Il terminal della TWA all'aeroporto Idlewild di New York, oggi JFK, apre il 28 maggio 1962. Dall'alto sembra una creatura che allarga le ali; da terra è uno spazio interno continuo, fatto di curve di cemento armato, tubi luminosi, scale che si avvitano nel vuoto. Eero Saarinen (1910–1961), il suo progettista, non c'è. Muore per un tumore al cervello l'1 settembre 1961, a cinquantun anni, mentre l'edificio è ancora in costruzione. Completato dal suo studio, il terminal diventa il simbolo dell'era del jet. Ed è solo uno dei quattro o cinque progetti con cui Saarinen ha cambiato in quindici anni il modo in cui l'America immagina i propri edifici pubblici.
Figlio di Eliel Saarinen, l'architetto finlandese che dirige la Cranbrook Academy of Art nel Michigan, Eero cresce in una casa di designer. Studia scultura a Parigi e architettura a Yale, lavora con il padre fino al 1950, poi si mette in proprio. Il primo grande successo è una vittoria da outsider: nel 1948 vince, a trentasette anni, il concorso per il Jefferson National Expansion Memorial a St. Louis. Il progetto è un arco.
L'Arco: una catenaria di acciaio inossidabile
Il Gateway Arch, completato nel 1965, è alto e largo 192 metri, il monumento più alto degli Stati Uniti. La sua forma è una catenaria appiattita: la curva che assume una catena appesa per i due estremi, rovesciata, in modo che le forze si trasmettano lungo la sua sezione in pura compressione. Saarinen ne ha alterato le proporzioni rispetto alla curva pura, rendendola più slanciata. Le sezioni sono triangolari, in acciaio inossidabile, con doppia parete: in basso lo spazio interno è riempito di calcestruzzo, in alto c'è solo l'acciaio, con un sistema di cabine che sale nell'arco. Nessuna decorazione, nessuna scultura: un solo gesto, perfettamente calcolato.
Ogni problema, una forma
Se si guardano insieme i progetti di Saarinen, la prima impressione è di incoerenza. L'Auditorium Kresge al MIT (1955) è un guscio di cemento che poggia su tre soli punti. La sedia Tulip (1956) è un piatto su un unico stelo, pensata per eliminare il «pasticcio di gambe» sotto le tavole. L'aeroporto di Dulles (1962) è un tetto sospeso a catenaria appeso a pilastri inclinati. Nessuno assomiglia agli altri. Per i critici, che nel dopoguerra cercano autori riconoscibili (Mies con il suo acciaio, Wright con la sua organicità, Le Corbusier con il suo cemento), Saarinen è un problema: non ha una firma.
Ma la mancanza di una firma era un metodo. Saarinen pensava che l'architetto dovesse trovare la forma partendo dal programma e dal carattere del cliente: una compagnia aerea vuole che il volo sia un'esperienza, un'università vuole una sala da concerto con acustica ottimale, una città vuole un simbolo. Studiava ogni progetto con centinaia di modelli. Il TWA Flight Center nasce così: il terminal deve dire «viaggio», e la forma scaturisce dal movimento, non dall'astrazione. Ne risulta un edificio in cui quasi nessuna linea è retta, dai banchi del check-in alle scale e ai tubi di accesso ai gate.
Dopo Saarinen: sopravvivere alla morte del suo autore
Il terminal TWA chiude nel 2001, dopo il fallimento della compagnia. Per quasi vent'anni resta abbandonato, con la minaccia della demolizione. Nel 2019 riapre come TWA Hotel, con camere negli edifici moderni sul retro e gli spazi originali restaurati per accogliere ristoranti, un museo, eventi. È uno dei rari casi in cui un edificio del Novecento, nato per una funzione poi scomparsa, viene riportato in uso senza tradirne la forma. La conservazione ha richiesto una restituzione minuziosa dei colori, dei rivestimenti, degli arredi.