Steven Holl nasce nel 1947 a Bremerton, nello Stato di Washington. Studia architettura all'Università di Washington, poi alla Architectural Association di Londra, poi a Roma. Apre il suo studio a New York nel 1976. Per molti anni lavora lontano dai riflettori, tra case private, piccoli edifici, progetti teorici. La svolta arriva con il concorso per il museo d'arte contemporanea Kiasma di Helsinki, che vince nel 1993. Da quel momento costruisce grandi istituzioni culturali in tutto il mondo.
La teoria di Holl parte dalla fenomenologia, la filosofia dell'esperienza diretta del mondo di Edmund Husserl e Maurice Merleau-Ponty. Per lui l'architettura si capisce vivendola più che guardandola, e lo spazio lo percepisce il corpo intero, non solo l'occhio. Come si sente il pavimento sotto i piedi? Come entra la luce nel mattino e nel pomeriggio? Come suona la pioggia sul tetto? Come cambia l'odore dell'aria passando da un ambiente all'altro? Sono le domande che Holl si pone progettando: non come apparirà in fotografia, ma come lo si vivrà.
Gli anni oscuri: pamphlet, case e musica
I primi anni di Holl non sono solo un periodo di attesa: sono il laboratorio in cui prende forma il suo metodo. Nel 1977 fonda con William Stout la collana Pamphlet Architecture, piccoli quaderni a basso costo che pubblicano idee e progetti di giovani architetti e che diventeranno una piattaforma importante per un'intera generazione. Nel 1989 pubblica Anchoring, una raccolta dei suoi progetti in cui sostiene che un edificio deve essere "ancorato" a un luogo specifico, alla sua luce, al suo terreno, alla sua storia, e non trasportabile da una città all'altra come un oggetto. Nel 1994, con il finlandese Juhani Pallasmaa e il messicano Alberto Pérez-Gómez, firma Questions of Perception, un testo breve che diventa uno dei riferimenti della riflessione fenomenologica in architettura.
Due progetti dei primi anni Novanta mostrano come queste idee diventino spazio. Nelle case di Fukuoka, in Giappone (1991), gli alloggi hanno pareti mobili incernierate che ruotano per unire o separare le stanze durante la giornata e nel corso della vita della famiglia: lo spazio non è fisso, cambia con l'uso. La Stretto House di Dallas (1991) nasce invece dalla musica: Holl struttura la casa sulla Musica per archi, percussioni e celesta di Béla Bartók, alternando volumi pesanti di muratura e spazi leggeri e curvi coperti da volte metalliche, come le sezioni del brano si alternano tra loro. Non è una traduzione letterale delle note, ma l'uso di una struttura temporale per organizzare un percorso nello spazio.
Il Chapel of St. Ignatius
La cappella di Sant'Ignazio alla Seattle University (1997) è il suo edificio più amato, e quello più chiaramente fondato sulla fenomenologia. Holl descrive il progetto come "sette bottiglie di luce in una scatola di pietra". La cappella è un volume semplice, dalle pareti costituite da grandi pannelli di calcestruzzo gettati a terra e poi sollevati in posizione, di colore caldo e chiaro. Ma la copertura è attraversata da sette volumi di luce, orientati in modo diverso. In ognuno Holl abbina un vetro colorato a un pannello dipinto del colore complementare, e la luce che ne esce, diversa per colore, intensità e direzione, segna una parte precisa della cappella: l'altare, il fonte battesimale, la cappella del Santissimo, la navata. Cambia con le ore e con il tempo: la cappella al mattino non è quella del pomeriggio, né quella di un giorno di pioggia.
Il materiale principale, qui, è la luce. Le sette "bottiglie" sono legate ai momenti del culto e della vita della comunità gesuita, ma la cappella non chiede di essere decifrata: si entra e si avverte un raccoglimento diverso dall'esterno, senza bisogno di spiegazioni.
Guardando da vicino le "bottiglie" si capisce come Holl costruisca l'effetto. Ogni volume di luce combina due colori complementari: un vetro colorato da cui entra la luce e uno schermo interno dipinto nel colore opposto, contro cui la luce rimbalza prima di scendere nello spazio. L'occhio non vede mai il colore puro, ma un alone che cambia intensità con il sole e con le nuvole, e che si mescola sulle pareti in sfumature difficili da descrivere. Il percorso di chi entra è studiato con la stessa attenzione: davanti alla cappella c'è una vasca d'acqua poco profonda, che riflette l'edificio e prepara al raccoglimento; le porte sono di legno di cedro giallo dell'Alaska, lavorate a mano, con piccole aperture ovali di vetro soffiato. Ogni elemento che il corpo tocca o attraversa, dalla maniglia al pavimento, è pensato come parte dell'esperienza, non come un dettaglio da scegliere a catalogo.
È anche un edificio economico. Le pareti sono state realizzate con la tecnica del tilt-up, comune nei capannoni industriali americani: i pannelli di calcestruzzo vengono gettati orizzontalmente sul terreno del cantiere e poi sollevati con una gru. Holl ha preso una tecnica pensata per costruire in fretta e a basso costo e l'ha usata per una cappella universitaria, ottenendo la qualità non dal materiale pregiato, ma dal controllo della luce. È una lezione utile per chiunque lavori con budget ridotti: la qualità di uno spazio dipende molto più dalle decisioni sulla luce e sulla sequenza degli ambienti che dal prezzo dei materiali.
