Roma, 1634. In Via del Quirinale, Francesco Borromini riceve la commissione per San Carlo alle Quattro Fontane. Nel 1658, a poche centinaia di metri, sulla stessa Via del Quirinale, Gian Lorenzo Bernini progetterà la chiesa di Sant'Andrea al Quirinale. Stessa strada, stesse dimensioni ridotte del lotto, stessa committenza ecclesiastica, stessa necessità di fare qualcosa di grande con poco spazio.

Quel che produrranno non ha niente in comune. È come se avessero vissuto in epoche diverse.

Chi erano, prima di essere nemici

Gian Lorenzo Bernini nasce a Napoli nel 1598 da un padre scultore. A dieci anni è già a Roma, e da adolescente lavora già per il cardinale Scipione Borghese. È un ragazzo prodigio, e la Roma papale del primo Seicento sa benissimo cosa farsene. A venticinque anni è già il principale scultore della città, e riceve l'incarico del baldacchino di San Pietro, sopra la tomba dell'apostolo. Come architetto non ha ancora costruito niente di rilevante, ma a Roma il talento visibile viene premiato prima ancora di essere messo alla prova.

Francesco Borromini nasce a Bissone, nel Canton Ticino, nel 1599 — un anno dopo Bernini. Arriva a Roma intorno ai vent'anni, nel 1619, come scalpellino, e lavora nel cantiere di San Pietro sotto Carlo Maderno, suo parente. Poi, per circa cinque anni, lavora sotto Bernini come disegnatore e collaboratore tecnico. Anni passati a disegnare i dettagli delle idee di un altro, senza che il suo nome compaia da nessuna parte.

Nel 1634, quando finalmente riceve l'incarico per San Carlo alle Quattro Fontane, la prima opera tutta sua, Borromini ha trentacinque anni e un carattere ormai difficile.

I due protagonisti: dati essenziali
Gian Lorenzo BerniniNapoli 1598 – Roma 1680
Francesco BorrominiBissone 1599 – Roma 1667
Opere principali di BerniniBaldacchino S. Pietro, Piazza S. Pietro, S. Andrea al Quirinale, Fontana dei Quattro Fiumi
Opere principali di BorrominiS. Carlo alle Quattro Fontane, S. Ivo alla Sapienza, Oratorio dei Filippini, S. Agnese in Agone
Morte di BerniniNaturale, a 81 anni
Morte di BorrominiSuicidio, a 67 anni

Due metodi, una stessa città

Per capire la differenza tra i due, bisogna stare davanti a due edifici. Il primo è Sant'Andrea al Quirinale di Bernini (1658–1671). La pianta è un'ellisse con l'asse maggiore di traverso rispetto all'ingresso: non si entra nella profondità della chiesa ma nella sua larghezza, e l'altare è subito di fronte. Lo spazio è costruito come una scena, con il presbiterio come palcoscenico e, sopra l'altare, la statua di sant'Andrea che sale verso la cupola come in una rappresentazione.

Il secondo edificio è San Carlo alle Quattro Fontane di Borromini (1634–1668). La pianta è un ovale, ma costruito su una griglia geometrica complessa: due triangoli equilateri affiancati e i cerchi inscritti, da cui Borromini ricava pareti che si piegano in curve concave e convesse. Chi entra non riesce a leggere la pianta a colpo d'occhio. Lo spazio avvolge e spinge lo sguardo verso l'alto, verso la cupola a cassettoni.

Bernini costruisce spazio narrativo. Borromini costruisce spazio matematico. Bernini vuole che tu capisca. Borromini vuole che tu senta qualcosa che non riesci a spiegare.

La rivalità: cosa dicevano l'uno dell'altro

Le testimonianze dei contemporanei su questo rapporto sono parziali e spesso di seconda mano, ma abbastanza coerenti da restituire un quadro. Bernini considerava Borromini un pericoloso innovatore che "corrompeva" l'architettura con geometrie eccentriche. Secondo una tradizione riportata dai biografi, disse che Borromini era venuto al mondo "per rovinare l'architettura". Per Bernini, abituato a muoversi tra papi e cardinali, Borromini rappresentava il capriccio e il rifiuto delle regole condivise.

