Carlo Scarpa non aveva la laurea in architettura. Era diplomato all'Accademia di Belle Arti di Venezia come disegnatore, e lavorò per tutta la vita in un'ambiguità istituzionale che gli impedì di firmare alcuni dei suoi progetti più importanti come "architetto" — una burocrazia kafkiana con cui fece pace solo nel 1978, quando l'Università di Venezia gli conferì la laurea honoris causa. Morì pochi mesi dopo, nel novembre dello stesso anno, cadendo da una scala a Sendai, in Giappone, durante un viaggio di lavoro. Aveva settant'anni.
La prima cosa da capire su Scarpa è che era un designer prima di essere un architetto. Aveva lavorato per vent'anni come designer di vetri di Murano per la ditta Venini — un periodo in cui aveva sviluppato un'attenzione ai materiali e alle loro possibilità espressive che non si vedeva in nessun altro architetto italiano del Novecento. Per Scarpa, il materiale non è una scelta tecnica: è il soggetto del progetto. Il modo in cui il cemento si stacca dalla pietra, il modo in cui l'acqua tocca il marmo, il modo in cui la luce entra in uno spazio attraverso una fessura calibrata — questi sono i problemi che lo interessano.
Il Castelvecchio di Verona
Il lavoro più noto di Scarpa è il restauro del Museo di Castelvecchio a Verona (1958–1973). Castelvecchio è un castello medievale che era stato trasformato in caserma durante il dominio napoleonico, poi danneggiato durante la guerra, poi restaurato malamente negli anni Trenta secondo i canoni del restauro filologico dell'epoca — che consisteva in buona parte nel demolire le aggiunte successive e riportare l'edificio a uno stato "originale" mai esistito come tale. Scarpa trova un edificio in cui si sovrappongono strati di epoche diverse: medievale, rinascimentale, napoleonico, fascista.
La sua risposta non è unificare: è distinguere. Ogni epoca viene mantenuta visibile, separata dalle altre attraverso giunzioni progettate con precisione chirurgica — un piano di pietra nuovo che si stacca dal muro antico con un giunto d'aria di pochi centimetri, una trave di cemento che poggia su una base metallica che a sua volta tocca la pietra medievale senza toccarla direttamente. Il visitatore percorre il museo consapevole di camminare attraverso strati temporali diversi, separati da dettagli che dichiarano la propria modernità invece di nascondersi.
La tomba Brion
La Tomba Brion a San Vito d'Altivole (1969–1978) è il lavoro in cui Scarpa si è espresso con più libertà, ed è considerato il suo testamento architettonico. Giuseppe Brion era un industriale veneto che aveva fatto fortuna con i televisori Brionvega — una famiglia borghese, non un committente pubblico con un programma istituzionale. La moglie, Onorina Tomasin, gli commissiona la tomba di famiglia dopo la morte del marito nel 1968. Scarpa lavora al complesso per dieci anni, fino alla sua stessa morte.
Il complesso funerario è inserito nell'angolo nord-est del cimitero del paese — una zona che Scarpa acquista e recinge con un muro in calcestruzzo inclinato a 45 gradi verso il cielo. All'interno: un padiglione per la meditazione sull'acqua, un arcosolio (un doppio arco che contiene le tombe dei coniugi Brion inclinate l'una verso l'altra), una cappella, un piccolo canale. La vegetazione è pensata come parte del progetto — l'erba, i girasoli, i cipressi — con la consapevolezza che cambierà nel tempo.
Il Giappone
Non sorprende che Scarpa sia stato molto ammirato in Giappone — più di quanto lo fosse in Italia, dove la sua formazione accademica irregolare lo rendeva sospetto agli occhi degli accademici. Il Giappone ha una tradizione millenaria di attenzione al dettaglio, al giunto, alla transizione tra materiali, che trova in Scarpa un analogo europeo inaspettato. La sua attenzione ai materiali, la cura per le giunzioni, l'interesse per il rapporto tra antico e nuovo sono valori profondamente giapponesi — anche se Scarpa non aveva una conoscenza diretta dell'architettura giapponese tradizionale quando sviluppò il suo approccio.
Questo è uno dei casi in cui due tradizioni molto distanti convergono verso risposte simili partendo da domande simili. La domanda di Scarpa — come si inserisce un oggetto nuovo in un contesto antico senza simulare l'antico e senza distruggerlo? — è la stessa domanda a cui risponde da secoli il restauro giapponese. Le risposte sono diverse nei materiali e nelle forme, ma simili nel principio: dichiarare il nuovo per rispettare l'antico.
Perché conta ancora
Scarpa conta ancora perché il problema del restauro e del riuso dell'architettura storica è il problema architettonico più urgente del XXI secolo. Con una città come l'Italia — che ha più patrimonio architettonico per chilometro quadrato di qualunque altro paese al mondo — il problema di come intervenire sui contenitori storici senza distruggerli e senza museificarli è quotidiano e urgente. Scarpa ha sviluppato un approccio che è al tempo stesso rispettoso e coraggioso: non finge di non essere contemporaneo, ma non si impone sul contesto. Il dialogo tra epoche diverse è il suo soggetto. È ancora il soggetto più importante dell'architettura italiana.
