Renzo Piano nasce a Genova nel 1937 in una famiglia di costruttori: il padre è un piccolo impresario edile, e lui passa l'infanzia nei cantieri. Come Zumthor con il legno, conosce la costruzione dall'interno prima che dai libri. Studia architettura al Politecnico di Milano, si laurea nel 1964, poi lavora a Milano con Franco Albini, a Londra con Zygmunt Stanisław Makowski e a Philadelphia con Louis Kahn. Da Kahn assorbe l'attenzione alla luce naturale, un tema che tornerà in quasi tutto il suo lavoro maturo.
Nel 1971, a trentatré anni, Piano vince con Richard Rogers il concorso per il Centre Georges Pompidou di Parigi. Il progetto ha un principio provocatorio: mostrare all'esterno tutto quello che normalmente si nasconde. Le tubature dell'acqua sono verdi. Le condutture dell'aria sono blu. I cavi elettrici sono gialli. Le scale mobili sono rosse. La struttura portante è grigio acciaio. Lo stile verrà chiamato high-tech, ma la ragione è funzionale: portando fuori impianti e collegamenti, l'interno resta libero da ogni vincolo fisso. Ogni piano può essere ricombinato a piacere. Il museo è uno spazio neutro e flessibile, non una sequenza di sale predeterminate.
Il Pompidou: uno scandalo che è diventato un monumento
Il Centre Pompidou apre nel 1977 e all'inizio viene attaccato duramente: una raffineria a due passi dal Marais, un'invasione industriale nel centro storico. Poi il pubblico comincia ad arrivare, e non solo per il museo: per la piazza davanti, per le scale mobili che salgono lungo la facciata, per la vista su Parigi dall'ultimo piano.
La piazza, che Piano e Rogers lasciano libera fin dal concorso occupando con l'edificio solo metà del lotto, si riempie da sola di musicisti di strada, acrobati, ritrattisti, turisti, studenti. È uno spazio pubblico informale e vivo, per nulla monumentale. Il Pompidou diventa uno dei luoghi culturali più visitati di Francia, e cambia il modo di pensare l'edificio culturale in Europa: non un deposito per specialisti, ma un luogo aperto a tutti.
Dalla tecnologia esposta alla luce nascosta
Dopo il Pompidou, Piano cambia direzione. La tecnologia resta, ma passa in secondo piano invece di mettersi in mostra. Il primo grande esempio è la Menil Collection di Houston (1987), il museo della collezione di Dominique de Menil. Il problema è la luce: come usare quella naturale di Houston, intensa e variabile, senza danneggiare le opere. Piano disegna una copertura di "foglie" sottili in ferrocemento, sagomate per bloccare il sole diretto e diffondere una luce morbida e uniforme.
Il passaggio dalla tecnologia come spettacolo alla tecnologia come sfondo segna tutta la carriera matura di Piano. La Fondation Beyeler a Basilea (1997), il Centro Culturale Tjibaou a Nouméa (1998), il Nasher Sculpture Center di Dallas (2003): tutti usano sistemi sofisticati di controllo della luce naturale per creare ambienti di qualità. Nessuno mostra i sistemi.
Il Centro Tjibaou e l'aeroporto di Kansai
Il Centro Culturale Jean-Marie Tjibaou a Nouméa, Nuova Caledonia (1998), è l'opera che più contraddice l'immagine di Piano come architetto high-tech. Dedicato alla cultura kanak, il popolo melanesiano originario dell'isola, si ispira alle grandi capanne tradizionali ma le costruisce in legno di iroko e acciaio. Non le imita: ne reinterpreta la logica costruttiva. Le "case" di Piano, alte e curve, hanno doppie pareti con lamelle regolabili che sfruttano il vento per la ventilazione naturale. La tecnologia serve il luogo, invece di imporgli un modello internazionale.
Per scala, l'aeroporto del Kansai a Osaka (1994) è l'opposto: un terminal lungo 1,7 chilometri su un'isola artificiale costruita apposta nella baia di Osaka. La struttura in acciaio del tetto — una curva asimmetrica ispirata alle ali degli uccelli — è progettata per resistere ai tifoni e ai terremoti frequenti nella regione. È aperto ventiquattro ore su ventiquattro, e la manutenzione è prevista in modo da non richiedere chiusure; l'unico stop serio lo ha imposto, nel 2018, il tifone Jebi. Piano cerca edifici che durino e invecchino bene.
The Shard e il Piano maturo
The Shard a Londra (2012), 310 metri e 95 piani, alla sua inaugurazione il grattacielo più alto dell'Unione Europea, sembra un'anomalia nel catalogo di Piano. Un committente qatariota, un sito sensibile vicino al Tamigi e alla Cattedrale di Southwark, una forma che emerge dalla discussione pubblica londinese come punto di rottura: alcuni la amano come nuovo simbolo, altri la trovano un intruso. Piano risponde con una geometria frammentata: non un prisma compatto ma una serie di facce di vetro inclinate che si assottigliano verso la cima, come le guglie e gli alberi delle navi della vecchia Londra. La superficie di vetro riflette il cielo, cambia colore con la luce, non è mai uguale a se stessa nell'arco della giornata.
A quasi novant'anni, ancora attivo, Piano ha costruito in quasi ogni continente, ricevuto ogni riconoscimento possibile incluso il Pritzker nel 1998 e la nomina a senatore a vita in Italia nel 2013, e mantenuto uno studio di oltre cento persone tra Parigi e Genova. La costanza è il tratto più impressionante: dalla Liguria all'isola artificiale nel Pacifico, dal Pompidou al Whitney Museum di New York, il principio non è cambiato: l'architettura serve chi la usa, e forma, tecnologia e materiali sono il modo di applicare questo principio a ogni luogo.
