Carlo Scarpa non aveva la laurea in architettura. Era diplomato all'Accademia di Belle Arti di Venezia come disegnatore, e per tutta la vita non poté firmare i progetti come architetto, finendo anche sotto processo per esercizio abusivo della professione. La questione si chiuse solo nel 1978, quando l'Istituto universitario di architettura di Venezia gli conferì la laurea honoris causa. Morì pochi mesi dopo, nel novembre dello stesso anno, cadendo da una scala a Sendai, in Giappone, durante un viaggio di lavoro. Aveva settantadue anni.
La prima cosa da capire su Scarpa è che era un designer prima di essere un architetto. Per quasi vent'anni aveva disegnato vetri a Murano, dal 1932 soprattutto per Venini, e da lì gli viene un'attenzione per i materiali e le loro possibilità rara tra gli architetti italiani del Novecento. Per Scarpa il materiale non è una scelta tecnica ma il tema del progetto: come il cemento si stacca dalla pietra, come l'acqua lambisce il marmo, come la luce entra da una fessura calibrata.
Il Castelvecchio di Verona
Il lavoro più noto di Scarpa è il restauro del Museo di Castelvecchio a Verona (1958–1973). Castelvecchio è un castello medievale che era stato trasformato in caserma durante il dominio napoleonico, poi danneggiato durante la guerra, poi trasformato in museo negli anni Venti con un restauro in stile, che aveva aggiunto finte finestre gotiche e arredi per ricreare un medioevo mai esistito. Scarpa trova un edificio in cui si sovrappongono strati diversi: medievale, scaligero, veneziano, napoleonico, novecentesco.
La sua risposta non è unificare: è distinguere. Ogni epoca resta leggibile, separata dalle altre da giunti studiati con precisione estrema: un pavimento nuovo che si ferma a pochi centimetri dal muro antico, una trave nuova che poggia su un appoggio metallico invece di affondare nella muratura. Il visitatore percorre il museo consapevole di camminare attraverso strati temporali diversi, separati da dettagli che dichiarano la propria modernità invece di nascondersi.
La tomba Brion
La Tomba Brion a San Vito d'Altivole (1969–1978) è il lavoro in cui Scarpa si è espresso con più libertà, ed è considerato il suo testamento architettonico. Giuseppe Brion era un industriale veneto, fondatore della Brionvega, l'azienda di radio e televisori. La moglie, Onorina Tomasin, gli commissiona la tomba di famiglia dopo la morte del marito nel 1968. Scarpa ci lavora per quasi dieci anni, fino alla propria morte, e lì sarà sepolto anche lui.
Il complesso abbraccia a L un angolo del cimitero del paese, su un terreno acquistato dalla famiglia e chiuso da un muro in calcestruzzo inclinato verso l'interno. Dentro ci sono un padiglione sull'acqua per la meditazione, l'arcosolio, un arco ribassato sotto cui i sarcofagi dei coniugi si inclinano l'uno verso l'altro, una cappella e canali d'acqua. Anche la vegetazione fa parte del progetto, pensata per cambiare nel tempo.
Il Giappone
Non sorprende che Scarpa sia stato molto amato in Giappone, a volte più che in Italia, dove la sua formazione irregolare lo rendeva sospetto agli occhi dell'accademia. La cultura giapponese, con la sua attenzione secolare al dettaglio, al giunto, al passaggio tra materiali, trovava in lui un interlocutore europeo inatteso. E Scarpa a sua volta amava il Giappone, che visitò per la prima volta nel 1969 e dove morì.
La domanda di Scarpa, come inserire il nuovo in un contesto antico senza imitarlo e senza distruggerlo, attraversa culture molto lontane. Le risposte cambiano nei materiali e nelle forme, ma il principio resta: dichiarare il nuovo per rispettare l'antico.
Perché conta ancora
Scarpa conta ancora perché il riuso degli edifici storici è uno dei grandi temi dell'architettura di oggi. In un paese come l'Italia, dove il patrimonio è ovunque, intervenire sugli edifici antichi senza distruggerli e senza imbalsamarli è un problema di tutti i giorni. Il suo approccio è rispettoso e coraggioso insieme: non finge di non essere contemporaneo, e non schiaccia ciò che trova.
