Zaha Hadid nasce a Baghdad nel 1950 da una famiglia laica e colta: il padre è un politico liberale, la madre un'artista. Studia matematica all'Università americana di Beirut, poi architettura alla Architectural Association di Londra, allora la scuola più sperimentale d'Europa. Lì ha come insegnanti Rem Koolhaas ed Elia Zenghelis, che appena laureata la chiamano a lavorare con l'OMA. Koolhaas la descriverà come "un pianeta nella sua orbita inimitabile".
I disegni di Hadid degli anni Ottanta partono dal Suprematismo russo: Malevič, Lissitzky, Rodčenko, l'avanguardia degli anni Dieci e Venti che scomponeva il mondo in forme geometriche pure in movimento. Hadid prende questi quadri e li tratta come sezioni di edifici: se Malevič poteva far galleggiare un quadrato nello spazio pittorico, lei avrebbe fatto galleggiare un piano nello spazio architettonico. I suoi grandi dipinti di quegli anni, prospettive oblique come istantanee di edifici in caduta libera, vengono pubblicati come opere d'arte. Sono belli e, si dice, impossibili da costruire.
Venti anni senza costruire: i concorsi perduti
Tra il 1983 e il 1993, Hadid vince due concorsi internazionali importanti. Con il Peak di Hong Kong (1983), un club privato sulla collina di Victoria Peak fatto di grandi lame orizzontali che sembrano galleggiare, vince il primo premio, ma il progetto non viene mai costruito. Con l'Opera House della baia di Cardiff, nel 1994-95, vince il concorso due volte, e alla fine il committente rinuncia. Hadid ci vede un pregiudizio verso una donna, araba, autrice di forme difficili da immaginare per chi doveva pagarle, e non è facile darle torto.
I lunghi anni in cui Hadid vince ma non costruisce spiegano molto di lei. Invece di ammorbidire i progetti per renderli più accettabili, li radicalizza. Apre il proprio studio nel 1980 e lavora con un gruppo sempre più sofisticato di collaboratori su simulazioni computazionali delle sue geometrie. Quando, alla fine degli anni Novanta, arrivano software di progettazione molto più potenti, Hadid è pronta: ha già ragionato a lungo su forme che gli altri cominciano solo allora a esplorare.
Il primo edificio: Vitra Fire Station
Il Centro dei Vigili del Fuoco di Vitra a Weil am Rhein (1993) è il suo primo edificio importante, costruito a quarantadue anni. È piccolo, la caserma dei pompieri aziendali del campus Vitra, dove lavorano anche Frank Gehry, Tadao Ando e Álvaro Siza, ma dimostra che quei piani obliqui che si inclinano e si scontrano si possono costruire. Le lame di calcestruzzo sembrano sfidare la statica e sono tenute in piedi da armature calcolate con cura. Pochi anni dopo i pompieri vengono sciolti e l'edificio diventa uno spazio espositivo, ma come dichiarazione di principio funziona benissimo.
Il MAXXI di Roma
Il MAXXI, Museo nazionale delle arti del XXI secolo a Roma (2010), è uno dei progetti che la consacrano. Il concorso è del 1998-99, il cantiere parte nel 2003: oltre dieci anni di lavoro su un'area lunga e stretta del quartiere Flaminio, l'ex caserma Montello. Proprio la forma del lotto genera il progetto: invece di un edificio che occupa il lotto, Hadid progetta un sistema di percorsi sovrapposti che si srotolano lungo il sito, con gallerie che si affacciano l'una sull'altra attraverso ponti e vuoti.
L'edificio non ha una vera facciata principale, e dentro è tutto movimento: rampe, scale e gallerie si incrociano come svincoli. È splendido da percorrere e difficile per esporre: le pareti curve complicano gli allestimenti, i soffitti di altezza variabile l'illuminazione. Le mostre più riuscite sono quelle che usano le curve invece di combatterle. È un museo che chiede ai curatori di diventare un po' coreografi.
Il parametrismo e l'Heydar Aliyev Center
Dagli anni Duemila il socio di Hadid, Patrik Schumacher, teorizza il "parametricismo": forme generate da algoritmi che controllano famiglie di curve, superfici e volumi in modo coerente. Non si tratta solo di disegnare al computer, ma di definire relazioni tra gli elementi e lasciare che siano queste a generare la forma. L'Heydar Aliyev Center di Baku (2012) ne è forse l'esempio più compiuto: una superficie continua di pannelli in materiali compositi che si solleva dal suolo e si piega diventando parete e copertura, senza angoli né interruzioni. Sembra un fluido solidificato.
Il parametricismo ha avuto un'enorme influenza nelle scuole di architettura degli anni Duemila e Dieci. Il rischio, segnalato da molti critici, è che produca facilmente forme spettacolari ma non necessariamente buoni spazi. La curva bella non è automaticamente lo spazio che funziona. Hadid lo sapeva: i suoi edifici migliori — il MAXXI, l'Heydar Aliyev, l'Aquatics Centre di Londra per le Olimpiadi del 2012 — lavorano la curva come dispositivo spaziale oltre che formale. Quelli meno riusciti la usano come scenografia.
La fine e l'eredità
Zaha Hadid muore nel marzo 2016, a sessantacinque anni, di infarto durante il ricovero per bronchite in un ospedale di Miami. Lo studio aveva decine di progetti aperti in tutto il mondo. Zaha Hadid Architects, guidato da Patrik Schumacher, continua sulla stessa linea, ma senza di lei: la sua autorità veniva da un percorso irripetibile, anni di rifiuti e poi il successo mondiale, che nessuno poteva ereditare.
L'influenza di Hadid sull'architettura contemporanea è ambivalente. Ha dimostrato che le geometrie apparentemente impossibili possono essere costruite. Ha cambiato il modo in cui la tecnologia digitale viene usata nel progetto architettonico. Ha aperto percorsi professionali a generazioni di architette che prima di lei avevano meno modelli di riferimento. Ha anche prodotto una serie di imitatori che usano la curva come firma stilistica senza la stessa solidità concettuale. È il destino di ogni innovazione significativa: viene adottata prima di essere compresa.
