Giuseppe Terragni nasce nel 1904 a Meda, vicino a Como. Studia al Politecnico di Milano, si laurea nel 1926 e nello stesso anno fonda con altri sei giovani architetti il Gruppo 7, il primo nucleo del razionalismo italiano. Il razionalismo italiano tra le due guerre è un movimento pieno di contraddizioni: è architettura moderna a tutti gli effetti (niente storicismi, materiali nuovi, geometrie pulite, l'influenza del Bauhaus e di Le Corbusier), ma vive dentro un regime che vuole un'architettura "italiana" fondata sulla tradizione classica. Come si fa a essere moderni sotto il fascismo? Terragni risponde che il razionalismo è la vera tradizione italiana: l'ordine e la chiarezza di Roma, non gli eccessi del Barocco.
La Casa del Fascio di Como (1932–1936) è il risultato di questa sintesi improbabile. È un edificio modernissimo, con il mezzo cubo rivestito di marmo, le facciate scavate da una griglia di telai e l'atrio a doppia altezza aperto verso la piazza, e viene presentato come edificio "fascista" perché la trasparenza vorrebbe dire che il partito non ha nulla da nascondere. È retorica, ma funziona.
La geometria della Casa del Fascio
La pianta è un quadrato di 33,2 metri di lato, e l'altezza è esattamente la metà, 16,6 metri. Non è un caso: Terragni regola tutto l'edificio con un sistema di proporzioni precise, in cui molti studiosi hanno riconosciuto anche la sezione aurea. Sembra quasi una dimostrazione di geometria.
La geometria, però, non produce uno spazio freddo. Il salone centrale, a doppia altezza e coperto da un soffitto in vetrocemento, è circondato da ballatoi ai piani superiori e funziona come una piazza coperta. Terragni dice di essersi ispirato al foro romano: uno spazio aperto alla comunità, accessibile, visibile dall'esterno. Le grandi porte vetrate, almeno in teoria, lasciano vedere dalla piazza quello che succede dentro.
Il Danteum: la Divina Commedia in architettura
Il Danteum (1938), progettato da Terragni con Pietro Lingeri e mai realizzato, è il progetto più ambizioso del razionalismo italiano sul piano delle idee. Doveva sorgere a Roma lungo via dell'Impero, l'attuale via dei Fori Imperiali, come monumento alla Divina Commedia, su iniziativa di Rino Valdameri, presidente dell'Accademia di Brera. La struttura segue la struttura del poema: una sequenza di tre grandi sale — l'Inferno, il Purgatorio, il Paradiso — con caratteri architettonici che traducono le qualità spaziali di ciascun regno. La sala dell'Inferno è una selva di cento colonne che disorienta. Quella del Purgatorio sale verso l'alto, con soffitti aperti sul cielo. Quella del Paradiso ha 33 colonne di vetro e una copertura di vetro: chi entra è avvolto dalla luce, come nella visione finale di Dante.
Il Danteum non fu mai costruito: la guerra arriva prima. Restano i disegni e il plastico, e come progetto sulla carta ha avuto più influenza di molti edifici realizzati in quegli anni. Viene ancora studiato come caso estremo di traduzione di un testo letterario in architettura.
La guerra e la morte precoce
Terragni muore nel 1943, a 39 anni, pochi mesi dopo il ritorno dal fronte russo, dove aveva combattuto come ufficiale d'artiglieria, provato nel fisico e nella mente. Come Raffaello, morto a 37 anni, lascia un'opera interrotta a metà. Aveva costruito una manciata di edifici: il Novocomum (1929), la Casa del Fascio (1936), l'Asilo Sant'Elia (1937), la Casa Giuliani-Frigerio (1940). Dieci anni di lavoro intensissimo. Il razionalismo italiano non si riduce a una collaborazione con il fascismo: è anche un tentativo, sincero, contraddittorio e alla fine sconfitto, di costruire un'architettura moderna dentro un regime illiberale. Terragni era fascista e iscritto al partito, eppure i suoi edifici sono tra i meno retorici del Novecento italiano. La storia dell'architettura italiana del Novecento è anche la storia di questa contraddizione irrisolta — e il Danteum ne è forse il simbolo: un progetto sul viaggio attraverso l'Inferno, disegnato da un uomo che di lì a poco sarebbe partito per il fronte russo.