Nel 1546 Michelangelo ha più di settant'anni e vorrebbe essere lasciato in pace. Paolo III lo chiama e gli offre la direzione del cantiere di San Pietro, rimasto senza guida dopo la morte di Antonio da Sangallo il Giovane. Michelangelo rifiuta. Ha già detto no a progetti simili molte volte. Il papa insiste. Michelangelo accetta, ma rifiuta ogni compenso: dice di lavorarci per l'amore di Dio e di san Pietro. Lavorerà a San Pietro per diciassette anni, fino alla morte nel 1564. Non vedrà la cupola completata.
Il Michelangelo architetto viene sempre dopo lo scultore e il pittore: la Sistina e il David oscurano il resto. Ma come architetto ha un'idea molto precisa: l'edificio è un corpo, e le pareti si comportano come muscoli, si tendono, si comprimono, mostrano le loro tensioni.
La Biblioteca Laurenziana: l'architettura che disturba
Nel 1524, Clemente VII — un Medici — commissiona a Michelangelo la biblioteca del convento di San Lorenzo a Firenze. Ne esce uno degli spazi più spiazzanti del Rinascimento, e volutamente. Il vestibolo della Laurenziana è una stanza alta e stretta, con colonne incassate nel muro, mensole che sembrano non reggere nulla e finestre cieche. Al centro la scala scende in tre rampe che si uniscono in una sola, quasi una colata di pietra.
Sono violazioni consapevoli delle regole fissate da Alberti e Bramante: le colonne devono portare, le finestre devono aprirsi, le scale devono avere una direzione chiara. Michelangelo le conosceva benissimo e le rompe per creare tensione, la sensazione di uno spazio che preme contro i propri limiti. È uno dei primi esempi di quello che chiameremo Manierismo, un'architettura che usa il linguaggio classico per stravolgerlo.
Il Campidoglio: lo spazio ovale
Alla fine degli anni Trenta del Cinquecento Paolo III chiede a Michelangelo di sistemare il Campidoglio, colle simbolo di Roma, allora in abbandono. Il progetto è audace: una piazza trapezoidale, con al centro la statua equestre di Marco Aurelio dentro un grande ovale, chiusa sul fondo dal Palazzo Senatorio e ai lati da due palazzi che si aprono leggermente verso la città. Ci si sale dalla cordonata, una rampa a gradini bassi percorribile anche a cavallo.
L'ovale è una novità: le piazze rinascimentali erano rettangolari. La pavimentazione, con un motivo stellato che converge verso la statua, rafforza l'effetto. Michelangelo non vide l'opera finita: il Palazzo Nuovo fu completato solo a metà Seicento, e il disegno del pavimento fu realizzato addirittura nel 1940, sulla base delle incisioni del suo progetto.
La cupola di San Pietro
Michelangelo prende il progetto di San Pietro e lo semplifica: elimina le torri, riduce gli spazi secondari, fa della cupola centrale il fulcro di tutto. La cupola che progetta è sollevata su un alto tamburo e guarda a quella di Brunelleschi, che conosceva bene. Non è però la più grande: circa 42 metri di diametro interno contro i 43,44 del Pantheon e i 45,5 di Santa Maria del Fiore.
Rispetto a Firenze cambia il tamburo: Brunelleschi lo aveva aperto solo con grandi oculi, Michelangelo lo apre con sedici finestroni alternati a coppie di colonne sporgenti, che fanno da contrafforti. Sedici costoloni salgono fino alla lanterna, e cerchiature di ferro contengono la spinta. Quando Giacomo della Porta la chiude, nel 1590, rialza il profilo: la cupola che vediamo è un po' più slanciata di quella disegnata da Michelangelo, ma l'impianto è suo.
L'architetto che non si piegava
Durante i diciassette anni del cantiere di San Pietro, Michelangelo ha rifiutato sistematicamente ogni compromesso che gli veniva proposto. Ha fatto demolire parti costruite dai predecessori che non corrispondevano al suo disegno. Ha litigato con i fabbricieri, con i committenti, con i subappaltatori. Ha scritto lettere indignate quando si accorgeva che qualcosa veniva modificato senza il suo consenso. A ottant'anni, a Roma, in inverno, saliva ancora sui ponteggi.
L'immagine corrente è quella dell'artista "divino", ispirato e al di sopra delle questioni pratiche. Le lettere raccontano un vecchio scrupoloso che controlla ogni dettaglio, perché sa che se non lo fa lui qualcuno sbaglierà. È mestiere, portato all'estremo.
