Sverre Fehn nasce nel 1924 a Kongsberg, in Norvegia, e muore nel 2009 a Oslo. Studia architettura all'Istituto di Tecnologia di Oslo, si laurea nel 1949. Nei primi anni Cinquanta vive a Parigi, dove incontra Le Corbusier (con cui non lavora, ma che frequenta) e l'architetto marocchino Jean Prouvé. In Marocco visita i villaggi berberi — case in terra, costruite direttamente nel paesaggio, senza distinzione tra architettura e suolo. Questa esperienza lo segna: l'architettura può essere radicata nel terreno fino a diventare indistinguibile da esso.

La prima opera internazionale di Fehn è il Padiglione norvegese all'Esposizione Universale di Bruxelles del 1958 — una struttura di travi di cemento prefabbricate che coprono uno spazio aperto, con muri di vetro e pannelli di legno. È un edificio semplice, quasi elementare — ma la combinazione di pesantezza (il cemento) e leggerezza (il vetro) è trattata con una precisione che nessun altro architetto scandinavo aveva raggiunto. Le Corbusier, visitando il padiglione, dice che è uno dei migliori all'esposizione. Per Fehn è un punto di partenza.

Il Museo Hedmark

Il Museo Hedmark di Hamar (1967–1979) è il progetto in cui Fehn stabilisce il suo metodo definitivo. Il sito è il palazzo vescovile medievale di Hamar — un complesso di rovine del XIII secolo parzialmente coperte da una cattedrale gotica del XV e da un granaio del XVIII. Le fondamenta e i resti delle mura sono ancora visibili. Fehn riceve il compito di fare un museo delle antichità medievali della regione. La sua soluzione: costruire il museo dentro le rovine — non sopra, non accanto, ma dentro, come se il presente abitasse il passato senza prevaricarlo.

Le passerelle del museo — in cemento armato grigio — fluttuano a 30 centimetri dal suolo medievale, sospese su supporti puntiformi minimi per non disturbare le fondamenta sotto. I visitatori camminano sopra i resti e li vedono attraverso il pavimento di vetro. I muri medievali in pietra emergono dal pavimento del museo come elementi scultorei. Il tetto — nuove capriate di cemento — è visibilmente moderno. La strategia è quella di Chipperfield trent'anni prima: dialogo tra i tempi, riconoscibilità del nuovo, rispetto per il vecchio.

Sverre Fehn — opere principali
Padiglione norvegese, Expo 1958Bruxelles · cemento + legno + vetro · approvato da Le Corbusier
Museo Hedmark, Hamar1967–1979 · passerelle flottanti · dentro le rovine
Museo Glaciologico, Fjærland1991 · sul fiordo · fronte al ghiacciaio Jostedalsbreen
Villa Norrköping1964 · integrazione nel paesaggio nordico · minima
Premio Pritzker1997 · primo scandinavo dopo Utzon (1978)

Il paesaggio nordico

Fehn non costruisce solo musei di rovine — costruisce anche in paesaggi naturali straordinari. Il Museo Glaciologico di Fjærland (1991) è costruito sul bordo di un fiordo norvegese, di fronte al ghiacciaio del Jostedal — il più grande ghiacciaio d'Europa. L'edificio è basso, orizzontale, in cemento e vetro — quasi invisibile rispetto alla scala del paesaggio che lo circonda. La facciata principale è un grande muro di vetro che incornicia la vista sul fiordo e sul ghiacciaio. Non c'è un paesaggio più grande da incorniciare. Fehn lo sa — e non cerca di competere con esso.

L'architettura scandinava — da Aalto a Utzon a Fehn — ha una caratteristica comune che la distingue dall'architettura mediterranea: il rispetto per il paesaggio naturale come dato dominante. Il paesaggio nordico — fiordi, foreste, laghi, ghiacciai — è così straordinario che l'architettura che vi si inserisce deve avere l'umiltà di non competere con esso. Questo produce una tradizione architettonica diversa dall'Europa meridionale — meno monumentale, più silenziosa, più attenta alla relazione tra edificio e suolo.

L'Ivar Aasen-tunet e la tarda maturità

Il centro culturale Ivar Aasen-tunet a Ørsta (2000) è uno degli ultimi grandi lavori di Fehn — ha 76 anni. L'edificio è dedicato a Ivar Aasen (1813–1896), il linguista che nel XIX secolo creò il Nynorsk — la seconda forma scritta ufficiale del norvegese, basata sui dialetti rurali, in opposizione al Dano-norvegese delle classi colte di Oslo. È un tema tipicamente nordico: la valorizzazione di una cultura locale contro una cultura egemonica. Fehn risponde con un edificio costruito su un crinale sopra il paese, con lunghi muri di cemento che seguono la pendenza della collina, un interno illuminato dall'alto con luce zenitale, nessun riferimento storico esplicito.

Il principio è lo stesso del Hedmark: il nuovo segue la topografia invece di ignorarla, la materialità del cemento grezzo è esplicita. Ma l'Ivar Aasen-tunet non ha rovine sotto — ha solo il paesaggio. E Fehn risponde al paesaggio come ha sempre risposto alle rovine: con attenzione, con lentezza, con materiali che non vogliono essere nulla di più di quello che sono. È l'ultimo progetto che porta la sua firma piena. Il Premio Pritzker era arrivato nel 1997, tre anni prima — riconoscimento tardivo, come spesso accade con gli architetti scandinavi che non fanno del marketing la loro strategia principale.

La pedagogia: insegnare guardando

Fehn insegna alla Scuola di Architettura di Oslo dal 1971 al 1995 — venticinque anni. Il suo metodo è semplice: portare gli studenti sui siti. Ad Ostia Antica per capire l'insula romana. Alle cave di Carrara per capire il marmo. Alle rovine dei templi greci per capire la relazione tra colonna e paesaggio. L'architettura non si studia solo in aula — si studia andando a vedere. È la stessa filosofia delle sue architetture: la conoscenza è sempre relazione con un luogo specifico. I suoi studenti diventano la generazione che definisce l'architettura norvegese contemporanea — e portano avanti questa attenzione al paesaggio e alla materialità che è il lascito più concreto di Fehn. L'architettura non lascia solo edifici: lascia un modo di guardare.

«Fehn costruisce passerelle di cemento a 30 centimetri dal suolo medievale, sospese su supporti minimi, per non disturbare le fondamenta sotto. Il presente sfiorla il passato senza toccarlo. Non è metafora: è posizione tecnica precisa. Come si interviene in un sito di resti: il nuovo non posa sul vecchio — lo sfiora. È la risposta più onesta al problema del restauro.»