Kengo Kuma nasce a Yokohama nel 1954. A dieci anni, nel 1964, il padre lo porta a vedere il palazzetto olimpico di Yoyogi di Kenzō Tange, che fonde tradizione giapponese e Modernismo internazionale. Kuma racconta che è lì che decide di fare l'architetto, e che capisce che si può essere moderni senza tradire la propria cultura. Studia all'Università di Tokyo, lavora nello studio di Arata Isozaki, poi va a Columbia University a New York come visiting researcher negli anni Ottanta.
All'inizio degli anni Novanta, con il suo studio appena aperto, costruisce un edificio che poi vorrà dimenticare: l'M2 a Setagaya, nato come showroom della Mazda, con una gigantesca colonna ionica al centro della facciata. Doveva essere una provocazione postmoderna, la critica lo stronca, e Kuma stesso lo considererà un errore. Il Giappone è nel pieno della bolla economica — architettura come ostentazione di ricchezza — e M2 ne è un prodotto. Quando la bolla scoppia, Kuma ricomincia con un programma opposto: un'architettura che si fa notare il meno possibile.
Cancellare l'architettura: il Museo della Pietra
Il Museo della Pietra di Nasu, Tochigi (2000) è il primo grande manifesto del nuovo programma. Il museo recupera vecchi magazzini di pietra e usa la pietra locale di Ashino, estratta da secoli nella zona. Kuma ne fa sottili lamelle e pareti traforate, in modo che il muro sembri quasi un tessuto attraversato dalla luce. Da vicino si vedono le singole lastre, le variazioni di colore, la porosità; da lontano la superficie si confonde con il paesaggio.
Non è solo una scelta estetica: le lamelle filtrano luce e aria, e la pietra arriva da pochi chilometri. Kuma parla di "cancellare l'architettura", non nel senso di non costruire, ma di costruire in modo che l'edificio sembri parte del luogo invece di imporsi. Per lui è una questione etica prima che di gusto.
Il legno, il bambù, i materiali locali
Kuma usa il legno non come citazione folkloristica ma come risposta tecnica a esigenze di oggi: lamellare per coprire luci ampie, essenze trattate per resistere all'umidità, legname da foreste gestite. Al One Omotesando di Tokyo (2003), un edificio per uffici e negozi su uno dei viali più eleganti della città, riveste la facciata con fitte lamelle verticali di larice che filtrano la luce e richiamano gli alberi del viale. Tra vetro e acciaio delle griffe vicine, è una scelta che si nota.
Il V&A Dundee (2018), museo del design in Scozia, è rivestito di 2.429 pannelli prefabbricati in calcestruzzo, posati in fasce orizzontali che richiamano le scogliere stratificate della costa scozzese. L'edificio si sporge verso il fiume Tay con grandi sbalzi, come una falesia sull'acqua. È lo stesso principio del museo di Nasu, far sembrare l'edificio parte del luogo, in un contesto completamente diverso: si trasferisce il metodo, non lo stile.
Lo stadio olimpico di Tokyo e il confronto con Tange
Lo Stadio Nazionale di Tokyo, completato nel 2019 per le Olimpiadi poi rinviate al 2021, è il suo lavoro più grande e quello con la storia più travagliata. Il progetto vincitore del primo concorso era di Zaha Hadid, ma nel 2015 il governo giapponese lo cancella per i costi e le polemiche. Kuma vince il nuovo concorso con uno stadio che usa legno proveniente da tutte le 47 prefetture del Giappone, un legame simbolico con l'intero paese. Le travi e le lamelle di legno della copertura e delle facciate ammorbidiscono la mole di uno stadio da 68.000 posti.
Il confronto con il palazzetto di Tange del 1964 è inevitabile. Tange celebrava la tecnica, con funi d'acciaio tese e coperture sospese che sembravano pronte al decollo; Kuma usa la tecnica per evocare una foresta. Tange proiettava il Giappone nel futuro industriale, Kuma lo riporta al suo rapporto con la natura. È anche la sua risposta alla domanda che si porta dietro da quando, bambino, era entrato nel palazzetto di Tange: come essere moderni senza perdere il Giappone.
