Il Padiglione tedesco all'Esposizione Internazionale di Barcellona del 1929 viene costruito in pochi mesi, inaugurato il 27 maggio, e demolito sei mesi dopo al termine dell'esposizione. Non ha una funzione precisa: è il padiglione di rappresentanza della Repubblica di Weimar, il luogo per il ricevimento ufficiale dei reali di Spagna. Non espone nulla, se non lo spazio, i materiali e una sedia, la Barcelona, disegnata per l'occasione. Eppure diventerà uno degli edifici più influenti del Novecento, e il perché si capisce davvero solo entrandoci.
Ludwig Mies, che più tardi aggiungerà al cognome "van der Rohe", nasce nel 1886 ad Aquisgrana, figlio di uno scalpellino. Impara il mestiere nella bottega del padre, senza una formazione accademica regolare. A Berlino lavora nello studio di Peter Behrens, dove negli stessi anni passano anche Gropius e Le Corbusier, e poi apre il suo. Nel 1929 ha quarantatré anni e un portfolio che comprende alcune ville, qualche edificio per esposizioni, due torri di vetro rimaste solo su carta. Il Padiglione di Barcellona è il lavoro che lo mette sulla mappa.
Lo spazio come soggetto
Il problema dell'architettura moderna, prima di Mies, è che discute di forma e di funzione, ma raramente di spazio come entità autonoma. Le Corbusier discute di sistemi abitativi, di igiene, di luce. Wright discute di organicità, di rapporto con la natura. Mies discute di spazio: come si muove, come si percepisce, come si articola senza muri fissi.
Il Padiglione di Barcellona non ha stanze nel senso consueto. Le pareti, lastre di marmo, di onice, di vetro, non chiudono lo spazio: lo suggeriscono, lo definiscono in parte, creano sequenze senza imporre percorsi. Si entra, si cammina, lo spazio si apre a destra, si chiude a sinistra, si riflette nell'acqua ferma, si amplia verso l'esterno attraverso le pareti di vetro. Non si capisce subito dove finisce l'interno e dove inizia l'esterno. Il vero tema dell'edificio è proprio il confine tra dentro e fuori.
La Farnsworth House
Nel 1951, sulle rive del Fox River in Illinois, Mies completa la Farnsworth House, casa per il fine settimana della dottoressa Edith Farnsworth: una scatola di vetro e acciaio sollevata dal terreno su otto pilastri d'acciaio bianchi, trasparente sui quattro lati. Dentro, un blocco centrale con bagni, cucina e impianti, e nessun altro muro. È il principio del padiglione di Barcellona portato in una casa.
Il problema è che una casa trasparente su tutti i lati, in riva a un fiume, è difficile da abitare: niente privacy, zanzare, e d'estate un effetto serra pesante. Fu Mies a portare Edith Farnsworth in tribunale per i compensi non pagati; lei rispose contestando i costi, lievitati ben oltre il preventivo. Mies vinse. La casa resta uno degli edifici più fotografati e meno abitabili del Novecento.
Il Seagram Building e la trasparenza come struttura
Il Seagram Building di New York (1958), con Philip Johnson, diventa il modello del grattacielo per uffici: trentotto piani di bronzo e vetro ambrato, arretrati rispetto a Park Avenue dietro una piazza con due vasche, per dare respiro alla torre in un contesto fittissimo. L'arretramento era così insolito che la città di New York lo usò come modello per le norme successive sui grattacieli con piazze pubbliche.
Il dettaglio decisivo del Seagram riguarda la struttura. In un grattacielo in acciaio i pilastri vanno rivestiti per proteggerli dal fuoco, e quindi l'acciaio non si vede. Mies applica in facciata profilati di bronzo che non portano nulla e richiamano la struttura nascosta. Si potrebbe parlare di finzione; per Mies, senza quei profilati la facciata sarebbe stata una superficie senza ritmo. È ornamento, ma al servizio della chiarezza dell'insieme.
L'influenza e il problema
Mies è il padre del grattacielo di vetro che riempie le città del secondo Novecento. Ma i suoi imitatori, più che il principio del "less is more", hanno copiato la scatola di vetro, senza la qualità dei materiali, la cura del dettaglio, la precisione delle proporzioni. Migliaia di torri anonime citano Mies senza averlo capito, come molte ville "palladiane" citano Palladio. Succede ai maestri.
