Nel 2000, Wang Shu viene a sapere che un villaggio nella periferia di Hangzhou sta per essere demolito per fare spazio a uno sviluppo immobiliare. Organizza un gruppo di studenti e lavoratori per raccogliere i mattoni, le tegole di argilla, le pietre dei muri. Torna con materiale sufficiente a rivestire una superficie di migliaia di metri quadri. Poi aspetta dieci anni prima di usarlo.
Wang Shu nasce a Urumchi nel 1963. Studia architettura a Nanjing. Nel 1997 fonda con la moglie Lu Wenyu l'Amateur Architecture Studio, un nome provocatorio mentre l'architettura cinese diventava sempre più industriale, standardizzata, dominata dai grandi studi. "Amatoriale" vuol dire non piegarsi alla produzione di massa, potersi permettere di sperimentare, sbagliare, ricominciare.
L'Accademia delle Arti di Hangzhou
Il campus di Xiangshan dell'Accademia delle Arti Cinesi di Hangzhou (prima fase 2004, seconda fase 2007) è l'opera più ambiziosa di Wang Shu. Sedici edifici disposti lungo il fianco di una collina, orientati in modo da non bloccare la vista verso la montagna dal basso e verso il lago dalla sommità. La struttura è in cemento armato, le superfici esterne in milioni di mattoni e tegole di recupero.
Il risultato è uno dei campus universitari più insoliti del mondo: gli edifici sembrano invecchiati, come se fossero stati costruiti secoli fa e restaurati. Le superfici di mattone antico sono alternate a finestre di vetro contemporaneo, a strutture di cemento grezzo, a tetti curvi di tegole grigie. Non è pastiche storico: è una stratificazione temporale deliberata, che fa coesistere il vecchio e il nuovo senza cercare di uniformarli.
Il Museo di Storia di Ningbo
Il Museo di Storia di Ningbo (2008) è l'edificio che ha fatto conoscere Wang Shu al di fuori della Cina. È un grande volume compatto, con pareti fatte di mattoni e tegole di epoche diverse, che sembra un pezzo di montagna o di città antica. I materiali vengono dai villaggi demoliti intorno a Ningbo durante l'urbanizzazione degli anni Duemila, posati con la tecnica tradizionale del wapan.
La critica più frequente è che riusare i materiali delle demolizioni renda presentabile un processo socialmente violento, lo sgombero forzato dei villaggi per far posto alle città: si fa bella architettura con i resti di ciò che è stato distrutto. Wang Shu risponde che costruire tutto nuovo e dimenticare le demolizioni sarebbe peggio. L'architettura, almeno, può ricordare.
La Biblioteca di Wenzheng e l'apprendistato nel cantiere
Prima del campus di Xiangshan, Wang Shu costruisce la Biblioteca di Wenzheng a Suzhou (1999-2000) — il suo primo grande lavoro pubblico. È un edificio basso, affacciato sull'acqua, con un padiglione su pilastri che si spinge sopra il canale e materiali semplici. Non è tradizionale, non è modernista, non è storicista: è il tentativo di trovare un linguaggio che nasca dai materiali e dal luogo invece che da un manuale internazionale.
Wang Shu passa anni nei cantieri a imparare dai muratori: come si posa un mattone antico senza romperlo, come si mischia la malta compatibile con un materiale vecchio di cento anni, come trattare le tegole di terracotta perché non facciano passare l'acqua senza snaturarle con prodotti chimici. Non è nostalgia, è tecnica: i materiali di recupero pongono problemi che l'università non insegna, e Wang Shu li impara in cantiere dagli artigiani che sanno ancora risolverli, sapendo che tra una generazione quei saperi potrebbero sparire.
Amateur Architecture Studio
Amateur Architecture Studio è uno studio piccolo, minuscolo rispetto al mercato cinese, che costruisce a scala enorme con processi industriali. Lu Wenyu non è una cofondatrice di facciata: partecipa a ogni progetto, con un'attenzione particolare per i materiali e il paesaggio, e la sua esclusione dal Pritzker del 2012 ha fatto discutere. In una Cina dove negli anni Novanta e Duemila i grandi incarichi andavano spesso a studi internazionali come quelli di Koolhaas, Foster o Hadid, i due scommettono sull'artigianato, sulla lentezza e sul rifiuto della crescita.
Anche dopo il Pritzker Wang Shu ha scelto di non far crescere lo studio. La ragione è pratica: un grande studio non può permettersi di raccogliere mattoni dai villaggi demoliti, di passare anni nei cantieri, di coinvolgere artigiani locali per tecniche che richiedono mesi di preparazione. Un grande studio lavora con materiali standardizzati, lavorazioni industriali, tempi di progettazione compressi. Restare piccoli è la condizione per restare liberi nella scelta di materiali e metodi, ed è anche una posizione politica.
