Herzog & de Meuron sono tra gli studi più influenti degli ultimi trent'anni, e non perché abbiano inventato uno stile: non ne hanno uno riconoscibile come le forme fluide di Zaha Hadid o il calcestruzzo silenzioso di Tadao Ando. Il loro metodo è un altro: ogni progetto parte da una domanda sul materiale. Non come apparirà l'edificio, ma che cosa farà quella superficie; non che forma avrà la finestra, ma come entrerà la luce. È un approccio attento all'esperienza dei sensi prima che all'immagine.
Una chiave di lettura utile viene da Josef Albers, il pittore del Bauhaus noto per la serie "Homage to the Square", in cui mostra come uno stesso colore cambia a seconda di quelli che lo circondano. Herzog e de Meuron si formano all'ETH di Zurigo, dove tra i docenti c'è Aldo Rossi, non con Albers; ma la sua lezione aiuta a capirli: la percezione non è oggettiva. Due superfici identiche in contesti diversi sembrano diverse. Il materiale non ha un significato fisso — ha un significato contestuale. Da questa idea nasce tutta la ricerca di Herzog & de Meuron sui materiali: vetro serigrafato, cemento con casseforme di erba, rame ossidato, giunchi intrecciati come rivestimento, pannelli di basalto.
La Tate Modern
La Tate Modern di Londra (2000) è il progetto che ha reso Herzog & de Meuron famosi a livello mondiale. Il tema: trasformare la Bankside Power Station, una centrale dismessa sul Tamigi progettata da Giles Gilbert Scott e costruita tra il 1947 e il 1963, in museo d'arte moderna e contemporanea. La scelta decisiva è non demolire ma tenere l'involucro e adattarlo. La Turbine Hall, l'enorme sala delle turbine, alta 35 metri e lunga oltre 150, diventa l'ingresso e il luogo delle grandi installazioni, e il museo si organizza intorno a quel vuoto.
La soluzione è insieme elegante e audace. Conserva la memoria industriale (la ciminiera, il mattone, le proporzioni della centrale) e aggiunge in cima una lunga fascia di vetro, il "light beam", che di notte si accende come un faro. Ne esce un museo che sembra soprattutto un luogo pubblico con dentro l'arte. In pochi anni la Tate Modern diventa uno dei musei d'arte moderna più visitati del mondo, anche grazie all'edificio.
L'Elbphilharmonie di Amburgo: il soprannome e la storia
L'Elbphilharmonie di Amburgo (2017) è stata a lungo discussa per le ragioni sbagliate: quasi sette anni di ritardo sull'apertura prevista nel 2010, una spesa pubblica salita da 77 a 789 milioni di euro, contenziosi tra Comune, impresa e progettisti. Ma entrando nella grande sala "a vigneto" da 2.100 posti, rivestita da migliaia di pannelli acustici bianchi tutti diversi, scolpiti per diffondere il suono, si capisce almeno in parte dove sono finiti i soldi.
L'edificio sorge sopra un vecchio magazzino portuale in mattoni, il Kaispeicher A, con la stessa logica della Tate Modern: l'edificio storico diventa il basamento di quello nuovo. Sopra si alza un volume di vetro con lastre curvate e serigrafate che riflettono il porto e il cielo in modo diverso a ogni angolazione. Qui il tema non è più la singola superficie, ma il dialogo tra due materiali di epoche diverse, il mattone del porto e il vetro.
Lo Stadio Olimpico di Pechino
Lo stadio olimpico di Pechino, il "Nido d'uccello" (2008), è il loro edificio più discusso e più popolare. La struttura in acciaio è tutta in vista: travi che si intrecciano in modo apparentemente casuale, come i rami di un nido. In realtà le grandi travi principali reggono la copertura, mentre molte di quelle secondarie servono soprattutto a completare l'immagine dell'intreccio. Struttura e decorazione si confondono. Lo stadio è stato criticato per il costo e per il regime che lo ha voluto, e sono critiche fondate. Eppure gli spazi intorno sono frequentatissimi nei fine settimana. La buona architettura non giustifica il contesto politico in cui nasce, ma spesso gli sopravvive.