Toyo Ito nasce nel 1941 a Seul (allora Korea giapponese) e cresce a Tokyo. Studia all'Università di Tokyo, si laurea nel 1965, lavora per qualche anno con Kiyonori Kikutake — uno dei fondatori del Metabolismo — prima di aprire il suo studio nel 1971. La prima fase della sua carriera è influenzata dalla controcultura degli anni Settanta: progetta la "Casa per la signora Nomade" (White U, 1976), pensata per una sorella divorziata che vuole una vita senza radici, senza famiglia, senza peso. L'architettura come assenza di peso. Come liberazione.
La Torre dei Venti di Yokohama (1986) è un edificio-installazione: un cilindro di 21 metri di altezza che copre un impianto di ventilazione della metropolitana — in pratica, un camino industriale. Ito lo trasforma in un'interfaccia tra la città e i dati ambientali. Il rivestimento è di pannelli a specchio. Intorno al cilindro, 1.280 lampadine e 12 anelli al neon, controllati da computer che leggono il vento e il rumore della città. Di notte, la torre cambia colore e pattern in risposta all'ambiente. Non è un edificio nel senso tradizionale — è una macchina che traduce dati invisibili (il vento, il rumore) in fenomeni visibili (la luce). È architettura come interfaccia sensoriale.
La Mediateca di Sendai
La Mediateca di Sendai (2001) è il progetto con cui Ito raggiunge la maturità. Il programma: una biblioteca-mediateca su sette piani, con funzioni diverse a ciascun piano. La struttura è radicalmente diversa da qualsiasi edificio precedente: non ha muri strutturali, non ha colonne convenzionali. Ha invece 13 "tubi" — fasci di colonne sottilissime intrecciate come alghe marine — che attraversano i 7 piani dell'edificio verticalmente. I tubi contengono le scale, gli ascensori, i servizi, i pozzi di luce. I piani sono lastre di acciaio leggere, quasi libere, appese ai tubi. Le facciate sono di vetro trasparente su tutti e quattro i lati.
Ma torniamo alla struttura. I "tubi" di Sendai non sono colonne — sono organismi. Ciascuno ha una forma e un diametro diverso, cambia geometria passando da un piano all'altro, si inclina leggermente rispetto alla verticale. L'effetto interno è quello di essere in un bosco di elementi verticali sottili — non rigidi e regolari come colonne, ma organici e variabili come alberi. È la prima volta nella storia dell'architettura che la struttura di un grande edificio pubblico è concepita in questi termini — non come griglia geometrica ma come sistema biologico.
Tod's Omotesando e la struttura come ornamento
Tod's Omotesando a Tokyo (2004) è un edificio commerciale — un flagship store su sei piani per la marca di pelletteria italiana — che Ito trasforma in un caso teorico. Il problema: come fare un edificio di vetro su una delle strade commerciali più presenziate di Tokyo (il viale alberato di Omotesando, le cui querce centenarie erano state piantate negli anni Venti) senza produrre l'ennesima scatola trasparente anonima? La soluzione: la facciata è una struttura in calcestruzzo a forma di rami di olmo — lo stesso tipo di albero della strada. I rami in cemento si intrecciano su tutta la facciata come un graticcio vegetale; le campiture tra i rami sono vetro. La struttura della facciata è la facciata.
Non è un trucco decorativo: la struttura dei rami regge effettivamente l'edificio, distribuendo i carichi in modo non convenzionale attraverso l'intreccio. Ito chiede a un ingegnere strutturista (Mutsuro Sasaki, lo stesso della Mediateca) di verificare che la geometria dei rami funzioni strutturalmente. La forma biologica viene controllata ingegneristicamente — la stessa collaborazione della Mediateca, applicata alla facciata invece che alla struttura verticale. Il risultato è un edificio in cui non si riesce a separare la struttura dall'architettura, la tecnica dall'estetica. È il programma di Ito portato alla sua consequenza logica: se la natura produce forme strutturalmente efficienti e belle allo stesso tempo, l'architettura deve trovare le stesse forme.
Il terremoto di Sendai e Home-for-All
L'11 marzo 2011, il Grande Terremoto del Tōhoku e lo tsunami che segue distruggono vaste aree del Nord del Giappone — inclusa la città di Sendai, dove Ito aveva costruito la sua Mediateca. L'edificio sopravvive — la struttura a tubi ha un buon comportamento antisismico — ma il quartiere circostante è devastato. Ito risponde al disastro non con un progetto di ricostruzione ma con un'iniziativa civile: "Home-for-All" (Minna no Ie) — una serie di piccole strutture comuni costruite nelle zone colpite, progettate insieme alle comunità locali, per dare un luogo di incontro alle persone che hanno perso la casa. Ito coinvolge altri architetti giapponesi — tra cui Kazuyo Sejima, che aveva lavorato nel suo studio prima di fondare SANAA. Non è architettura spettacolare — è architettura necessaria. Ed è forse il progetto più onesto della sua carriera: si costruisce non per pubblicazioni o premi, ma perché le persone hanno bisogno di un posto dove stare insieme.
