Steven Holl nasce nel 1947 a Bremerton, nello Stato di Washington. Studia architettura all'Università di Washington, poi alla Architectural Association di Londra, poi a Roma. Apre il suo studio a New York nel 1976. I primi vent'anni sono di lavoro oscuro — qualche casa privata, qualche piccolo edificio — con pochissima visibilità. Il punto di svolta è il concorso per il Kiasma Museum of Contemporary Art di Helsinki nel 1992, che vince. Da quel momento costruisce grandi istituzioni culturali in tutto il mondo.
La teoria di Holl parte dalla fenomenologia — la filosofia dell'esperienza diretta del mondo, elaborata da Edmund Husserl e Maurice Merleau-Ponty. Per Holl, l'architettura non si capisce guardandola: si capisce vivendola. Il corpo — non l'occhio — è lo strumento di percezione dello spazio. Come si sente il pavimento sotto i piedi? Come entra la luce nel mattino e nel pomeriggio? Come suona la pioggia sul tetto? Come cambia l'odore dell'aria passando da un ambiente all'altro? Queste sono le domande che Holl si pone progettando. Non "come appare in fotografia?" ma "come si vive?"
Il Chapel of St. Ignatius
Il Chapel of St. Ignatius all'Università di Seattle (1997) è il suo edificio più amato — e il più chiaramente fondato sulla fenomenologia. Holl descrive il progetto come "sette bottiglie di luce in una scatola di pietra". La cappella è un volume semplice — quasi un cubo — in calcestruzzo bianco. Ma nel soffitto ci sono sette aperture, ciascuna con un orientamento diverso, ciascuna con un vetro colorato di tono leggermente diverso (arancio-dorato, blu-verde, viola, giallo chiaro). La luce che entra da ciascuna apertura è diversa — per colore, per intensità, per direzione — e illumina una zona specifica della cappella: l'altare, il fonte battesimale, la cappella laterale, i banchi. La luce cambia durante il giorno e con il tempo — la cappella al mattino è diversa dalla cappella al pomeriggio, che è diversa dalla cappella nella pioggia.
È un edificio in cui la luce è il materiale principale — non la pietra, non il cemento, non il vetro. Le "sette bottiglie di luce" corrispondono ai sette sacramenti (o ai sette aspetti della creazione, o ai sette giorni della settimana — Holl lascia l'interpretazione aperta). Non è allegoria didattica: è spazio esperienziale. Si entra nella cappella e si sente qualcosa — un senso di raccoglimento, di qualità dell'aria e della luce diversa dall'esterno. Senza che nessuno spieghi nulla.
Gli acquerelli
Holl progetta sempre partendo da acquerelli — non da CAD, non da BIM, non da modelli 3D parametrici. Ogni mattina, prima delle 8, dipinge acquerelli che esplorano le idee del progetto in corso. Non sono disegni tecnici — sono esplorazioni dell'atmosfera, della luce, del senso di uno spazio. Solo in un secondo momento queste intuizioni vengono tradotte in disegni tecnici dai collaboratori dello studio. Il metodo ha un difetto: lo studio di Holl è famoso per i ritardi nelle consegne. La Hunters Point Library di New York è stata completata con sei anni di ritardo.
Ma torniamo alla questione di fondo. Il metodo di Holl — fenomenologico, basato sull'esperienza corporea, che parte dall'acquerello — è l'alternativa più esplicita al metodo digitale parametrico (Zaha Hadid, Bjarke Ingels, Frank Gehry) che domina la scena dall'inizio degli anni Duemila. Holl dice: il computer non può progettare come il corpo conosce. La luce che entra in una cappella non si calcola — si sente. Non è luddismo: è una posizione epistemologica. Diversi modi di conoscere producono diverse architetture.
