Nel 1971, Aldo Rossi partecipa con Gianni Braghieri al concorso per il cimitero di Modena. Il progetto è un grande cubo rosso forato da finestre quadrate tutte uguali, una "casa dei morti" senza tetto né pavimenti, circondato da lunghi corpi di ossari e con al centro un cono tronco, una fossa comune con una ciminiera aperta verso il cielo. Vince il concorso, ma viene costruito a pezzi dalla fine degli anni Settanta e non sarà mai completato: il cono, in particolare, è rimasto sulla carta. Le reazioni sono forti. C'è chi lo trova angosciante, e qualcuno ci vede un'allusione ai campi di sterminio; per altri è uno dei progetti funerari più sinceri del Novecento, perché mette la morte al centro senza abbellimenti.

Aldo Rossi nasce nel 1931 a Milano, studia architettura al Politecnico, e nei primi anni Sessanta comincia a lavorare come critico e teorico prima ancora che come progettista. Scrive sulla rivista Casabella, legge la sociologia urbana francese e tedesca, Lévi-Strauss, la fenomenologia. Quando pubblica L'architettura della città nel 1966, ha trentacinque anni e un'opera costruita quasi nulla. Il libro diventa il manifesto di una generazione.

Vista dall'interno del cono tronco previsto dal progetto del cimitero di San Cataldo, aperto verso il cielo
Il cono aperto al cielo: nel progetto, mai realizzato, la fossa comune guarda direttamente verso l'alto.

L'architettura della città

Il libro di Rossi parte da una critica al funzionalismo urbanistico, cioè all'idea che la città si possa spiegare e progettare a partire dalle sue funzioni (abitare, lavorare, circolare, svagarsi). Per Rossi la città è anche, soprattutto, memoria. Gli edifici restano e le funzioni cambiano: un palazzo nato come residenza diventa ufficio, poi museo, poi di nuovo abitazione. La forma sopravvive alla funzione, e il suo valore è quello della memoria collettiva.

Il concetto chiave di Rossi è il "fatto urbano": un elemento della città — una piazza, un palazzo, un monumento — che ha acquisito nel tempo una densità di significati che lo rende irriducibile a qualunque spiegazione funzionale. Il Colosseo è un fatto urbano: da quindici secoli non serve più a ciò per cui era nato, eppure resta al centro dell'identità di Roma.

Aldo Rossi: scritti e opere principali
L'architettura della città1966 · trad. italiana 1966 · inglese 1982
Cimitero di Modena1971 concorso · 1971–84 costruzione
Teatro del Mondo, Venezia1979 · struttura galleggiante · Biennale
Gallaratese (case popolari, Milano)1969–73
Premio Pritzker1990 · primo italiano a riceverlo
Nato Milano 1931morto Milano 1997 (incidente d'auto)

Il Teatro del Mondo

Nel 1979, per la Biennale di Venezia, Rossi costruisce il Teatro del Mondo — una struttura temporanea in legno che galleggia in laguna su un pontone, ormeggiata di fronte alla Punta della Dogana. È un volume cubico sormontato da un tamburo ottagonale con una cuspide, come un edificio antico ridotto all'essenziale. Dentro c'è un piccolo teatro con pochi posti; fuori, una sagoma che si affianca al campanile di San Giorgio Maggiore e alle cupole della Salute.

Nel Teatro del Mondo le idee di Rossi sulla memoria collettiva diventano forma: cita la storia di Venezia, i teatri galleggianti che nel Cinquecento e nel Settecento animavano le feste sull'acqua, senza imitarli. Ne prende la forma essenziale e la costruisce in modo dichiaratamente provvisorio. Dopo la Biennale, il Teatro viene rimorchiato attraverso l'Adriatico fino a Dubrovnik, per un festival teatrale, e smontato nel 1981.

Il Teatro del Mondo di Aldo Rossi, la torretta ottagonale con tetto a cuspide che galleggia nella laguna di Venezia
Il Teatro del Mondo: una torre di legno che galleggia in laguna, citazione astratta della Venezia storica.
«Rossi è l'architetto della malinconia. I suoi edifici sembrano già vecchi, abitati dal ricordo di usi che non si vedono più. È proprio quello che cercava: un'architettura che porta il peso del tempo invece di fingersi nuova.»

La forma come tipo

Il concetto di tipo è centrale nel pensiero di Rossi e ha pesato molto nella teoria degli anni Settanta e Ottanta. Un tipo non è un modello da copiare ma una struttura di fondo, una forma elementare che si ripete nelle epoche e nelle culture perché risponde a bisogni stabili. La casa a cortile, la basilica, il teatro semicircolare: questi sono tipi. Non importa come vengono costruiti o in quale materiale — la struttura tipologica rimane.

L'interesse per la tipologia ha portato Rossi a usare nelle proprie architetture forme elementari — il cubo, il cilindro, il cono, il triangolo — come elementi di composizione. I suoi edifici si riconoscono subito: superfici piatte, finestre quadrate distribuite con regolarità, volumi elementari. Un'astrazione che a volte risulta fredda, a volte commovente, a seconda di quanto il luogo riesce a caricarla di significato.

Il portico del Gallaratese a Milano, la fila regolare di colonne cilindriche che sorregge le case popolari
Il Gallaratese: il tipo diventato edificio, con un lungo portico di setti ripetuti senza variazioni.

Pritzker e le controversie

Nel 1990 Aldo Rossi è il primo italiano a ricevere il Pritzker. Negli anni seguenti, però, la sua produzione più commerciale, tra Stati Uniti, Giappone e Germania, viene criticata come ripetitiva: lo stesso vocabolario applicato in modo meccanico, senza adattarlo ai luoghi. Le stesse forme usate per un cimitero a Modena, per case a Berlino, per un albergo a Fukuoka o per uffici a New York danno risultati di qualità molto diversa.

Il problema è semplice: una teoria forte non garantisce una pratica forte. Rossi aveva sviluppato un sistema di pensiero architettonico tra i più coerenti e originali del Novecento. Quando quel sistema viene applicato con velocità e in quantità, senza l'intensità critica con cui era stato costruito, produce architettura mediocre con pretese teoriche. È il destino di molti grandi teorici che sono anche prolifi pratici.