Tadao Ando nasce ad Osaka nel 1941. Non studia architettura in un'università: lavora come falegname, poi come pugile (professionista, non dilettante), poi viaggia in Europa e in America studiando gli edifici di Le Corbusier, di Alvar Aalto, di Louis Kahn. Torna in Giappone negli anni Sessanta e apre uno studio. Nel 1976, progetta la Rowhouse a Sumiyoshi: una casa di tre piani in un lotto stretto del quartiere popolare di Sumiyoshi ad Osaka. Il piano terra ha un cortile aperto che divide in due il living. Per andare dalla cucina al bagno, si attraversa il cortile. Se piove, ci si bagna.
I committenti lo sapevano. Ando glielo aveva spiegato. E loro avevano accettato. La ragione è che la Rowhouse offre qualcosa che le case giapponesi convenzionali non offrono: un rapporto diretto con il cielo, con la pioggia, con il sole, con le stagioni. In un quartiere urbano denso, senza giardino e senza vista, il cortile aperto è l'unico modo di portare la natura all'interno della casa. La scomodità è il prezzo di un'esperienza che nessun altro sistema darebbe.
Il cemento facciavista di Ando
Ando usa quasi sempre lo stesso materiale: cemento facciavista — calcestruzzo a vista, senza rivestimento, lucido. Non è il cemento grezzo degli anni Sessanta del brutalismo inglese: è un cemento finissimo, con una consistenza quasi sericosa, prodotto con casseforme perfettamente piane e bulloni posizionati con precisione millimetrica. Le buche dei bulloni formano griglie regolari sul muro — non sono difetti, sono parte del disegno. Il cemento di Ando richiede una cura costruttiva paragonabile a quella del marmo.
Il risultato è un materiale che sembra neutro ma non lo è: la superficie cambia con la luce radente, rivela le imperfezioni microscopiche, cattura le ombre in modo che i muri sembrano quasi vivi. Ando usa questo cemento come sfondo per la luce naturale — finestre tagliate nei muri che proiettano linee di luce sul pavimento, aperture zenitali che creano colonne di luce verticali, fessure orizzontali che separano muro e tetto e fanno sembrare il tetto galleggiante.
La Chiesa della Luce
La Chiesa della Luce a Ibaraki, Osaka (1989), è l'edificio di Ando più fotografato. Lo spazio principale è un parallelepipedo di cemento con una croce tagliata nel muro dietro l'altare: due tagli ortogonali nel muro massiccio che lasciano filtrare la luce esterna. La croce di luce proiettata sul pavimento e sulle pareti di cemento grigio scuro è il solo ornamento dello spazio. Non c'è altro. Banchi di legno scuro, pavimento scuro, muri grigi. La luce è l'unico oggetto.
La croce di luce di Ando è diventata una delle immagini più riprodotte dell'architettura contemporanea. Il paradosso è che la sua efficacia dipende da condizioni di luce specifiche — mattina o sera, cielo sereno — e nelle ore intermedie o con il cielo nuvoloso l'effetto è molto ridotto. Ando lo sa. Non costruisce per la fotografia: costruisce per l'esperienza di chi visita al momento giusto. Che poi quell'esperienza sia fotografata e riprodotta è un effetto collaterale, non l'obiettivo.
Naoshima e il museo sepolto
L'isola di Naoshima, nella baia di Seto in Giappone, è uno dei progetti più ambiziosi di Ando — non un singolo edificio ma un sistema di musei che trasformano un'isola industriale in declino in una destinazione culturale. Il Chichu Art Museum (2004) è il più estremo: è letteralmente sepolto nella collina, con il solo tetto che emerge dal terreno. Dall'esterno è praticamente invisibile. L'interno — raggiungibile attraverso un percorso di corridoi e cortili che filtrano progressivamente la luce esterna — ospita tre opere permanenti di Claude Monet, James Turrell e Walter De Maria, ognuna in un'ambiente progettato appositamente.
Il progetto per le Ninfee di Monet è il caso più elaborato: una sala con pareti di marmo bianco e soffitto interamente aperto al cielo — nessun vetro, solo il cielo vero — in cui la luce diretta non raggiunge mai i dipinti (la geometria del soffitto la filtra), ma la qualità della luce cambia durante il giorno in modo che i dipinti sembrino diversi al mattino, a mezzogiorno, al tramonto. Ando ha progettato il muro tra il visitatore e il cielo in modo che il cielo sia sempre presente ma mai diretto. L'architettura media l'esperienza della natura invece di escluderla o di aprirla senza filtro.
I restauri europei: Venezia e Parigi
Negli ultimi decenni Ando ha lavorato anche sulla trasformazione di edifici storici europei. Palazzo Grassi a Venezia (2006) — antico palazzo sul Canal Grande del XVIII secolo trasformato in museo d'arte contemporanea per il collezionista François Pinault — viene riallestito da Ando con pavimenti in resina grigia e pareti in cartongesso bianco che contrastano deliberatamente con i soffitti affrescati e i pavimenti originali. Non è una cancellazione del passato: è un dialogo tra la materia grigia di Ando e la ricchezza decorativa del palazzo veneziano.
La Bourse de Commerce di Parigi (2021) — una cupola ottocentesca nel cuore di Les Halles, convertita in altro museo Pinault — presenta la stessa logica: un cilindro di cemento grigio alto 9 metri inserito dentro la cupola storica separa il nuovo spazio espositivo dall'involucro antico. Il cemento di Ando dentro la cupola storica è una delle immagini architettoniche più discusse degli anni recenti — giudicata barbarica da alcuni, elegante da altri. In entrambi i casi la logica è la stessa: non simulare il passato, non ignorarlo, ma dialogarci con onestà materiale. Il cemento di Ando è sempre se stesso, ovunque si trovi.
