il capriccio, il rifiuto delle regole condivise.
Borromini, dal canto suo, accusava Bernini di essere un profano — un bravo scultore diventato architetto per virtù di mecenati potenti, non per competenza tecnica. La critica più documentata riguarda il campanile di San Pietro: Bernini aveva progettato due campanili per la basilica, uno dei quali mostrò problemi strutturali già durante la costruzione. Borromini fu tra i primi a segnalare pubblicamente i difetti del progetto. Il campanile fu demolito. Fu un'umiliazione pubblica enorme per Bernini — e Borromini, a quanto si capisce, non fece niente per attenuarla.
Sant'Ivo alla Sapienza: il capolavoro impossibile
Se c'è un edificio di Borromini che mostra il suo metodo nella sua forma più pura, è Sant'Ivo alla Sapienza (1642–1660), la chiesa dell'università di Roma. La pianta è un esagono stellare — un triangolo equilatero con gli angoli rientrati a semicerchio, alternati con gli angoli sporgenti, che genera un perimetro ondulato impossibile da descrivere verbalmente senza disegnarlo. La cupola sale da questa pianta con una logica che sembra impossibile: ogni segmento della parete curva si trasforma, salendo, in una costola della volta. Poi, sopra la lanterna, una spirale elicoidale di pietra si avvita verso il cielo.
Questa spirale non ha precedenti nell'architettura europea. Non ha precedenti nell'architettura di nessuna cultura, a dire il vero. Borromini la ha derivata dalla Torre di Babele — un'immagine biblica, non un modello architettonico. Ha preso un mito e lo ha costruito in pietra. Il risultato è un elemento che ancora oggi, a tre secoli e mezzo di distanza, non si sa bene come classificare: è una guglia? Una copertura? Un simbolo? Sì, tutte e tre.
Bernini e la piazza: lo spazio come abbraccio
Sarebbe sbagliato liquidare Bernini come il vincitore mediocre. La Piazza San Pietro (1656–1667) è una delle opere urbanistiche più riuscite della storia. Il colonnato ellittico che abbraccia la piazza non è un confine — è un'apertura. Bernini lo spiegò con una delle sue metafore più celebrate: le braccia della chiesa che si aprono per accogliere i fedeli. È retorica, certo, ma è retorica che funziona perché è costruita nello spazio. La curva del colonnato non chiude la piazza: la indirizza, la scala, la prepara all'edificio dietro. È uno spazio che non si capisce mai completamente finché non ci si trova al centro, e allora è perfetto.
Questo è il punto di forza di Bernini che Borromini non avrebbe mai potuto raggiungere: la capacità di lavorare a grande scala, nello spazio urbano, in modo che il risultato sia immediatamente leggibile da chiunque. Borromini lavorava bene nei piccoli spazi — più il sito era difficile e angusto, più il suo metodo produceva soluzioni brillanti. Bernini lavorava bene nelle grandi scale — più il contesto era visibile e pubblico, più la sua retorica era efficace. Non erano rivali sullo stesso terreno. Erano straordinari su terreni diversi che si sono trovati, per caso geografico e biografico, nello stesso tempo e nella stessa città.
La morte e ciò che rimane
Borromini muore il 2 agosto 1667. Si sveglia di notte, prende la spada, e si getta su di essa. Sopravvive abbastanza a lungo da ricevere i sacramenti e dettare ai notai le ultime disposizioni testamentarie. Muore qualche ora dopo. Ha sessantasette anni. Bernini muore nel 1680, a ottantuno anni, nella sua casa di Roma, circondato dai nipoti e dai riconoscimenti di mezzo secolo di carriera trionfale.
La storia successiva è nota. Il Settecento usa Borromini come esempio negativo — l'architettura barocca al suo peggio, capriccio senza disciplina. Il Settecento usa Bernini come esempio positivo — grandiosità controllata, classicità eroica. L'Ottocento riscopre entrambi come eccessi da evitare. E poi arriva il Novecento.
Aalto ha letto Borromini. Scharoun ha letto Borromini. Carlo Scarpa ha letto Borromini. Renzo Piano ha dichiarato di tornare spesso a Sant'Ivo alla Sapienza. La geometria deformata, lo spazio che non si capisce a prima vista, la curva come struttura prima che come ornamento — tutto questo è Borromini, filtrato attraverso tre secoli di oblio e riscoperta. Bernini è nei musei. Borromini è nelle scuole di architettura.
Nessuno dei due avrebbe apprezzato il giudizio dell'altro. Il che probabilmente è il modo migliore per sapere che il giudizio è giusto.