Borromini, dal canto suo, vedeva in Bernini un bravo scultore diventato architetto grazie ai protettori più che alla competenza tecnica. La critica più documentata riguarda il campanile di San Pietro: Bernini aveva progettato due campanili per la basilica, uno dei quali mostrò problemi strutturali già durante la costruzione. Borromini fu tra i primi a segnalare pubblicamente i difetti del progetto. Nel 1646 il campanile fu demolito: un'umiliazione pubblica per Bernini, che Borromini non fece nulla per attenuare.

«Bernini vinceva perché rassicurava, Borromini perdeva perché non lo si capiva. Ma il Novecento ha guardato soprattutto a Borromini. La storia dell'architettura è piena di queste rivincite postume.»

Sant'Ivo alla Sapienza

Se c'è un edificio di Borromini che mostra il suo metodo nella sua forma più pura, è Sant'Ivo alla Sapienza (1642–1660), la chiesa dell'università di Roma. La pianta nasce da due triangoli equilateri sovrapposti, una stella a sei punte, con nicchie semicircolari e angoli smussati che si alternano: un perimetro difficilissimo da descrivere a parole. La cupola sale da questo perimetro senza interruzioni, e le pieghe della parete continuano nella volta fino alla lanterna. Sopra la lanterna, una spirale di pietra si avvita verso il cielo.

Questa spirale non ha precedenti nell'architettura europea. Fuori d'Europa il confronto più vicino è il minareto a spirale di Samarra, in Iraq, del IX secolo. Il significato è discusso: c'è chi ci vede la torre di Babele, chi un richiamo alla sapienza che sale verso Dio, chi le ziqqurat. È insieme una guglia, una copertura e un simbolo.

L'interno ellittico di Sant'Andrea al Quirinale di Bernini, con l'altare dorato in fondo
Sant'Andrea al Quirinale: tutto lo spazio si apre verso l'altare, come una scena.

Bernini e la piazza: lo spazio come abbraccio

Sarebbe sbagliato liquidare Bernini come un vincitore mediocre. Piazza San Pietro (1656–1667) è una delle sistemazioni urbane più riuscite di sempre, e il colonnato ellittico che la abbraccia è più un'apertura che un confine. Bernini lo spiegò con una delle sue metafore più celebrate: le braccia della chiesa che si aprono per accogliere i fedeli. È retorica, ma funziona perché è costruita nello spazio: la curva del colonnato orienta la piazza e prepara alla basilica. E dai due punti segnati sul pavimento le quattro file di colonne si allineano in una sola.

Qui Bernini ha un vantaggio su Borromini: sa lavorare alla grande scala, nello spazio urbano, con un risultato che chiunque capisce subito. Borromini lavorava bene nei piccoli spazi — più il sito era difficile e angusto, più il suo metodo produceva soluzioni brillanti. Bernini lavorava bene nelle grandi scale — più il contesto era visibile e pubblico, più la sua retorica era efficace. Più che rivali sullo stesso terreno, erano maestri di terreni diversi, capitati nello stesso tempo e nella stessa città.

La morte e ciò che rimane

Borromini muore il 2 agosto 1667. Si sveglia di notte, prende la spada, e si getta su di essa. Sopravvive abbastanza a lungo da ricevere i sacramenti e dettare ai notai le ultime disposizioni testamentarie. Muore qualche ora dopo. Ha sessantasette anni. Bernini muore nel 1680, a ottantuno anni, nella sua casa di Roma, circondato dai nipoti e dai riconoscimenti di mezzo secolo di carriera trionfale.

Il seguito è noto. La critica classicista del Settecento fa di Borromini l'esempio negativo, il capriccio senza disciplina, mentre Bernini resta un modello di grandiosità controllata. Il Neoclassicismo condanna poi tutti e due come eccessi da evitare. Poi arriva il Novecento.

Gli studi di Paolo Portoghesi negli anni Sessanta e le mostre che seguono riportano Borromini al centro, e molti architetti del secondo Novecento guardano alle sue geometrie piegate, agli spazi che non si capiscono a prima vista, alla curva usata come struttura più che come ornamento. Oggi Bernini si ammira soprattutto nei musei e nelle piazze; Borromini si studia nelle scuole di architettura.

Nessuno dei due avrebbe apprezzato il giudizio dell'altro. Il che probabilmente è il modo migliore per sapere che il giudizio è giusto.