Giovanni Michelucci nasce a Pistoia nel 1891 e muore a Fiesole nel 1990, a novantanove anni. È uno dei casi più singolari dell'architettura italiana del Novecento: cambia linguaggio più volte, passa dal razionalismo a un'architettura organica e poi a un espressionismo tutto suo, e non smette mai di lavorare, scrivere e insegnare. Non è mai diventato il maestro di uno stile, e forse per questo è stato poco studiato. Ma senza di lui il Novecento italiano non si capisce.

Michelucci si forma all'Accademia di Belle Arti di Firenze, dentro la tradizione toscana della pietra serena, della pietraforte, della misura delle finestre fiorentine. Quando incontra il razionalismo europeo si convince che tradizione toscana e modernità non sono in contraddizione: entrambe cercano la qualità dei materiali, l'assenza di ornamenti superflui, il rispetto del luogo.

La stazione di Santa Maria Novella: il razionalismo in pietra

La facciata orizzontale e austera della stazione di Santa Maria Novella a Firenze di Giovanni Michelucci, in pietra serena con finestre a nastro
La facciata della stazione: niente portici né colonne, solo un volume basso di pietra e la grande vetrata a gradini sopra l'ingresso.

La stazione di Santa Maria Novella a Firenze (1935) è il primo grande edificio pubblico del razionalismo italiano, e nasce da una battaglia. Il concorso del 1932-33 lo vince il Gruppo Toscano, giovani architetti guidati da Michelucci (Baroni, Berardi, Gamberini, Guarnieri, Lusanna), con un progetto orizzontale e severo rivestito di pietraforte. Il progetto scatena polemiche feroci tra tradizionalisti e modernisti, finché nel 1934 Mussolini riceve i progettisti a Palazzo Venezia e li difende pubblicamente.

La severità è voluta. Verso la piazza la stazione è un lungo volume basso di pietra, tagliato dalla grande vetrata che scende a gradini sopra l'ingresso: niente portici, niente colonne, niente citazioni classiche. Dentro, la galleria di testa coperta da vetro e acciaio è uno spazio pubblico vero, non un corridoio di servizio. Il rivestimento in pietraforte è la stessa arenaria di Palazzo Vecchio e dei palazzi fiorentini: la continuità con la città sta nel materiale, non nella forma.

Michelucci: opere principali
Stazione SMN, Firenze1935 · Gruppo Toscano · pietra serena · razionalismo
Villa a Monterinaldi1939 · Firenze · transizione dall'ortodossia moderna
Cassa di Risparmio, Pistoia1960 · primo organicismo · spazio continuo
Chiesa S. Giovanni Battista1964 · Campi Bisenzio · autostrada del Sole
Fondazione Michelucci1982 · Fiesole · architettura carceraria

La svolta organica e la Chiesa dell'Autostrada

Negli anni Cinquanta, Michelucci conosce il pensiero di Frank Lloyd Wright e di Alvar Aalto. Non lo convertono, è troppo legato alla cultura toscana, ma lo mettono in crisi: capisce che il razionalismo ha trascurato l'esperienza dello spazio, il modo in cui ci si muove, come cambia la luce mentre si cammina, come i materiali invecchiano. La città, per lui, diventa il modello anche degli edifici: percorsi, scorci, slarghi.

Nel 1960 la Società Autostrade gli affida una chiesa dedicata ai lavoratori morti costruendo l'Autostrada del Sole, quasi 760 chilometri da Milano a Napoli aperti tra il 1956 e il 1964. Michelucci ha quasi settant'anni e progetta qualcosa che non ha nulla a che vedere con la stazione: una copertura in cemento armato che sale e scende come una tenda nel vento, sorretta da sostegni ramificati che sembrano alberi. Ogni elemento è diverso dall'altro.

L'interno fluido della Chiesa di San Giovanni Battista, senza navate definite, con aperture asimmetriche che lasciano entrare la luce da più direzioni
L'interno senza asse: nessuna navata, nessuna direzione obbligata verso l'altare, uno spazio per chi è di passaggio.

Lo spazio interno è aperto, senza navate definite: si cammina in tutte le direzioni e non c'è un asse obbligato verso l'altare. La luce entra da aperture irregolari nella copertura, e l'interno cambia continuamente. L'idea è precisa: questa chiesa non serve una parrocchia stabile, ma chi viaggia e si ferma per poco.

«Michelucci cambia linguaggio più volte in settant'anni. Non per incoerenza: ogni fase risponde a un problema reale. La stazione deve inserire un'infrastruttura moderna in una città storica; la chiesa dell'autostrada deve dare uno spazio sacro a chi è sempre in movimento.»

La Fondazione e il carcere: gli ultimi vent'anni

Negli anni Settanta, Michelucci inizia a occuparsi di un tema quasi invisibile nel dibattito architettonico italiano: la qualità degli spazi carcerari. Viene dalla sua convinzione di fondo: l'architettura serve le persone concrete, in qualunque condizione si trovino. Se vale per chi viaggia in autostrada, vale anche per chi è in carcere. Nel 1982 nasce a Fiesole la Fondazione Michelucci, che si occupa tra l'altro degli spazi delle istituzioni chiuse, carceri e ospedali psichiatrici. A Sollicciano, a Firenze, progetta il "Giardino degli incontri", uno spazio per i colloqui tra detenuti e famiglie.

La Fondazione ha continuato a lavorare anche dopo la morte di Michelucci nel 1990 — oggi pubblica studi, produce rapporti, consulta le amministrazioni penitenziarie sulle condizioni materiali degli istituti di pena. È il lascito più insolito di un architetto pieno di edifici celebri: una fondazione che studia i luoghi che nessuno vuole vedere. Per Michelucci l'architettura riguardava tutti, anche chi non può scegliere dove stare.