Kiasma: un nome preso da Merleau-Ponty
Il museo di Helsinki, aperto nel 1998, porta nel nome la sua teoria. Kiasma è la parola finlandese per "chiasma", il punto in cui due linee si incrociano, e rimanda al concetto di chiasma con cui Merleau-Ponty descriveva l'intreccio tra chi percepisce e ciò che è percepito. L'edificio è formato da due volumi che si intrecciano: uno rettilineo e uno curvo, che si piega sopra il primo. Il vincolo più importante è la luce di Helsinki, una città dove in inverno il sole resta bassissimo sull'orizzonte per poche ore. Holl disegna la copertura curva e le aperture in modo da catturare quella luce radente e portarla all'interno delle sale. Il risultato sono gallerie tutte diverse tra loro, ciascuna con una propria forma e una propria luce naturale, invece della sequenza di stanze identiche tipica di molti musei. Il progetto fu anche molto discusso in città, per il rapporto con la vicina statua equestre del maresciallo Mannerheim, e questa polemica fa parte della sua storia quanto l'architettura.
Lenti di vetro e spugne di calcestruzzo
Due opere dei primi anni Duemila mostrano come Holl traduca la fenomenologia in scelte tecniche precise. Nell'ampliamento del Nelson-Atkins Museum of Art di Kansas City, il Bloch Building (2007), le nuove gallerie sono in gran parte interrate sotto il giardino delle sculture, e in superficie emergono cinque volumi chiamati "lenti". Sono rivestiti di vetro a U, lunghi profili di vetro traslucido a sezione a canale, con uno strato isolante traslucido nell'intercapedine: di giorno diffondono la luce naturale nelle sale sottostanti, di sera si illuminano dall'interno come lanterne sul prato. Il vetro qui non serve a vedere attraverso, ma a trasformare la luce in una materia morbida e uniforme.
La Simmons Hall del MIT (2002), una residenza per studenti, è l'opposto apparente: un grande blocco di calcestruzzo prefabbricato perforato da migliaia di piccole finestre quadrate, circa nove per ogni camera, che danno all'edificio l'aspetto di una spugna. Dentro, grandi cavità dalle forme organiche attraversano i piani e portano luce e aria negli spazi comuni, come i pori di una spugna vera. È un'idea che nasce dall'esperienza concreta di chi abita l'edificio: tante finestre piccole e apribili permettono a ogni studente di regolare luce e ventilazione, e le cavità creano luoghi d'incontro tra i piani. Negli anni seguenti Holl ha costruito in tutto il mondo, dal complesso Linked Hybrid di Pechino al centro Maggie's di Londra, ricevendo tra l'altro la Medaglia d'oro dell'American Institute of Architects nel 2012.
Gli acquerelli
Holl comincia sempre da piccoli acquerelli, che dipinge quasi ogni mattina; CAD e modelli digitali arrivano dopo. Non sono disegni tecnici, ma esplorazioni dell'atmosfera, della luce, del carattere di uno spazio. Solo in un secondo momento queste intuizioni vengono tradotte in disegni tecnici dai collaboratori dello studio. Lo studio poi sviluppa il progetto con gli strumenti digitali di qualsiasi grande studio contemporaneo: l'acquerello non sostituisce il computer, ne precede l'uso e ne orienta le scelte.
Il metodo di Holl, fenomenologico, fondato sull'esperienza del corpo e sull'acquerello, è l'alternativa più esplicita alla progettazione digitale che domina dagli anni Duemila. Il computer, sostiene, non conosce lo spazio come lo conosce il corpo: la luce in una cappella si sente prima di calcolarla. Non è rifiuto della tecnologia, ma un diverso modo di conoscere, che produce un'architettura diversa.
I limiti dell'esperienza
La fenomenologia di Holl ha anche un lato critico, che conviene conoscere. Un'architettura progettata a partire dall'esperienza del corpo rischia di presupporre un corpo solo, quello dell'architetto o di un visitatore ideale. La Hunters Point Library nel Queens, completata nel 2019 dopo anni di ritardi legati soprattutto al cantiere e alle procedure degli appalti pubblici, è stata apprezzata per le sue grandi aperture scavate nella facciata verso lo skyline di Manhattan, ma criticata subito dopo l'apertura perché alcune sezioni della biblioteca, disposte su terrazze collegate da scale, non erano raggiungibili da chi usa una sedia a rotelle; la biblioteca ha dovuto spostare parte dei libri. È un episodio che mostra come l'esperienza dello spazio vada progettata per tutti i corpi, non per uno solo.
Resta però il contributo principale: aver riportato al centro del progetto domande che il disegno tecnico tende a trascurare. Per chi studia o pratica l'architettura, il metodo di Holl si può tradurre in pochi esercizi concreti. Studiare un progetto in sezione, e non solo in pianta, perché è in sezione che si capisce da dove arriva la luce. Costruire modelli fisici e fotografarli alla luce vera, a ore diverse. Portare in cantiere campioni reali di materiali e guardarli nel luogo in cui verranno posati. Sono pratiche semplici, alla portata di qualsiasi studio, e sono il modo migliore per rispondere alla domanda da cui Holl parte sempre: che cosa proverà una persona entrando in questo spazio?