Il 29 gennaio 1957, la giuria del concorso internazionale per l'Opera di Sydney annuncia il vincitore: Jørn Utzon, architetto danese di trentotto anni, quasi sconosciuto a livello internazionale. Secondo un racconto diventato celebre, fu Eero Saarinen, arrivato in ritardo ai lavori della giuria, a ripescare i disegni di Utzon tra quelli già scartati. Le "vele" del tetto erano poco più che schizzi, lontanissime da un progetto costruibile, ma Saarinen convinse gli altri giurati. Nessuno sapeva ancora come si sarebbero costruite.
Il problema tecnico era serio. Nei disegni del concorso le vele non hanno una geometria definita: sono forme libere, convincenti a vista ma impossibili da tradurre direttamente in struttura. Per anni Utzon e gli ingegneri di Ove Arup provano parabole, ellissi, superfici diverse, senza trovare una forma costruibile. La soluzione arriva nel 1961: tutte le vele diventano porzioni di una stessa sfera di 75 metri di raggio. Così le nervature si possono prefabbricare con un numero limitato di stampi.
Il conflitto con il governo
Nel 1963 Utzon si trasferisce a Sydney. Nel 1965 al governo del Nuovo Galles del Sud arrivano i liberali, e il nuovo ministro dei lavori pubblici, Davis Hughes, stringe i cordoni della borsa e contesta il progetto degli interni. All'inizio del 1966 Utzon non riceve più i pagamenti, e il 28 febbraio si dimette. Lascia l'Australia e non ci tornerà mai più.
Il gruppo di architetti australiani guidato da Peter Hall che completa il lavoro fa quello che può, ma gli interni dell'Opera, inaugurata nel 1973, restano al di sotto di quello che l'esterno promette. La sala concerti principale ha un'acustica inizialmente scarsa, corretta con interventi successivi. Gli spazi interni non hanno la qualità organica del guscio esterno. È un caso da manuale di grande architettura interrotta dal conflitto con il committente.
Le altre opere: Bagsværd e Can Lis
Dopo Sydney Utzon costruisce poco, ma quasi sempre benissimo. La Chiesa di Bagsværd vicino a Copenaghen (1976) è l'esempio più completo del suo pensiero maturo: una struttura esterna quasi anonima, di calcestruzzo prefabbricato, che nasconde un interno di volta a guscio ondulata. Le onde del soffitto in calcestruzzo, che raccolgono e diffondono la luce dall'alto, creano uno spazio sacro di rara bellezza, senza bisogno di immagini religiose. Bagsværd è, per molti critici, la risposta alla domanda lasciata aperta da Sydney: cosa avrebbe potuto fare Utzon all'interno dell'Opera se non fosse stato mandato via.
Can Lis, la casa che Utzon costruisce per sé a Maiorca nel 1972, l'anno prima dell'inaugurazione di Sydney, è l'opposto in tutto. È piccola, quasi domestica, in pietra arenaria locale color ocra. Finestre tagliate nel muro spesso incorniciano il mare Mediterraneo come quadri. Non c'è struttura spettacolare. Non c'è geometria complessa. C'è solo una cura estrema per la luce, il materiale, la vista sul mare: quello che Utzon ha cercato sempre, a ogni scala.
Il Pritzker senza l'inaugurazione
Utzon riceve il Pritzker nel 2003, trent'anni dopo l'inaugurazione di un edificio che aveva lasciato da trentasette. La giuria definisce l'Opera uno dei grandi edifici simbolo del Novecento, un'immagine che ha dato un volto a un intero paese. Nel 2007 entra nella lista del Patrimonio UNESCO, con l'architetto ancora in vita.
Utzon muore a Copenaghen nel 2008, a novant'anni, senza essere mai tornato a Sydney. Alla fine degli anni Novanta il governo australiano lo aveva ricontattato per dettare i principi dei futuri interventi, e nel 2004 viene inaugurata la Utzon Room, una sala ridisegnata secondo le sue indicazioni con l'aiuto del figlio Jan. È il suo primo intervento sull'edificio dopo quasi quarant'anni.
