Frank Lloyd Wright lavora ancora, a ottantasei anni, nella primavera del 1953. Ha in corso decine di progetti. Sta finendo il Guggenheim di New York — lo aveva progettato nel 1943 e ci vorranno sedici anni prima che venga costruito. Ha già costruito più di quattrocento edifici. Quando morirà nel 1959, a novantadue anni, avrà ancora trenta commesse aperte. Settant'anni di carriera continua, senza un periodo di pausa o di ridimensionamento. È probabilmente l'architetto più prolifico della storia moderna, e certamente il più arrogante — cosa che non lo rende simpatico ma che, nella sua versione dell'arroganza, è quasi indistinguibile dalla certezza fondata.
Wright nasce nel 1867 nel Wisconsin, studia ingegneria civile per due semestri all'università, poi lascia e va a Chicago a lavorare nello studio di Louis Sullivan — il grande architetto che ha inventato il grattacielo come tipo. Da Sullivan prende il principio che guiderà tutta la sua carriera: "form follows function" — la forma segue la funzione. Ma lo interpreta in modo opposto a come lo interpreteranno i modernisti europei: per Wright, la funzione non è l'utilità meccanica ma la vita umana in un contesto naturale specifico. La forma deve seguire quella vita, in quel contesto, non un principio astratto di efficienza.
Le Prairie Houses
Le Prairie Houses — le case della prateria — sono il lavoro degli anni 1900–1913, quando Wright sviluppa il suo linguaggio originale nelle periferie di Chicago. Sono basse, orizzontali, con tetti a bassa pendenza che si proiettano all'esterno. Invece di stanze separate collegate da corridoi, la pianta è aperta — gli spazi interni fluiscono l'uno nell'altro, divisi solo da camini centrali massicci che sono il nucleo strutturale e simbolico dell'edificio. La casa come fuoco — letteralmente.
Il cemento, la mattone, la pietra locale sono esposti. Non c'è intonaco che nasconde i materiali: i materiali sono il progetto. Ogni casa usa i materiali che si trovano nel sito o nelle vicinanze — non per ragioni di economicità, ma perché Wright crede che un edificio debba crescere dal luogo in cui è costruito, non essere posato su di esso come un oggetto estraneo.
Fallingwater
Fallingwater — la casa Kaufmann — è l'edificio che, nelle classifiche degli architetti americani, viene sistematicamente indicato come il più importante del XX secolo. Non il più influente — Mies lo ha influenzato più di Wright. Non il più replicato — Le Corbusier ha avuto più imitatori. Ma il più ammirato, il più amato, il più visitato. È sul Bear Run creek in Pennsylvania, e ogni anno riceve oltre centomila visitatori.
Il sito ha una piccola cascata. La logica convenzionale avrebbe messo la casa di fronte alla cascata, con una vista. Wright mette la casa sopra la cascata. L'edificio non guarda la natura: si fonde con essa. Tre livelli di sbalzi in calcestruzzo si proiettano fuori dalla roccia come strati geologici — orizzontalissimi, leggeri nonostante la massa, con la superficie della roccia che penetra all'interno come pavimento. Il rumore dell'acqua è presente in tutta la casa. L'acqua è visibile da ogni finestra, ma non in modo pittoresco: è lì, sotto, parte dell'ambiente, non spettacolo.
Il Guggenheim: l'ultimo atto
Il Solomon R. Guggenheim Museum di New York (progettato 1943, costruito 1956–59) è l'opera con cui Wright si congeda. È una spirale di calcestruzzo bianco in una città di parallelepipedi grigi — un edificio che non assomiglia a niente di ciò che lo circonda e che non si preoccupa minimamente di assomigliarci. La rampa interna a spirale che sale dalla base all'oculus centrale è l'inverso di tutto ciò che un museo convenzionale propone: si prende l'ascensore fino in cima, poi si scende guardando le opere lungo la spirale, senza mai dover scegliere un percorso — c'è solo un percorso possibile.
I critici e i curatori di musei lo hanno contestato fin dall'inizio: le pareti inclinate non sono ideali per appendere dipinti, la luce dall'alto crea riflessi, la rampa inclina il pavimento e fa sentire l'osservatore leggermente in equilibrio precario. Wright sapeva tutto questo e non cambiò niente. Era convinto che l'architettura dovesse guidare l'esperienza, non servire passivamente il programma. In questo era il più europeo dei grandi modernisti americani — nel senso che credeva nell'autonomia dell'architettura come arte, non solo come servizio.
Wright e l'Europa
Quello che è meno conosciuto è l'influenza di Wright sull'Europa, che precede quella di Le Corbusier e Mies. Le sue Prairie Houses vengono pubblicate in Europa nel 1910 da un editore berlinese, e influenzano direttamente il gruppo De Stijl olandese e i primi edifici razionalisti tedeschi. Gli architetti europei trovano nelle sue piante aperte e nella sua ostilità all'ornamento una conferma della direzione che stavano prendendo — ma con radici e motivazioni completamente diverse. Wright era antieuropeo, anti-urbano, anti-industriale nel senso di contrario all'industrialismo come modo di vita. Che i suoi edifici diventassero modello per un'architettura industrialista e urbana è una delle ironie della storia dell'architettura moderna.
