Bjarke Ingels nasce a Copenaghen nel 1974. Studia architettura al Royal Danish Academy of Fine Arts e alla ETSAB di Barcellona. A ventiquattro anni entra all'OMA di Rem Koolhaas a Rotterdam, e lì impara la lezione più importante: l'architettura è un mestiere intellettuale prima che formale, ogni progetto comincia mettendo in discussione il programma, e il modo di comunicarlo fa parte del progetto. L'OMA è famosa per i diagrammi, i libri, i manifesti; Ingels prende tutto questo e lo rende più semplice e accessibile. Quando nel 2001 fonda PLOT con Julien De Smedt, e nel 2005 BIG, porta con sé un principio: un progetto deve potersi spiegare in una frase.
Il linguaggio di BIG è riconoscibile: edifici che sembrano diagrammi tridimensionali, forme che derivano da una logica dichiarata (l'edificio è inclinato perché il programma richiede viste verso il mare, il piano è sfalsato perché la densità è variabile), materiali relativamente convenzionali — mattone, calcestruzzo, legno — usati in modo non convenzionale. Non c'è la complessità digitale di Hadid né l'ossessione per la materia di Zumthor. C'è una chiarezza che si coglie subito e che rende i progetti di BIG facilissimi da raccontare, in una conferenza, a un consiglio di amministrazione, in un concorso. È un vantaggio tutt'altro che superficiale.
8 House e Mountain Dwellings: risolvere la densità
Mountain Dwellings a Copenaghen (2008) è un blocco di 80 appartamenti sovrapposto a un parcheggio multipiano. La sfida era unire il programma residenziale (appartamenti con terrazzo e vista) e il programma infrastrutturale (parcheggio di 480 posti) in un lotto urbano di medie dimensioni. La soluzione: il parcheggio è un blocco rettangolare con rampe interne, e gli appartamenti formano un piano inclinato che sale dalla sommità del parcheggio verso la cima dell'edificio. Ogni appartamento ha il tetto del parcheggio sottostante come terrazzo-giardino. Il risultato visivo è una montagna artificiale verde con le finestre che emergono dal fianco.
8 House (2010) è più grande e più ambizioso: 476 appartamenti in un complesso a forma di numero 8 in pianta, con un percorso pedonale e ciclabile che sale lungo le terrazze dall'esterno al tetto — 800 metri di "via" inclinata attorno al perimetro dell'edificio. L'idea è mescolare in altezza funzioni e tipi di alloggio diversi, uffici e negozi in basso, case in alto, invece di separarli per zone come nei quartieri tradizionali. Chi lavora al piano terra e chi abita al sesto condividono lo stesso edificio e lo stesso percorso. È un'idea urbana, la varietà sociale come programma architettonico, resa possibile da un promotore privato disposto a rischiare.
LEGO House e Twist: il progetto come metafora
La LEGO House di Billund, in Danimarca (2017), è il caso in cui l'idea è così diretta da sembrare ovvia, e funziona benissimo. È un centro di esperienze per la LEGO, che a Billund ha sede, fatto di blocchi bianchi impilati come mattoncini giganti, con terrazze colorate che spuntano tra un blocco e l'altro. Dentro, quattro zone di gioco di colori diversi, ciascuna dedicata a un tipo di apprendimento, dove si costruisce, si sperimenta, si gioca. Non è un museo nel senso tradizionale: è un parco di esperienze basato sul mattoncino come principio costruttivo. La forma dell'edificio spiega il contenuto prima che si entri.
The Twist, galleria del parco di sculture Kistefos a Jevnaker, in Norvegia (2019), è il caso opposto: la forma non è una metafora del contenuto ma la risposta a un problema di sito. Il museo doveva attraversare il fiume Randselva come un ponte. Ingels prende il volume rettangolare del museo, lo torce di 90° nel mezzo — come torcere un pezzo di carta — e lo fa attraversare il fiume. Un'estremità è parallela al paesaggio, l'altra è perpendicolare. Il percorso espositivo attraversa la torsione e il visitatore vive lo spazio che cambia orientamento sotto i suoi piedi. Dalle fotografie si capisce poco: bisogna attraversarlo.
CopenHill: la pista da sci sul termovalorizzatore
CopenHill (2019) è il progetto più citato di BIG, e forse quello che ne riassume meglio il metodo. Il Comune di Copenaghen doveva costruire un nuovo termovalorizzatore per i rifiuti della città. I termovalorizzatori sono edifici tipicamente ostili al contesto: grandi, rumorosi, visivamente aggressivi, e politicamente difficili da collocare perché nessun quartiere li vuole. Ingels propone di aggiungere al programma una pista da sci sul tetto, sfruttando la pendenza imposta dagli impianti, una parete d'arrampicata in facciata, sentieri e un bar in cima. L'effetto politico è enorme: un impianto che di solito nessuno vuole vicino a casa diventa un'attrazione della città.
CopenHill mostra anche il limite del metodo BIG: il rischio di un'architettura come intrattenimento. Se ogni edificio scomodo viene "risolto" con un'aggiunta ricreativa, si finisce per accettare troppo facilmente programmi discutibili purché ben confezionati. Sopra si scia, sotto i rifiuti bruciano lo stesso. Ingels risponde che l'alternativa sarebbe lo stesso impianto senza pista da sci, non un problema ambientale risolto.
L'influenza e le critiche
Oggi BIG è uno degli studi più grandi del mondo, con centinaia di dipendenti tra Copenaghen, New York, Londra, Barcellona e altre sedi. Ha lavorato per Google, a Mountain View con Thomas Heatherwick e a Londra, e ha progettato una versione della Two World Trade Center di New York mai costruita. A questa scala le domande cambiano: uno studio così grande può mantenere la coerenza di quando erano in trenta? Gli edifici di BIG restano riconoscibili e chiari, ma su una produzione così vasta la qualità inevitabilmente oscilla.
Quello che rimane costante è la posizione di Ingels nel dibattito architettonico contemporaneo: contro il dogma della sostenibilità come sacrificio, contro l'utopia come scusa per non costruire, contro il formalismo senza programma. "Edonisticamente sostenibile" è una formula che ha avuto molto successo perché risolve una contraddizione reale: come convincere le persone che la scelta ecologica è anche la scelta migliore per loro. Non è un problema formale. È un problema di comunicazione e di progetto che l'architettura, almeno quella di BIG, ha deciso di prendere sul serio.
