Nel 1966 il Museum of Modern Art di New York pubblica un libro di duecento pagine circa che non ha niente della solennità dei manifesti modernisti. Si intitola Complexity and Contradiction in Architecture ed è di un architetto di Filadelfia, Robert Venturi (1925–2018), che ha appena aperto uno studio e ha costruito pochissimo. Nel libro attacca un'icona: «meno è di più», la massima attribuita a Mies van der Rohe, gli sembra un impoverimento. «Meno è una noia», scrive. È una battuta, ma è anche un programma: l'architettura è ambigua, contraddittoria, ricca di significati sovrapposti, e ha il dovere di dirlo.
Venturi non si limita alla polemica. Il libro è costruito come una raccolta di esempi (Michelangelo, Borromini, Lutyens, Le Corbusier, Aalto) in cui l'edificio contiene volutamente elementi in conflitto: una facciata simmetrica con un'apertura fuori asse, un ordine classico deformato, una pianta che obbedisce a due logiche insieme. La lezione è che i grandi edifici della storia non sono mai puri. Il Movimento Moderno, con la sua ossessione per l'unità e la coerenza, ha semplicemente escluso metà dell'architettura.
La casa della madre e la Guild House
Il libro ha un compagno costruito. La Vanna Venturi House (Chestnut Hill, Filadelfia, 1964), progettata per sua madre, è un dimostrativo in scala reale. La facciata è quasi una cartolina: un frontone spaccato al centro, un'apertura rettangolare senza logica evidente, una finestra a nastro che ammicca al modernismo, un arco sottile applicato alla parete. Dietro la facciata, la pianta è complessa, con una scala che si scontra con il camino centrale. Ogni elemento è riconoscibile; nessuno è al posto che ci si aspetta.
La Guild House (Filadelfia, 1963), residenza per anziani, gioca sullo stesso registro con materiali poveri: mattone, finestre normali, e sulla cima un'antenna televisiva dorata, un oggetto quotidiano trasformato in scultura. Venturi capisce che una persona anziana passa ore davanti alla TV e che l'edificio deve dire: qui si vive così. L'ironia non è cinismo, è onestà sul modo in cui la gente abita davvero.
Las Vegas: imparare dalla strada
Nel 1968 Venturi e la moglie Denise Scott Brown (1931), urbanista nata in Zambia e cresciuta in Sudafrica, portano una classe di studenti di Yale nel deserto del Nevada. Il compito è studiare la Strip di Las Vegas come se fosse Roma. La conclusione, pubblicata nel 1972 con Steven Izenour in Learning from Las Vegas, è che la città commerciale americana funziona per segni: cartelli giganti, insegne, parcheggi enormi, edifici che si leggono da un'automobile a sessanta chilometri orari. L'architetto europeo, abituato a ragionare per volume e spazio, non vede che il vero linguaggio urbano è quello dei segni.
Da qui nascono due categorie diventate celebri. Il duck (l'anatra) è un edificio la cui forma stessa è un segno, come il negozio di anatre a Long Island costruito a forma di anatra. Il decorated shed (il capannone decorato) è un contenitore banale a cui si applica un'insegna. Il modernismo, sostengono, ha prodotto quasi solo anatre, perché voleva che la forma esprimesse la funzione. Ma la città reale è fatta di capannoni decorati: l'architettura più onesta è quella che accetta di essere un contenitore e mette un cartello dove serve.
La paternità e il Pritzker
Nel 1991 Venturi riceve il Premio Pritzker. Scott Brown, che ha firmato con lui la teoria, la ricerca e la maggior parte dei progetti dello studio, non è nominata. Nel 2013 due studenti di Harvard lanciano una petizione per far riconoscere retroattivamente il suo contributo; la fondazione rifiuta di modificare il premio. Scott Brown risponde con parole misurate: chiede riconoscimento per il lavoro collettivo, non risarcimento. La vicenda diventa il caso simbolo dell'invisibilità delle donne nelle firme dell'architettura di studio, e ha contribuito a spostare il modo in cui i premi vengono assegnati a coppie e team.