Paulo Mendes da Rocha nasce a Vitória, nello Stato di Espírito Santo, nel 1928; il padre è ingegnere e lavora alle opere portuali. Si laurea in architettura all'Università Mackenzie di São Paulo nel 1954 e cresce dentro quella che sarà chiamata "scuola paulista", distinta dalle curve eleganti di Niemeyer e della scuola di Rio: calcestruzzo a vista, struttura come espressione diretta, forma che nasce dal programma. Il maestro di riferimento è João Batista Vilanova Artigas, che lo chiamerà a insegnare alla FAU-USP.
Nel 1958, a trent'anni, vince il concorso per la palestra del Clube Atlético Paulistano. La struttura è eccezionale: un anello di cemento armato sorretto da pochi grandi pilastri, da cui pende una copertura circolare tesa su cavi d'acciaio, sopra un campo libero da sostegni. Fin da subito si capisce che cosa gli interessa: non la superficie o il rivestimento, ma la struttura come forma definitiva dell'edificio.
L'esilio e il cemento come posizione politica
La traiettoria di Mendes da Rocha negli anni Sessanta e Settanta è complicata dalla politica. Il regime militare brasiliano (1964–1985) lo allontana dall'insegnamento alla FAU-USP nel 1969, in un'ondata di epurazioni che colpisce decine di accademici considerati troppo vicini alla sinistra. A differenza di Niemeyer, che va in Europa, Mendes da Rocha resta in Brasile, continua a progettare, soprattutto case private, e aspetta. La sua posizione la esprime con l'architettura: nel Brasile degli anni Settanta un calcestruzzo grezzo, senza rivestimenti, è quasi una presa di posizione contro il lusso e le finzioni del gusto borghese.
Nel 1980 torna all'università. Nel 2006, a settantasette anni, riceve il Pritzker. Spesso viene definito brutalista, un'etichetta che non ha mai amato: per lui il calcestruzzo non era una scelta di stile ma di sostanza.
Il MuBE: il suolo liberato
Il Museu Brasileiro da Escultura e Ecologia (MuBE) di São Paulo (1995) è il manifesto più chiaro del suo approccio alla città. Il programma richiede un museo per la scultura nel Jardim Europa, uno dei quartieri residenziali più ricchi di São Paulo. Il lotto è in salita, stretto, di fronte a un viale alberato. Mendes da Rocha interra quasi tutto il museo, sale, depositi e servizi, e lascia in superficie soprattutto un gesto: una gigantesca trave-pensilina di calcestruzzo lunga sessanta metri, appoggiata solo alle estremità, che fa ombra a una piazza-giardino.
Lo spazio sotto la pensilina è pensato come una piazza aperta. In una città come São Paulo, dove lo spazio pubblico è spesso recintato e sorvegliato, è una dichiarazione precisa: il museo non occupa la città, gliene restituisce un pezzo. Mendes da Rocha ha sempre sostenuto che l'architettura deve restituire al suolo quello che prende: se costruisci su un lotto, devi dare alla città uno spazio equivalente in forma diversa. Il MuBE lo fa letteralmente.
Il SESC e il diritto alla città
Il SESC 24 de Maio a São Paulo (2017), progettato con lo studio MMBB quando Mendes da Rocha ha quasi novant'anni, è tra i suoi lavori più ambiziosi: un ex grande magazzino della catena Mesbla, nel centro storico, trasformato in centro culturale e sportivo del SESC, la rete brasiliana che offre a prezzi accessibili cultura, sport e formazione ai lavoratori e alle loro famiglie. Sul tetto c'è una piscina scoperta affacciata sulla città.
Quella piscina non è un vezzo: parla del "diritto alla città" del sociologo Henri Lefebvre, l'idea che ogni abitante abbia diritto non solo a una casa ma agli spazi migliori della città. São Paulo è una delle metropoli più diseguali del mondo, dove i ricchi hanno piscine e club privati; il SESC offre una piscina panoramica a chi lavora. Mendes da Rocha non ha mai temuto che le sue idee fossero troppo politiche per essere architettura.
