New Orleans, 1978. Nel cuore del quartiere italoamericano della città, tra i magazzini del centro, si apre una piccola piazza circolare pavimentata in cerchi concentrici di marmo colorato. Al centro, una fontana ricostruisce in miniatura la forma dello stivale italiano, con l'acqua che segna il corso dei fiumi veri. Intorno, un anello di colonne classiche — doriche, ioniche, corinzie — rivestite di acciaio inossidabile lucido e illuminate al neon rosa e verde. Non è un rudere: è nuovo, costruito apposta per sembrare antico e per sbagliare apposta le proporzioni. L'ha disegnata Charles Moore, e la chiama Piazza d'Italia.
Un architetto che ama le citazioni
Moore nasce nel 1925 a Battle Creek, nel Michigan, e si forma a Princeton, dove nel 1957 si addottora con una tesi sull'acqua nell'architettura. Insegna a Berkeley, poi a Yale, poi a UCLA, poi di nuovo altrove: cambia scuola più volte nella carriera, e ovunque lascia studenti che lo ricordano come un maestro generoso più che come un teorico sistematico. Nel 1962 costruisce la propria casa a Orinda, in California: un unico grande ambiente sotto un tetto a padiglione, con due piccole edicole in legno, ispirate ai baldacchini rinascimentali, che racchiudono la vasca da bagno e il camino. È il primo segno di un'idea che lo accompagnerà per tutta la vita: l'architettura può citare la storia senza copiarla, con ironia.
Nel 1966 Robert Venturi pubblica Complexity and Contradiction in Architecture, il libro che apre la strada al postmodernismo: contro il minimalismo del Movimento Moderno, propone un'architettura che accetti l'ambiguità, la citazione storica, persino il cattivo gusto come materiale espressivo. Moore, coetaneo e amico di quel clima culturale, non scrive un manifesto altrettanto influente, ma costruisce quello che Venturi teorizza: case per la classe media con archi, timpani e colori vivaci, complessi residenziali come Sea Ranch (1965, con Lyndon, Turnbull e Whitaker), sulla costa della California, dove volumi di legno grezzo si stringono attorno a cortili comuni, in dialogo diretto col paesaggio.
Una piazza per una comunità che si è dispersa
Piazza d'Italia nasce da un'iniziativa della comunità italoamericana di New Orleans, che voleva un luogo simbolico nel centro città, e Moore la progetta con August Perez Associates. La forma è quella di un piccolo Foro romano in miniatura, con i cinque ordini classici — tuscanico, dorico, ionico, corinzio, composito — costruiti in materiali moderni e volutamente eccessivi: colonne di acciaio a specchio, capitelli illuminati al neon, cornici che sembrano sciogliersi come cascate d'acqua. La fontana a forma di stivale segna, con l'acqua corrente, il corso del Po, del Tevere e dell'Arno, ed è pensata per essere anche un luogo di festa, non solo di contemplazione: gli abitanti la usavano per il carnevale e per le feste di quartiere.
La piazza è anche un gioco: le colonne non reggono nulla di vero, alcune sono tagliate a metà per mostrare la propria sezione, come un disegno tecnico reso tridimensionale. Moore la definisce «una supergrafica in tre dimensioni». Ma il progetto ha vita breve: negli anni Ottanta il quartiere intorno entra in declino, i negozi previsti al piano terra non aprono mai davvero, il neon si guasta e non viene riparato, l'acqua della fontana viene spenta per anni. La piazza diventa il simbolo opposto di quello per cui era nata: l'esempio da manuale di come un buon progetto possa fallire senza una manutenzione e senza un tessuto urbano intorno che lo sostenga.
Un restauro e una lezione
Negli anni Duemila la piazza viene restaurata, l'acqua torna a scorrere, e oggi è di nuovo un luogo che la città cura, anche se il quartiere intorno non è più quello pensato negli anni Settanta. Charles Moore muore nel 1993, senza vedere il declino né il recupero. La piazza resta uno dei manifesti costruiti del postmodernismo americano, insieme al Portland Building di Michael Graves (1982): un'architettura che aveva riportato la storia, il colore e l'ironia dentro una disciplina che il Movimento Moderno aveva voluto spogliare di tutto questo. Non tutti hanno amato il risultato — molti critici l'hanno giudicata kitsch — ma nessuno può negare che abbia riaperto un discorso che sembrava chiuso.
Un villaggio italiano su una collina californiana
Prima di New Orleans, Moore aveva già messo alla prova la stessa idea di architettura come palcoscenico collettivo in un contesto molto diverso: un campus universitario tra le sequoie della California. Kresge College, uno dei collegi residenziali della University of California a Santa Cruz, viene costruito tra il 1966 e il 1974 su progetto di Moore con William Turnbull, suo socio nello studio MLTW. Invece di edifici isolati collegati da vialetti, Moore e Turnbull disegnano un'unica «strada» pedonale lunga circa trecento metri, che piega ad angolo retto e sale fino a una sala ottagonale per i pasti in comune: un villaggio collinare all'italiana, costruito in legno e stucco bianco, con le facciate sulla strada dipinte a colori vivaci e quella esterna, verso il bosco, lasciata in terracotta naturale.
Il collegio nasce da un'idea pedagogica precisa, sviluppata insieme al preside fondatore, lo psicologo Robert Edgar: gli studenti avrebbero dovuto vivere una vita di comunità paragonabile a quella di un vero villaggio, con la «strada» come spazio di incontro informale al posto dei corridoi anonimi dei dormitori tradizionali. È lo stesso principio che dieci anni dopo guiderà Piazza d'Italia: l'architettura come struttura che invita all'uso spontaneo, non come oggetto da ammirare a distanza. Il collegio è tuttora attivo e abitato da studenti, e un ampliamento firmato dallo studio Studio Gang è stato completato negli anni Duemiladieci per aggiungere nuovi alloggi mantenendo intatto il nucleo storico di Moore e Turnbull.